sabato 11 aprile 2015

San Giuseppe Moscati


Ci sono ricette con la sua firma su cui ha scritto: “Cura: Eucarestia”. A un malato che è poi guarito, aveva infatti diagnosticato che la sua sofferenza fisica era dovuta solo all'allontanamento da Dio. Ma quando le suore dell'ospedale degli Incurabili di Napoli gli chiedevano perché continuasse a fare il medico anziché il sacerdote, lui che ogni mattina andava a Messa e si comunicava, che ogni sera recitava il Rosario, che aveva fatto voto di castità, che diceva di vedere in ogni malato “il libro della natura creato da Dio”, rispondeva sicuro che “si può servire Dio anche lavorando”.
Questo medico napoletano che sembrava rubare il ruolo e il mestiere del sacerdote era in realtà un laico irriducibile che si comportava, quasi un secolo fa, come né allora né oggi usano fare i cappellani di ospedali quando assistono un malato. Questo medico si chiamava Giuseppe Moscati. Papa Giovanni Paolo II che lo canonizzò il 25 ottobre 1987 definì la sua figura “un attuazione concreta dell'ideale del cristiano laico”.

Cenni biografici

E' nato il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo di nove figli da famiglia profondamente cristiana e fu battezzato il 31 Luglio 1880. Fin da bambino si distingue per la sua attitudine nello studio che lo fa essere sempre il primo della classe e all'eta di soli 17 anni consegue la licenza ginnasiale e liceale. Pochi mesi dopo comincia gli studi universitari presso la facoltà di medicina dell'Ateneo partenopeo.
Il 4 Agosto 1903, Giuseppe Moscati consegue la laurea in medicina con una tesi sulla urogenesi epatica con il massimo dei voti più la lode e la dignità di stampa e a distanza di pochi mesi prende parte al concorso pubblico indetto per assistente ordinario negli Ospedali Riuniti di Napoli e quasi contemporaneamente sostiene un altro concorso per coadiutore straordinario negli stessi ospedali. Nel primo dei concorsi riesce secondo, nell'altro riesce primo assoluto, e ciò in modo così trionfale che, come si legge in un giudizio qualificato, “fece sbalordire esaminatori e compagni”. Nel 1904 Moscati inizia a prestare servizio di coadiutore all'ospedale degli Incurabili a Napoli, mentre sette anni più tardi, nel 1911, si presenta al concorso per aiuto negli Ospedali Riuniti. I posti disponibili sono soltanto 6 a fronte delle decine di concorrenti, molti dei quali carichi di raccomandazioni e di sostegni della casta medica e massonica. Giuseppe Moscati è scandalizzato dallo “sleale e vigliacco piano di concorrenza ordito da alcuni” giungendo al punto di promettere di “presentare carta bianca, purché gli esami siano sinceri”. Vincerà il concorso perché è il più preparato, ma lo farà vincere anche a un collega altrettanto bravo, intervenendo ad alta voce durante il suo esame per denunciare l'accanimento dei commissari teso a cogliere in fallo quel malcapitato, che aveva il solo difetto di non essere raccomandato. Ormai nessuno lo può più fermare..... si succedono le nomine a coadiutore ordinario negli Ospedali Riuniti, e poi, in seguito al concorso per medico ordinario da lui vinto, diventa direttore di sala, cioè primario, nel 1919, trasformando l'ospedale in un gioiello di efficienza. Nel 1922 diventa libero docente in Clinica medica.
Ricercatissimo nell'ambiente partenopeo da quando è giovanissimo, il professor Moscati conquista ben presto una fama di portata nazionale ed internazionali per le sue ricerche originali, i risultati dei quali lo pongono in un posto d'onore fra i medici ricercatori della prima metà del secolo. Sarà il primo medico italiano a sperimentare l'insulina per i diabetici (la madre è morta di questo male), il primo a fare ricerche sulle malattie endocrine e sulle malattie contratte sul posto di lavoro.

Illuminazione diagnostica, Fede e Carità

I giovani medici, gli infermieri, le suore, seguono il professor Moscati tra le corsie d'ospedale come in una processione. Standogli vicino si poteva scoprire la sua “illuminazione diagnostica”, un Dono Divino che gli permetteva di individuare una malattia anche ad un semplice sguardo. Ai suoi tempi mancava mancava l'apparato diagnostico della medicina moderna e l'intuito del medico, affinato dagli studi e dalla pratica quotidiana, era un elemento indispensabile. Il suo era straordinario, spesso lasciava meravigliati tutti, sia quando riusciva a salvare una persona, sia negli esiti infausti, quando l'autopsia rivelava che aveva avuto ragione. Il grande luminare, il prof. Cardarelli, che lo aveva avuto come allievo, lo scelse come proprio medico curante e spesse volte si consigliava con lui dicendo: “Peppino, come mai imbrocchi sempre ogni diagnosi... è nell'umano sbagliare!”. Giuseppe Moscati allora rispondeva: “Io non visito mai un ammalato affidandomi solo alla scienza medica, ma chiedo al paziente anche la sua collaborazione attraverso la preghiera ed i Sacramenti”. Per Moscati non c'è distinguo, ma intrecci solidissimi tra fede e scienza, cura del corpo e cura dell'anima, evangelizzazione e professione umana. Lui lo definiva, con simpatico umorismo napoletano, “un mastodontico groviglio di guai in cui mi trovo da mille parti ingrovigliato”.
Per lui la Fede è la sorgente di tutta la vita, l'accettazione incondizionata, calda ed entusiasta di Dio e dei nostri rapporti con Lui. Moscati vede nei suoi pazienti il Cristo sofferente, lo ama e lo serve in essi a costo di qualunque sacrificio. Egli non si pone mai davanti al semplice corpo di un malato, ma al malato nella sua pienezza di vocazione umana e cristiana. Partendo dalla necessità di un corpo malato e bisognoso di cure, ha di mira il bene integrale del paziente e, quando è necessario, gli indica i mezzi per recuperare la salute non solo del corpo, ma anche dell'anima. Alla visione personale del malato infatti si aggiunge in Moscati quella soprannaturale dello stesso che indicava come vera causa di tante malattie. Per questo con molta naturalezza indicava come terapia per guarire il corpo rimedi anche spirituali, come liberarsi dal peccato con una buona Confessione, una vita retta lontana dai vizi e nutrita dalla SS. Eucarestia.
Lo slancio di amore generoso che aveva verso i malati lo spingeva a prodigarsi senza sosta per chi soffre, a non attendere che i malati andassero da lui, ma a cercarli nei quartieri più poveri ed abbandonati della città, a curarli gratuitamente, anzi, a soccorrerli con i propri guadagni. E tutti, ma in modo speciale coloro che vivono nella miseria, intuiscono ammirati la forza Divina che anima il loro benefattore. Così Moscati diventa l'apostolo di Gesù: senza mai predicare annuncia, con la sua carità e il modo in cui vive la sua professione di medico, il Divin Pastore, e conduce a Lui gli uomini oppressi e assetati di Verità e bontà.
La sua giornata è così scandita: mattino presto all'alba la S. Messa (cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo) poi mattina e pomeriggio in ospedale, la sera (e molto spesso anche la notte) visite private agli ammalati, la notte dedicata allo studio e alla preghiera.
Con il progredire degli anni il fuoco dell'amore sembra divorare Giuseppe Moscati. L'attività esterna cresce costantemente, ma si prolungano pure le sue ore di preghiera e si interiorizzano progressivamente i suoi incontri con Gesù Sacramentato.

La morte

la sua intensa vita di Fede e il suo prodigarsi incessantemente per i malati che egli amava veramente “come se stesso” e come “suo corpo” e che non cessava di curare nemmeno quando la salute non glielo permetteva, portò Moscati a una lenta ma progressiva consumazione di sé stesso fino alla morte avvenuta a soli 47 anni. Il professor Moscati passò da questo mondo al Padre “in punta di piedi”, in modo rapido e soave il 12 Aprile 1927, martedì Santo. Dopo aver assistito alla Messa e visitato i malati in ospedale egli torna a casa, consuma un pasto frugale, riceve la visita di un paziente, l'accompagna all'ascensore, rientra in casa, si siede sulla sua poltrona, incrocia le braccia sul petto e si spegne serenamente.
Per tutti è morto il “medico Santo”. La fama della sua Santità era così radicata che il suo confessore, dopo la sua morte, chiama i suoi famigliari chiedendo loro di conservare i suoi abiti e i suoi oggetti, sicuro che Dio se ne sarebbe servito per trasformarli in reliquie.
E' impressionante leggere ciò che scrisse il giornale di Napoli, Il Mattino, di ciò che avvenne alla morte di Moscati: “Intorno alla salma di Giuseppe Moscati si è raccolta reverente tutta la cittadinanza, rappresentata in ogni sua classe, dalla più umile alla più eletta. Poche volte Napoli ha assistito a uno spettacolo così imponente nella sua infinita tristezza e che sta a testimoniare quanto affetto, quanta stima ed ammirazione avesse raccolto l'uomo che seppe fare della sua professione un nobilissimo apostolato, che seppe prodigare col benefico soccorso della sua dottrina, la sua bontà impareggiabile alle creature sofferenti, che seppe dimostrare come possano mirabilmente conciliarsi in un animo nobile, la religione e la scienza”. Ma la testimonianza forse più bella avvenuta durante il suo funerale fu quella fatta da un anziano che scrisse: “Noi lo piangiamo perché il mondo ha perduto un Santo, Napoli un esemplare di ogni virtù, e i malati poveri hanno perso tutto”.



Amo moltissimo questa figura di Santo, grande Uomo, grande Medico e grande Cristiano, e domani, 12 aprile, è la giornata in cui si festeggia la sua memoria, ragion per cui ho pensato di mettere questo post tra le pagine di questo blog. 

 
Per me San Giuseppe Moscati è la figura del medico "ideale", medico del corpo e medico dell'anima..... probabilmente prima ancora dell'anima che del corpo. Ed è il medico a cui, a mio parere, ogni medico si dovrebbe ispirare, che sia Credente o ateo non importa, per la grandissima Carità e serietà che metteva nello svolgere la propria professione, facendo di essa una vera e propria missione di vita.
Vorrei tanto che la figura di questo grande Uomo venisse studiata nella università, perchè sarebbe veramente importante poter fondare una categoria di medici che si ispiri a lui, ai suoi Valori, al suo modo di essere  e di fare totalmente disinteressato e proteso solamente al Bene del paziente che gli è di fronte. Consiglio veramente a tutti di approfondire la vicenda umana di questo grande personaggio, la cui vita è ricolma di tanti meravigliosi ed edificanti episodi e aneddoti.... e certamente chi lo farà ne trarrà un grande bene morale e spirituale. 

Caro S. Giuseppe Moscati, grazie per il tuo illuminante Esempio, per la tua eccelsa Sapienza, per la tua Carità ardente, per la tua Fede incrollabile..... grazie di tutto! Da Lassù, dove sei ora, nell'Abbraccio del Padre, aiuta tutti i malati e i sofferenti del mondo e tutti coloro che sono chiamati a curare le piaghe e le sofferenze del corpo e dell'anima. Il tutto per il Bene degli uomini e per la maggior Gloria di quel Dio che hai così tanto amato durante la tua vita terrena!

Marco

lunedì 30 marzo 2015

Da allievo a maestro

Entra nella Comunità Villa San Francesco di don Aldo Bertelle con una grave situazione di disagio familiare alle spalle. Un percorso intenso lo aiuta a rialzarsi. E oggi è lui l'educatore di ragazzi in difficoltà

Come un ciclista che in una lunga salita, dall'ultimo posto del gruppo, risale uno a uno gli altri corridori sino a spiccare il volo e tagliare per primo il traguardo. La vita di Giancarlo Ren è un po' questa. Una difficile situazione familiare alle spalle con ripercussioni sul rendimento scolastico e sulla capacità di relazionarsi. Una profonda insofferenza interiore covata per anni e anni. Quindi una scelta che gli cambia la vita. Lasciare casa e approdare nella Comunità Villa San Francesco di don Aldo Bertelle a Pedavena, in provincia di Belluno. Il percorso di fede, la svolta. E' da lì che comincia la sua lunga scalata.

Un passato difficile

Sono arrivato in comunità assieme a mio fratello Silvano nel 1988 – racconta Giancarlo -, avevo 12 anni e lui 11. L'anno dopo ci avrebbe raggiunto nostro fratello più piccolo. In quel periodo la nostra famiglia viveva nell'assoluta povertà. I nostri genitori, a causa delle loro difficoltà personali, non erano in grado di badare adeguatamente a noi tre. Mio padre, con problemi di alcol, aveva solo lavori saltuari. Mia madre è sempre stata molto generosa e ha sempre messo noi davanti a tutto, ma i suoi problemi di udito e la conseguente incapacità di relazionarsi erano un grosso limite per svolgere a pieno le sue funzioni educative. Inoltre, doveva anche far fronte alle inadempienze di mio padre”.
Le prime persone a conoscere le difficoltà di Giancarlo sono le sue catechiste, Lorella prima e Natalia poi. “Erano educatrici prima ancora che catechiste. Raccontavano la vita di Gesù con passione, cosa che mi hanno trasmesso”. Il vero problema di Giancarlo era il contesto della scuola. “Lì avevo difficoltà nell'apprendimento, e nell'ultimo anno di frequenza a Mel, il mio paese di origine, la situazione era divenuta insostenibile. Gran parte dei compagni mi hanno isolato e i professori non hanno fatto nulla per aiutarmi. Un giorno ne ho parlato con mia madre. Avevo deciso che così non volevo continuare. Volevo andare via. In quel periodo si parlava molto di una scuola media con convitto non molto lontano da casa mia. Da quel momento ho lasciato perdere tutto, divenendo impermeabile a qualsiasi situazione si creasse a scuola. Come risultato, ovviamente, è arrivata la bocciatura, ma io ormai ero proiettato all'anno successivo. L'unico contesto dove mi sentivo bene era la squadra di calcio del paese, dove ero considerato al pari degli altri, merito dell'allenatore che per me e i miei fratelli ha sempre avuto un'attenzione particolare, interessandosi a noi anche quando eravamo in comunità”.

L'alba in comunità

L'ingresso in comunità è un toccasana per Giancarlo. “Ho ripreso la scuola e sono ripartito dalla seconda media, in un contesto totalmente diverso da quello da cui provenivo. Sono convinto che per la crescita di un adolescente che presenti difficoltà personali e familiari molto spesso l'allontanamento dal contesto di appartenenza sia utile per la sua crescita educativa. Può spogliarsi della sua storia personale, che a volte è una zavorra troppo pesante da portare, e presentarsi per quello che è. Così viene accettato dal nuovo gruppo e ha più facilità di interagire con i pari”. La fase di rilancio si materializza con il diploma di terza media e dopo un iniziale periodo di difficoltà alle superiori, “dovuto anche al fatto che tornavo a confrontarmi di nuovo con il giudizio di alcuni miei compagni di scuola pre-comunità. Ho avuto la soddisfazione di prendere il diploma di maturità di agrotecnico con il punteggio più alto della mia classe, ma sopratutto tra l'incredulità di professori della scuola media di Mel e genitori di alcuni dei miei vecchi compagni che sotto sotto non accettavano che quello che era l'emarginato alle medie fosse poi il primo della classe”.

Nuovi obiettivi

La scelta della scuola superiore non è stata casuale. “L'ho effettuata perchè da qualche anno, dalla Comunità Villa San Francesco, era nata la Cooperativa Arcobaleno '86 per l'inserimento socio-lavorativo di giovani in difficoltà personale, con deficit intellettivo medio-lieve, che avevano completato il ciclo di studi obbligatorio all'interno della comunità e che non avevano la possibilità di rientrare a casa. A quel tempo la cooperativa aveva l'ortofloricoltura come attività prevalente e io avevo scelto quella scuola nella speranza di poterci entrare”. Un obiettivo che Giancarlo riesce a centrare. “La speranza si è avverata grazie al conseguimento del diploma di maturità per me e di qualifica per mio fratello, grazie alla creazione di un corso organizzato dal Cif, ente gestore della comunità, che ha permesso di realizzare dei progetti che prevedevano la possibilità di creare nuovi posti di lavoro. Ho cominciato a occuparmi della produzione floricola. L'inserimento in cooperativa di due 'allievi' della comunità è stata una scommessa del direttore Aldo Bertelle, che ha dovuto far fronte allo scetticismo di più di un dirigente della cooperativa per il delicato passaggio. Credo di poter affermare che la sua scommessa sia stata ampiamente vinta”.


Educatore e laureato

Nel 2005 un'altra incredibile svolta. Proprio lui, che 18 anni prima era entrato con una situazione di disagio in comunità, viene scelto da don Aldo per coprire il ruolo di educatore. Da “allievo a maestro”. E' uno dei momenti più alti per la vita di Giancarlo, che nel 2006, per rispondere alle esigenze legislative che regolano le comunità di minori, si iscrive all'Università di Padova in Scienze dell'educazione. “Per me è stato un autentico salto nel buio, dato che arrivavo da una formazione prevalentemente scientifica. Però più andavo avanti e più mi appassionavo e nel dicembre del 2010 sono riuscito a prendere il diploma di laurea triennale, diventando il primo ragazzo della comunità a raggiungere questo traguardo”.

La “regia” del Signore

Ma se oggi Giancarlo è arrivato così in alto lo deve a una persona speciale che gli ha fatto conoscere Villa San Francesco. Ed è don Domenico Persico, parroco del suo paese. “E' stato lui a dire a mia madre di spostarci in comunità”. E la presenza di Dio in questo contesto è stata determinante. “Il mio cammino di fede, fatto sopratutto all'interno della comunità, lo ritengo fondamentale. Sono riuscito a rilanciarmi e a farmi accettare per quello che sono. Il Signore per me rappresenta un riferimento, una bussola di vita. Non c'è pensiero e decisione che non prenda prima di aver riflettuto su quali siano i confini entro i quali l'esempio cristiano ha fatto il proprio solco. E la sua presenza l'ho avvertita anche quando ho conosciuto Monica, con la quale mi sono sposato dieci anni fa. La presenza parallela del Signore e della comunità di don Aldo mi hanno 'accompagnato' in questa splendida conoscenza che mi ha donato due figli, Cristian di otto anni e Nicola di cinque”.


Tanti “pezzi” di mondo

Il Museo dei sogni a Feltre, presso la Cooperativa Arcobaleno '86, accoglie oltre 700 simboli in ricordo di personalità e avvenimenti di alto rilievo storico e umano internazionale, tra cui il pezzo di tegola bombardata dagli americani a Hiroshima, proveniente dal Museo commemorativo della pace, un pezzo del muro di Berlino, un frammento della casa di don Milani e di Paolo VI. E' stato ideato dagli operatori della Comunità Villa San Francesco. All'interno del museo esiste la sezione presepi mignon. Sono oltre 2mila, provenienti da 149 Paesi, moltissimi dei quali donati da nunzi apostolici e ambasciatori presso il Quirinale e la Santa Sede. Recente la raccolta di acque dal mondo: sono oltre 700 quelle giunte da laghi, mari, fiumi di tutti i continenti. Sgorgano notte e giorno da una grande anfora, contribuendo a far “galleggiare” le pietre. Tengono in vita i sogni di miliardi di persone nel mondo.

I lunedì di Casa Emmaus

Si sale su una delle colline dopo Feltre per 110 volte in cinque anni, provenendo da mezzo Veneto, anche appesantiti da pesi superflui, sonnolenze, alibi, maschere, bisacce, tornaconti e di sera, magari dopo giornate di lavoro faticoso. A farlo ogni lunedì sono in 100, dai cinque agli 87 anni e sanno che il “ladro nella notte” li aspetta fedele nella Casa Emmaus a Facen di Pedavena, la casa di accoglienza della Comunità educativa Villa San Francesco, gestita dal Cif (Centro italiano femminile) di Venezia.
Anzi sono loro che lo cercano il 'ladro' – spiegano da Casa Emmaus -, lo rispettano, molti lo amano, perchè oramai sono in confidenza con Gesù di Nazareth, 'ladro' delle nostre 'protesi' che spesso indossiamo per giustificare tanti vecchi e nuovi 'no-no', che ci impallinano e sbiadiscono le nostre vite, a volte poco cristiane e scarsamente plurali. Ogni lunedì c'è un esame da sostenere su un passo del Vangelo, un esame inusuale da superare assieme a Gesù”.
Il percorso di catechesi è quinquennale e unico nel suo genere. A fare da regista c'è il responsabile di Villa San Francesco, don Aldo Bertelle.


di Gelsomino del Guercio

FONTE: A Sua Immagine N. 104
3 gennaio 2015


Gran bella storia.... io la definirei la storia di una vera e propria "rinascita" quella accaduta a Giancarlo Ren, che dopo un inizio di vita molto difficile a causa di una situazione familiare complessa e delicata, che lo hanno portato ad avere tanti e variegati problemi, ha successivamente saputo riemergere splendidamente e prendersi tante belle gioie e soddisfazioni dalla vita, come quelle di realizzarsi nello studio, nel lavoro e infine di formarsi una bella famiglia. Certo, tutto questo probabilmente non sarebbe mai avvenuto se non avesse incontrato le persone giuste nei contesti giusti..... e se non avesse avuto tanta Fede e Fiducia in Dio, che certamente lo ha sapientemente guidato nel tortuoso percorso della sua vita, fino a condurlo a questi splendidi risultati, fino a trasformarlo da ragazzo asociale e problematico quale era all'inizio, ad essere un uomo realizzato, completo e felice. 
Una gran bella storia davvero, di quelle che fa veramente piacere conoscere e divulgare, perchè intrisa di Valori autentici, quali la solidarietà, la volontà, la Fede e l'Amore..... e quando si fonda la propria vita su questi Valori, i Veri Valori della vita, allora non si rimane mai delusi, allora tutto, in Bene, può veramente accadere.

Marco

lunedì 2 marzo 2015

Maria, 99 anni d’amore per un figlio paralizzato


«Alberto è tutta la mia vita, dal giorno in cui è venuto al mondo settantuno anni fa. Ho passato momenti difficili, ma mai una volta ho pensato di ricoverarlo in un istituto. Sono sua madre e con questo credo di avere detto tutto». E mentre la mamma parla, Alberto la osserva abbozzando un sorriso. Fatica molto ad esprimersi, ma capisce tutto. È costretto all’immobilità dalla nascita per una lesione ai tendini dovuta al forcipe con cui è stato estratto durante un parto problematico. Sa di essere molto fortunato, perché ha una madre speciale.

Maria Anzaldi ha novantanove anni, a settembre raggiungerà la terza cifra. Chiusa nel suo piccolo appartamento di una palazzina alla periferia di Pavia, in via Solari, ha consacrato tutta la sua vita al figlio, con una dedizione totale. Fino al 1983 ha condiviso la cura del figlio con il marito Angelo, da trent’anni prosegue da sola nel cammino al fianco di Alberto, sorretta da una grande fede.
«A vegliare su di noi c’è la Madonna della Cava», molto venerata nella sua terra d’origine, la Sicilia. Maria e Angelo, nativi di Marsala, erano una delle tante famiglie emigrate al Nord in cerca di fortuna nella prima metà del Ventesimo secolo. E poi c’è anche la devozione per la Madonna di Lourdes. Al solo pronunciarne il nome gli occhi di Alberto si velano di commozione. Al Santuario ha compiuto quarantadue pellegrinaggi. «Però a volte dovrebbe comportarsi meglio – commenta mamma Maria –, si arrabbia facilmente e allora gli scappa qualche parolaccia. Per questo lo sgrido e, quando si calma, si scusa riempiendomi di carezze e baci».

Nel guardarli è immediato cogliere la forza di un cordone ombelicale che ancora oggi, dopo 71 anni, lega indissolubilmente il figlio a sua madre. Poche parole, tanti sguardi. E quando ad Alberto non escono le parole interviene la mamma a completare la frase. Lei che ha già capito dagli occhi ciò di cui il figlio ha bisogno. Ancora oggi Maria si mette ai fornelli ogni giorno, spesso prepara le specialità siciliane per il figlio: la caponata e il matarocco e quei grandi vasi di cetrioli sottaceto che fanno bella mostra di sé in cucina.

È lucidissima di mente, dalla dialettica notevole, carattere forte e tanti anni passati a rimboccarsi le maniche cercando di non dipendere mai da nessuno. La sveglia puntata alla mattina presto, la colazione insieme, poi la piccola spesa quotidiana e nel pomeriggio la televisione accesa per seguire "Geo&Geo" su Rai3 – «perché Alberto ama molto i documentari sugli animali» – e poi "L’eredità", sempre sulla Rai, perché a Maria piace tenere allenata la mente con i quiz televisivi e anche perché, in quella palazzina un po’ antica, i canali privati si vedono col contagocce. «Ma a noi va bene così», sorride lei. La sera è il momento del Rosario.

«Chissà se riuscirò a spegnere le candeline dei cento anni?» si chiede Maria e la domanda nasconde la preoccupazione di una madre. Non certo per lei, che ha già ampiamente guadagnato il Paradiso con la sua vita terrena, bensì per il futuro del figlio. «Per fortuna ho incontrato sul mio cammino persone d’oro – sorride – e questo mi dà la certezza che, quando non ci sarò più io, Alberto non verrà mai lasciato solo». Già lo scorso novembre, quando una caduta in casa e la frattura di più costole l’hanno costretta in ospedale, ha sperimentato la solidarietà silenziosa e sincera.

C’è Maria Riviezzi, l’amica che ogni giorno le fa compagnia per qualche ora. C’è Andrea Albergati, neurologo e sindaco di Pavia dal 1996 al 2005, che da più di vent’anni è vicino alla famiglia sia professionalmente che umanamente e che nel 2003, con indosso la fascia tricolore, volle premiare Maria con il titolo di “supermamma”. E c’è il parroco don Gabriele Pelosi, che porta l’Eucarestia a casa ed è sempre molto atteso: perché «il bacino sulla guancia del don» è il regalo più bello per questa mamma d’oro.

16 febbraio 2015

FONTE: http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/maria-99-anni-amore.aspx


Ogni commento è davvero superfluo in una storia come questa: l'Amore delle madri è davvero unico!
Grazie Maria Anzaldi e grazie a tutte le madri del mondo..... perchè date la vita per i vostri amati figli e di questo non si potrà mai ringraziarvi abbastanza. Grazie!!!

Marco

sabato 21 febbraio 2015

Suor Lisa, star del football: alleno per trasmettere la Fede


Se pensavate di esservi abituati a tutto, vedendo suor Cristina cantare Like a Virgin di Madonna, è perché non avevate ancora conosciuto suor Lisa Maurer.
Per incontrarla dovete andare a Duluth, la città del Minnesota dov’è nato Bob Dylan. Prendete la macchina e andate al Centro di salute che sorge poco distante dal Monastero di Santa Scolastica, dove suor Lisa vive. Lei si occupa dei membri anziani della comunità, insegna catechismo e svolge mille altre attività di servizio nel monastero e in parrocchia.
Fino a pochi mesi fa, la vita di suor Lisa – come si usa dire – non faceva notizia. Poi le hanno chiesto un impegno particolare: allenare la squadra maschile di football americano del St. Scholastica Athletics. «Il football mi è sempre piaciuto ma non sono mai stata una sfegatata, anche se mio padre era un allenatore i miei fratelli dei tifosi» ha spiegato al Catholic News Service. Eppure sette anni fa le suore del Monastero di Santa Scolastica hanno avviato un programma educativo che comprendeva anche il football. «I ragazzi si allenavano nel cortile del monastero e, ogni tanto, mi capitava di dare un’occhiata». Fino al marzo 2014. Quando Kurt Ramler, l’allenatore della squadra, si avvicinò a suor Lisa e le propose di diventare vice-allenatore.
«Ero titubante perché non volevo assumermi una responsabilità che avrebbe potuto creare problemi agli altri miei impegni». Il coach Kurt la convinse così: «Lei ha già allenato le ragazze-studentesse che giocano a pallavolo, pallacanestro e softball. Ora avrà la possibilità di far crescere questi ragazzi con un altro sport».
In poco più di otto mesi suor Lisa è diventata un mito. La squadra che allena infatti continua a vincere. Non pensiate però che la nostra benedettina si sia montata la testa. Tutt’altro. Lei ha i piedi ben piantati per terra e nel Vangelo. «Giocare a calcio per questi ragazzi è un’opportunità innanzitutto educativa». E la fama? Come vive la fama? «Spero che chi leggerà la mia storia sappia andare oltre la curiosità e si avvicini a Dio. Lui è presente nelle nostre vite. Sempre. Anche quando giochiamo. A me non interessa vincere. Il mio sogno più grande è che grazie a questa storia un giovane pensi alla vocazione religiosa o a che modo può servire la Chiesa col suo talento».
Insomma, vista sul campo suor Lisa potrebbe sembrare solo un «personaggio» uscito da qualche film americano, ma se la lasciate parlare scoprirete che è una suora tutto tondo. Vera. Verissima.

9 dicembre 2014

FONTE: http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/suor-Lisa-Maurer-allenatrice-star-del-footbal.aspx


Bel connubio tra Fede e sport. E non stupisca questa cosa..... Dio è dappertutto, si può trovare dovunque e si può portare a chiunque. Anche a dei ragazzoni impegnati in uno sport "rude" come il football americano, i quali certamente beneficeranno molto dell'apporto morale e spirituale di suor Lisa, oltre che nello sport, sopratutto nella vita di tutti i giorni e nell'Amore verso il Signore.

Marco

mercoledì 11 febbraio 2015

La storia di Noah e Lucas, vincenti nello sport ma sopratutto nella vita


Per un bambino di otto anni concludere una gara di triathlon è già di per sé una vicenda davvero insolita, ma Noah e Lucas hanno fatto qualcosa di straordinario, che ha fatto in pochi giorni il giro del mondo. La loro partecipazione a una gara di triathlon per bambini non ha solo commosso migliaia di persone in tutto il mondo, così avaro di buone notizie piene di umanità e Amore, ma ha anche mosso milioni donati all'Associazione creata dalla madre dei bimbi, Alissa Aldrich, la Lucas House.

Lucas Aldrich è infatti un bimbo di sei anni nato con una particolare forma di Lissencefalia: una rarissima malattia genetica che ha portato a uno sviluppo anomalo della corteccia cerebrale durante la gravidanza. I bimbi nati in questa condizione hanno un ampio e diversificato spettro della disabilità: Lucas non può parlare, muoversi o alimentarsi autonomamente. Ma quando si fa notare i problemi del fratellino, Noah risponde sempre con disarmante semplicità: A me piace tutto di lui. Lui è perfetto!.
La storia della famiglia Aldrich ha oltrepassato i confini dell'Idaho quando qualche giorno fa i due fratellini hanno partecipato a un triathlon locale, organizzato dalla YMCA Kids Programm: “E' stata un idea di Noah – ha dichiarato Alissa ai giornalisti – mi ha chiesto di farlo con suo fratello”. Le difficoltà pratiche non hanno certo spaventato la famiglia né il ragazzino di appena 8 anni, che ha cominciato subito ad allenarsi duramente per la competizione. Noah, che fino a pochi mesi prima nuotava a fatica, ha affrontato 200 metri a nuoto, trainando il fratellino su un canotto, per poi percorrere 3 miglia in bicicletta con attaccato un carrello apposito, con il quale da tempo Lucas va in giro per il quartiere con il fratello. Ultima tappa la corsa: Noah ha spinto la sedia a rotelle di Lucas per un miglio prima di tagliare il traguardo nell'esultanza generale.


L'impresa dei due fratellini ha emozionato centinaia, migliaia di persone facendo diventare virale la loro storia sui social network fino a finire sui notiziari nazionali e sui quotidiani di tutto il mondo. L'attenzione e l'ammirazione per i due bambini e la loro famiglia si è concretizzata non solo nelle migliaia di messaggi pieni di commozione che hanno ricevuto anche su facebook (Lucas House) e sul loro blog e sito (www.lucashouse.org) ma in donazioni per finanziare il grande progetto di Alissa: la costruzione di un hospice in grado di accogliere e aiutare bambini affetti da patologie terminali simili a quelle del figlioletto con programmi di pet therapy, music therapy, aquatic therapy, a supporto e miglioramento non solo della vita dei piccoli pazienti, ma sopratutto dei loro genitori. Ispirati dall'esempio inglese della Helen & Douglas House (un hospice per bambini creato da suor Frances Dominica, basato sull'esperienza personale raccontata in un libro da Jacqueline Worswich, madre di Helen), i coniugi Aldrich hanno aperto un blog e poi un sito per raccontare la loro esperienza. Il motto dell'associazione fondata dai genitori è “a Life without limits” e non potevano certamente scegliere nulla di meglio, spiega la mamma: “Lui fa tutto con noi, e noi cerchiamo di fargli fare esperienza di tutto il possibile”.



Le disabilità di Lucas infatti, non gli hanno impedito, grazie allo sforzo e l'Amore della sua famiglia, di sciare, visitare l'America, andare a Disneyland (grazie al programma Make e Wish) e per ultimo, di fare triathlon. Ad aiutarli non solo amici e parenti, ma anche tutti coloro che sono venuti a conoscenza della loro situazione: un gruppo di studenti della Boiso State University per esempio, li ha aiutati a progettare e costruire una piattaforma per aiutare Lucas a salire nell'auto di famiglia. Piccoli aiuti ma che acquisiscono un enorme significato. I coniugi Aldrich hanno sempre trattato Lucas come un membro a pieno titolo della famiglia, condividendo con lui tutto, riservando a entrambi i figli il medesino Amore e rispetto: lo straordinario attaccamento di Noah per Lucas non è mai stato forzato, è naturale, non artificioso o costruito per fare spettacolo e raccogliere solo le attenzioni mediatiche come spesso si sente raccontare. L'affetto nella loro famiglia non si confonde con il pietismo o la compassione superficiale: ed è proprio questa purezza di cuore che ha commosso tutti. In un intervista esclusiva rilasciata elle colonne del Telegraph, Alissa ha confessato: “E' vero, non può camminare, non può parlare e non può muoversi, ma è il bambino più felice che si può immaginare”. I due fratellini poi non si separano mai, e l'attenzione che Noah ha per Lucas è incredibile; ecco cosa racconta la madre: “Noah non prova gelosia per il fratello, o se dedichiamo maggiori attenzioni a Lucas piuttosto che a lui. Ma si arrabbia moltissimo quando qualcuno entra dalla porta e non lo saluta”.
Mentre il clamore mediatico si concentra sopra la loro casa, i due fratellini hanno già cominciato ad allenarsi per la prossima gara. La loro storia è fonte di ispirazione per tutti: “E' incredibile vedere come la storia di due bambini abbia fatto il giro del mondo e l'impatto che ha sulle nostre vite e su quelle di tante altre famiglie che vivono la nostra stessa esperienza!”, ha commentato Alissa.

4 agosto 2014

FONTE: http://www.ilsussidiario.net/News/Calcio-e-altri-Sport/2014/8/4/Triathlon-Video-vince-una-gara-con-il-fratellino-disabile-la-storia-di-Noah-e-Lucas/518416/



Storia stupenda, che con grande emozione pubblico sulle pagine di questo blog.
C'è proprio tanto in questa storia: l'Amore di una famiglia con 2 figli, uno sano e uno gravemente malato, così diversi fra loro eppure così amati e uniti da un vincolo fortissimo, l'Amore per tutti i bambini gravemente malati, tanto da far nascere un Associazione proprio per loro, l'Amore della gente che ha conosciuto la fantastica storia di questi 2 piccoli "eroi", entrati di diritto nel cuore di tantissime persone.
Questo è Amore, Amore vero, fonte di ispirazione per tutti, perchè ognuno di noi può trarre insegnamento da questa bellissima storia.


Marco

sabato 31 gennaio 2015

Il sogno che può cambiare la realtà


Nella periferia di Milano, una chiesetta e un ex granaio abbandonati tornano a disposizione della comunità grazie all'impegno di Gloria e suor Ancilla

Nasce da un sogno il progetto di far rivivere una porzione di Milano. In tutte le sue valenze: culturale, artistica, spirituale, rurale, sociale, educativa. Forse, la forza delle grandi idee che poi si trasformano in progetti concreti ha origine proprio da una visione”. Sono parole di Gloria Mari, consacrata nell'Ordo Virginum, ex geologa e giornalista, che ha deciso di dedicare la sua vita al servizio degli altri, delle persone sole, fragili, che attraversano momenti segnati da grandi difficoltà, e lo fa lavorando nella Cooperativa Nocetum, nella Valle dei Monaci a Milano.

La vocazione

A causa del lavoro del padre, dirigente di una multinazionale e sempre impegnato all'estero, Gloria fin da piccola viaggia molto, spostandosi addirittura in tre continenti.
I luoghi che vede, i viaggi che compie, accrescono sempre di più il suo interesse a studiare la terra, e per questo decide di diventare una geologa. Quando ha 23 anni, nel periodo dell'università, conosce suor Ancilla: un incontro destinato a cambiare profondamente la sua vita. A Gloria piace lo stile di preghiera e la delicatezza con cui si pone la suora. Così decide di andare in ritiro con lei. E' in questa occasione, raccolta nella preghiera accanto a una figura amica, avvolta da una sensazione di tranquillità e felicità, che Gloria inizia a chiedersi se la professione che ha scelto e per cui sta studiando è ciò che davvero può farla felice. Se la sua serenità deve cercarla girando per il mondo a studiare la terra o se, invece, è più vicina di quanto lei possa immaginare.

In missione tra la gente

Al primo ritiro ne seguono altri. Gloria inizia a maturare l'idea di portare a termine l'università e successivamente diventare una missionaria laica in terre lontane. Dopo la laurea, e solo tre anni dopo il primo incontro con suor Ancilla, la scelta è un altra, radicale: lascia casa e i suoi genitori e si iscrive alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale. Le piace, e le piace moltissimo. Ha capito qual è il suo posto nel mondo e, proprio come suor Ancilla, decide di consacrarsi all'Ordo Virginum.
Le consacrate che appartengono a quest'ordine vivono le condizioni della donna qualunque: non indossano l'abito, non portano il velo, non hanno nessun connotato esteriore che fa capire che sono suore consacrate al Signore nel nubilato, ma sopratutto non hanno una casa madre, né un convento o una madre superiora, e devono perciò trovarsi una casa e una fonte di sostentamento. Così Gloria trova lavoro come insegnante e un luogo dove abitare: nei pressi dell'Abbazzia di Chiaravalle.

Verso Nocetum

Passa il tempo, il gruppo di preghiera animato da suor Ancilla ha bisogno di una nuova dimora, che non sia quella di Chiaravalle, troppo piccola. La suora nota una chiesetta abbandonata e ne parla subito con Gloria. E' la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, conosciuta anche come chiesa di Nosedo. Il luogo cattura immediatamente la loro attenzione e diventa il punto di riferimento degli incontri del loro gruppo di preghiera. Purtroppo, però, non è possibile abitare nella cascina adiacente alla chiesa, un ex granaio dell'Abbazzia di Chiaravalle: oltre a problemi burocratici, la struttura è ridotta a rudere, abbandonata, spesso occupata da barboni o utilizzata da prostitute e tossicodipendenti.
Nei nostri incontri presso la chiesetta dei Santi Filippo e Giacomo, alla fine degli anni 80, con suor Ancilla sognavamo di vedere al posto di una cascina cadente una casa accogliente, al posto di una discarica un prato fiorito, al posto di un vecchio capanno un piccolo mercatino, al posto di una sala umida e fredda un salone accogliente a vetrate”, racconta Gloria. “Ma sopratutto immaginavamo la possibilità di collegare questi centri d'interesse con dei viottoli da percorrere a piedi: quante volte ci siamo imbattute nei campi e siamo dovute tornare indietro perchè non c'era un sentiero. Speravamo che prima o poi qualcuno avrebbe potuto studiare approfonditamente l'area, scoprire gli antichi resti nella chiesetta e collegare un punto con l'altro. Tutto sembrava impossibile”.

La decisione di “occupare”

Suor Ancilla contatta il proprietario dei terreni per chiedergli di poter prendere possesso della cascina. Le viene detto che ci vorrà del tempo, non deve avere fretta. Ma dopo quasi dieci anni di attesa, in cui nulla cambia, suor Ancilla è risoluta: “Siamo stufe di vedere la cascina abitata in modo improprio, adesso la occupiamo noi”. Il proprietario non immagina certo che la suora stia parlando seriamente, e così le risponde con un mansueto: “Certo, fate pure”. Suor Ancilla e Gloria non se lo fanno ripetere: aiutate da volontari che fanno parte del loro gruppo di preghiera, aprono il lucchetto con un chiavistello. Nel frattempo, nel 1998, si erano costituiti come associazione, Nocetum: Gloria ricorda quegli anni come un momento importantissimo, che le hanno fatto capire cosa il Signore le chiamava a fare in quel luogo e in che modo operare. Determinante è l'incontro con il cardinale Carlo Maria Martini, che chiede a Nocetum di diventare sentinella nella città, di capire e cogliere i bisogni che la città ha. Gloria e suor Ancilla intuiscono che non sono tanto chiamate a creare un centro di spiritualità, ma ad accogliere chi ha bisogno, a tradurre l'opera di preghiera in un'opera di accoglienza.


Aiutare chi ha bisogno


Alla cascina iniziano ad arrivare le prime famiglie. Sono sopratutto immigrati che hanno trovato lavoro a Milano ma non un posto dove abitare, o mogli i cui mariti lavorano ma non possono permettersi una casa abbastanza grande in cui stabilirsi con l'intera famiglia. Passano gli anni, Gloria è impiegata in una casa editrice, ha un contratto a tempo indeterminato, ma oramai sente di appartendere totalmente a Nocetum e per questo lascia tutto per dedicarsi giorno e notte alla cura e ai bisogni delle famiglie che ospitano. Le cose procedono bene. L'Associazione partecipa a progetti di riqualificazione della zona e riesce ad avere dei contributi economici per ristrutturare come si deve la cascina. Una volta risanata e sistemata la struttura, Gloria e suor Ancilla decidono di fissare dei criteri per l'accoglienza. Nel 2008 capiscono che l'attenzione si deve spostare sulla realtà delle mamme che si trovano da sole e suoi loro bambini, donne in situazione di disagio e fragilità sociale, ma anche con un passato di maltrattamenti. Finalmente, nel 2010, Nocetum diventa una cooperativa: “Era necessaria una realtà più organizzata – dice Gloria – che mantenesse però la stessa attenzione per gli ultimi e lo stesso interesse alla promozione del territorio. Oltre alla casa di accoglienza, all'organizzazione di percorsi didattico-educativi per scuole e iniziative d'integrazione e coesione sociale, Nocetum è promotrice di progetti e attività volte alla valorizzazione del territorio”.


La rinascita di una valle


L'antica Valle dei Monaci si estende dalle colonne di San Lorenzo, nel centro di Milano, fino a Melegnano. Un luogo a cui la prodigiosa cura e cultura dei monaci degli ordini cistercensi e umiliati ha saputo conferire progressivamente una forma unitaria e stabile, una vera e propria “città contadina sperimentale”, che si è però frammentata nel secolo scorso. Da circa due anni alcune realtà già attive nell'area hanno iniziato a lavorare in rete con l'obiettivo di restituire al territorio l'unità perduta e ridare vita e visibilità ai suoi tesori naturali, agricoli e storici, con le splendide abbazzie di Chiaravalle, Viboldone e Mirasole, e con il piccolo tesoro artistico e archeologico riportato alla luce nella chiesetta di Nocetum. Quello della “rete” è stato un movimento spontaneo, di cui Nocetum è in un certo senso il motore e che ora conta più di quaranta realtà. Infatti, oltre alle tre abbazzie e alle chiese, ci sono associazioni culturali e dedite alla cura ambientale, cooperative sociali e diverse realtà imprenditoriali.


di Giulia Nannini

FONTE: A Sua Immagine N. 99
29 novembre 2014


Bella storia, di Carità, di Amore, di Fede, ma anche di intraprendenza, da parte di 2 donne, una suora consacrata e una suora laica, che hanno dato vita, certamente con l'aiuto e per Volere del Signore, ad una bellissima realtà quale è la Cooperativa Nocetum.
Quando ci sono Fede e Amore e tanto desiderio di fare Bene, tutto può succedere..... e sono opere come queste che rendono migliore la società in cui viviamo.
Grazie suor Ancilla, grazie Gloria!

Marco

lunedì 19 gennaio 2015

«Ho trovato Dio in un campo da rugby»


E’ la storia, questa che raccontiamo, di un frate minimo, cioè di un religioso appartenente all’ordine fondato da San Francesco di Paola. Ed è una storia di fede, di amore, di preghiera e di sport. Già, anche di sport. Perché fra Giuseppe Laganà – il nome del protagonista-, 26 anni, siciliano, oggi presso il convento dei minimi di Catanzaro, ha come “segno particolare” quello di essere giocatore di rugby.

A soli 20 anni già in convento! Com’è nata la tua vocazione all’interno dell’Ordine dei minimi?

«Sinceramente non avrei mai pensato di finire né in un ordine religioso né in seminario, volevo fare altro. Però come si dice in questi casi “l’uomo propone e Dio dispone”. Iniziai a frequentare la parrocchia principale del mio bel paesino, nella mia bella terra di Sicilia anche se in modo inconsueto o - meglio ancora - anomalo perché cercavo semplicemente un posto al fresco, faceva troppo caldo fuori e lì si avvicinò un giovane di nome Pippo che iniziò a chiedermi chi fossi e che cosa facessi. Ad un certo punto mi chiese se volessi entrare a far parte del gruppo ministranti ed io - senza sapere cosa fosse - accettai. Forse già in quel momento dissi il mio sì che si sarebbe confermato a distanza di anni nella famiglia religiosa dei minimi. Il mio primo contatto con i minimi avvenne tra i banchi di scuola, tramite il mio professore di religione, oggi mio confratello, padre Giuseppe Ceglia, che spesso e volentieri mi assillava con la ferma volontà di mandarmi a studiare a Paola, al collegio, proposta che rifiutai inizialmente. Però in cuor mio la curiosità cresceva sempre più, per questo Santo della Conversione, curiosità che dovevo in qualche modo assecondare, saziare. Col passare del tempo conobbi sempre meglio la figura del santo Francesco di Paola, conobbi meglio i frati, certo in cuor mio ero combattuto (cosa faccio mi chiedevo… ne vale la pena?). Per un periodo questa curiosità scomparve, continuai con la mia vita normalmente, scuola, amici, allenamento, mi fidanzai come ogni ragazzo della mia età. Fin quando il Signore mi bussò alla porta».

Perché questa passione per il rugby? Riesci a conciliare la pratica sportiva con l’impegno pastorale in fraternità ed in parrocchia?

«Questa passione nacque grazie a mio zio Massimo, fratello di mamma. Fu lui a portarmi per la prima volta al campo da Rugby, anche lui ha praticato questo sport. Inizialmente non conoscendo le regole ero abbastanza impacciato poi pian piano contando su un grande allenatore e altri ancora, ho potuto amare sempre più questo sport. Impegnandomi al “mille per mille” senza fermarmi mai, anche quando sembrava tutto andare storto. Oggi da religioso minimo provo a continuare quest’attività sportiva senza però mancare ai miei impegni principali: studio, preghiera, vita comunitaria. Nel mio piccolo provo ad aiutare la mia comunità occupandomi dei giovani».

Tu fai parte del Catanzaro Rugby, una squadra che milita in Serie C. Come vivi in campo il tuo essere religioso? In che modo gli altri giocatori si rapportano con te quando vengono a sapere che sei un frate?

«Con i miei compagni di squadra ho instaurato un ottimo rapporto. All’inizio nascosi la mia identità religiosa per evitare condizionamenti o diffidenze, ne parlai solo con il Presidente e l’allenatore che ringrazio per la sua vicinanza e disponibilità, per giustificare la mia assenza ai match in trasferta. Il capitano fu informato a sua volta e i miei compagni non credevano che io fossi frate. Poi un giorno me lo chiesero personalmente e fu l’inizio di una lunga storia di amicizia e rispetto. I miei compagni si rapportano con me in maniera fraterna e calorosa. Evitano anche durante i match e non solo, di cadere nelle tentazioni linguistiche che potrebbero offendere la mia appartenenza all’Ordine ma soprattutto per la loro stessa dignità di persona e di cristiani. Infatti molti di loro hanno avuto, in molte parti del loro carattere, notevoli cambiamenti, ma sicuramente non per merito mio».

Quale dialogo, secondo te, tra sport e fede? Può lo sport essere strumento di formazione e di educazione alla fede per le giovani generazioni?

«Assolutamente sì. Lo sport è anche un’esperienza educativa oltre che uno strumento aggregativo. Mi viene in mente Don Bosco quando, intuendo la forza comunicativa del gioco, percepì che il gioco stesso oltre ad essere un elemento equilibrante e quindi necessario, sviluppasse aspetti importanti della formazione totale del ragazzo. Lo sport è capace di rappresentare un segno concreto dell’accoglienza e della vitalità giovanile. Bellissima, a proposito, l’invito di Papa Francesco ai giovani di non dimenticare di essere: il campo della fede, gli atleti di Cristo: “Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, un mondo di fratelli, un mondo di giustizia, di solidarietà, di amore, di pace, di fraternità. Giocate in attacco, sempre!».

Il 23 novembre Papa Francesco ha canonizzato in Piazza San Pietro il Beato Nicola Saggio da Longobardi, il primo santo minimo dopo il fondatore San Francesco di Paola. E’ per tutti i minimi una grande occasione gioia. Come vi siete preparati all’evento?

«Ovviamente ci siamo preparati con spirito di preghiera e devozione verso questo nostro confratello Santo. Un esempio per tutti noi di carità e vicinanza ai più poveri e più bisognosi. Abbiamo costituito, per l’occasione, un gruppo di coordinamento finalizzato a formare i calabresi sulle virtù di questo figlio di Calabria, chiedendo la collaborazione di molti, tra cui frati, secolari e laici, creando vari settori. Tutto il 2015 sarà concentrato sulla figura di San Nicola, tra catechesi sia nelle nostre comunità che in altre realtà e per tutti che lo richiederanno, oserei definirlo un anno di grazia per l’Ordine e per le chiese di Calabria, per la terra di Calabria, terra, si dice, che è martoriata dalla delinquenza a dalla malavita organizzata, offrendo quasi solo questo come biglietto da visita. Quando abbiamo la possibilità di far emergere il lato migliore di questa terra eccoci tutti pronti e più uniti che mai».

di Luigi Mariano Guzzo

8 dicembre 2014

FONTE: http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/sport-sport-sport-fede-faith-fe-37951/



Bella testimonianza, bell'intreeccio tra Fede e sport. E non c'è da stupirsi al riguardo..... Dio è dappertutto e può essere portato dovunque, in qualsiasi luogo e situazione, campi da rugby compresi.
Buona fortuna e tanta Grazia per tutto, caro fra Giuseppe Laganà!

Marco