sabato 4 luglio 2015

Muore a 106 anni Nicholas Winton, lo "Schindler britannico"


Nel 1939 mise in salvo centinaia di bambini ebrei dalla Cecoslovacchia e per decenni non ne parlò a nessuno: è morto a 106 anni

«Chi si occuperà dei bambini?». È questa la domanda che si fece Nicholas Winton, un agente di cambio inglese 29enne, quando nel 1938 capitò a Praga. Mentre la guerra si espandeva in tutta l’Europa, alcune associazioni umanitarie avevano iniziato a prendersi cura degli ebrei e di altri gruppi di persone minacciate dalla Germania di Hitler. Ma Winton si accorse che nessuno stava pensando ai bambini che abitavano in Cecoslovacchia.

Ispirandosi a Kindertransport, un’operazione di salvataggio per i bambini attiva in Germania e Austria, Winton si diede una missione che definì la sua “impresa bellica”. Durante la Seconda guerra mondiale è stato stimato che Winton abbia salvato le vite di almeno 669 fra ragazzi e ragazze: per decenni, però, non parlò a nessuno di cosa aveva fatto. Negli ultimi anni l’operazione di Winton è diventata nota a tutti: quando Winton è morto, questo primo di luglio 2015, a 106 anni, la sua storia è tornata su molti giornali. Spesso ci si riferiva a lui come allo “Schindler britannico”: un riferimento al famoso Oskar Schindler, un imprenditore tedesco che riuscì a mettere in salvo 1.200 ebrei e la cui vita è stata resa famosa dal celebre film di Steven Spielberg Schindler’s List.

Ma Winton non era molto a suo agio con gli onori che gli vennero assegnati quand’era ancora in vita, fra cui un cavalierato ricevuto dalla regina Elisabetta: era solito dire che quell’operazione gli aveva occupato «solamente nove mesi di una vita molto lunga».

Quei nove mesi iniziarono nel dicembre del 1938. All’epoca le potenze europee avevano firmato da pochi mesi l’accordo di Monaco, che permetteva alla Germania di annettere parte del territorio della Cecoslovacchia, quello abitato dai Sudeti. Il primo ministro britannico Neville Chamberlain profetizzò che quell’accordo avrebbe garantito diversi anni di pace.

Un giorno Winton si stava preparando per una giornata di sci quando un suo amico, Martin Blake, lo chiamò per dirgli che la gita era annullata. Aggiunse Blake: «Devo andare a Praga. Ho un incarico molto interessante e ho bisogno del tuo aiuto. Raggiungimi il più presto possibile. E non portare gli sci». Blake, un maestro di scuola, era socio della “British Committee for Refugees from Czechoslovakia”, un’associazione che si occupava di assistere ebrei e altri gruppi di persone perseguitate dal regime nazista che avevano lasciato i territori della Cecoslovacchia occupati dai tedeschi.

Winton ha detto al Washington Post che ai tempi si definiva il «segretario onorario della divisione per l’infanzia della “British Committee for Refugees from Czechoslovakia”: gli altri, mi definivano solamente un ingenuo totale».


Winton occupava una stanza in un hotel in piazza San Venceslao – e più tardi un ufficio – nel quale riceveva moduli da genitori che cercavano di far emigrare i propri figli dalla Cecoslovacchia. Migliaia di famiglie facevano la coda fuori dalla sua porta, secondo una testimonianza raccolta dal museo dell’Olocausto statunitense. Ricorda Winton che «ciascuno riteneva che il proprio caso fosse il più urgente. Ma come potevo io – o qualsiasi altra persona a Londra – sapere quale fosse il più urgente fra i casi? Spesso si trattava di storie molto brutte».

Con i documenti dei vari casi in mano, Winton tornava in Inghilterra e cominciava a cercare ospitalità per i bambini. Scriveva lettere ai governi, anche: e molti di essi rifiutavano le sue richieste di assistenza. Fra questi c’erano anche gli Stati Uniti: Winton dice che se solo gli Stati Uniti gli avessero dato una mano, sarebbe riuscito a sistemare almeno duemila bambini (molti dei quali perdevano comunque i loro genitori nei campi di concentramento, e non facevano mai più ritorno a casa).

Mentre lavorava alla borsa e servendosi dell’aiuto di alcuni assistenti – inclusa sua madre – Winton metteva insieme o creava appositamente dei documenti per i bambini, raccoglieva i soldi necessari e cercava famiglie interessate a ospitare bambini tramite annunci di giornale o altri strumenti. In Cecoslovacchia, ebbe l’idea di fotografare i bambini in cerca di un ospite: una foto poteva fare molto più di una lista di nomi. Winton stesso ha ammesso che si trattava di una tecnica “commerciale, sporca”, ma che comunque risultò efficace.

Le famiglie che ospitavano i bambini erano ebree, cristiane o di altre fedi religiose. Ma durante quei mesi, Winton ricorda di avere subito notevoli pressioni da alcuni rabbini, che non volevano che i bambini ebrei andassero in affidamento a famiglie cristiane. Winton ricorda di avergli risposto: «Se preferite un bambino ebreo morto piuttosto che uno vivo e vegeto ma allevato da cristiani, questo è un problema vostro, non mio».

Il primo gruppo di bambini partì da Praga il 14 marzo 1939, un giorno prima dell’invasione dei nazisti della Boemia e della Moravia. Sette altri convogli – l’ultimo partì il 2 agosto 1939 – portarono centinaia di bambini in treno in Europa, dove poi attraversavano la Manica in traghetto. Winton ha confessato di avere esultato per ogni bambino portato in salvo, ma di essersi anche reso conto che «per ogni bambino ebreo arrivato sano e salvo in Inghilterra, ce n’erano centinaia ancora bloccati in Cecoslovacchia». L’ultimo treno doveva partire il 3 settembre 1939, e doveva portare in salvo circa 250 bambini: ma due giorni prima la Germania aveva invaso la Polonia. Era stata dichiarata guerra, e di conseguenza le frontiere erano chiuse. Si pensa che nessuno di quei 250 bambini la cui partenza era prevista per quel giorno sia sopravvissuto.

Winton era nato il 19 maggio 1909 a West Hampsted, in Inghilterra. Benché i suoi antenati fossero ebrei, i suoi genitori lo battezzarono in una chiesa anglicana e cambiarono il nome della famiglia (che prima si chiamava Wertheimer). Non si definiva un religioso: «Quando misi in piedi quell’operazione, non lo feci semplicemente perché si trattava di bambini ebrei. Lo feci solamente perché erano bambini, punto». Dopo la guerra, lavorò ancora nell’ambito delle associazioni umanitarie, e andò in pensione del 1967. Nel 1980, sua moglie Grete Gjelstrup stava riordinando cose in soffitta, quando trovò una cartella piena di documenti che testimoniavano l’operazione del 1939. Winton non gliene aveva mai parlato. I documenti finirono in mano a Elisabeth Maxwell, esperta di Olocausto e moglie dell’imprenditore dell’editoria Robert Maxwell. Poco dopo, la storia di Winton trovò spazio nei giornali britannici e in un programma della BBC, “That’s Life!”. Durante la puntata, a un certo punto, la presentatrice chiese alle persone in sala quanti di loro dovessero la vita a Winton. Fra la sorpresa generale, tutto il pubblico si alzò in piedi.

Winton ha vissuto per lungo tempo a Maidenhead, in Inghilterra, ed è morto nell’ospedale di Slough, nel Berkshire.

di Emyli Langer

2 luglio 2015

FONTE: Washington Post






Un grande Uomo ci ha lasciato ! Onore e merito a Nicholas Winton, che ha salvato tante vite umane dal furore satanico della ideologia nazista.
Ci hai dato un grande esempio Nicholas e mi piace pensare che tutti coloro che hai salvato in vita e che ti hanno preceduto in Cielo, ti verranno incontro alle soglie del Paradiso per accompagnarti nel posto che ti spetta, nella Luce e nell'Amore di Dio senza fine. E gli altri che invece sono ancora su questa terra, serberanno di te un ricordo vivissimo, indelebile, e tanta, tanta riconoscenza e Amore per te. Ma anche tutti coloro che sono venuti a conoscenza della tua storia non ti dimenticheranno mai.
Grazie Nicholas !

Marco


"Chi salva una vita, salva il mondo intero!"

mercoledì 1 luglio 2015

“Il pane a chi serve”, il progetto delle ACLI di Roma per combattere spreco e povertà


Circa 1000 i kg di pane che i volontari recuperano ogni settimana dai panifici e negozi che hanno scelto di aderire all’iniziativa e che poi vengono distribuiti alle associazioni presenti sul territorio che, a loro volta, si occupano di destinarlo a chi ne ha più bisogno.

IL PANE A CHI SERVE - Recuperare il pane del giorno prima rimasto invenduto nelle panetterie per metterlo a disposizione delle associazioni che si occupano di distribuirlo a chi vive in situazione di povertà: questo l’obiettivo del progetto “Il pane a chi serve” portato avanti dalle ACLI di Roma in collaborazione con le ACLI del Lazio e ENAIP IS.

Un’iniziativa che attualmente coinvolge solo alcuni municipi, anche se l’obiettivo è quello di estenderlo presto anche a tante altre zone della Capitale.

COME FUNZIONA IL PROGETTO “IL PANE A CHI SERVE” - Circa 1000 i kg di pane che i volontari recuperano ogni settimana dai panifici e negozi che hanno scelto di aderire all’iniziativa e che poi vengono distribuiti alle associazioni presenti sul territorio che, a loro volta, si occupano di destinarlo a chi ne ha più bisogno.

Un’iniziativa importante tenuto conto che, a Roma, ogni giorno si gettano via ben 200 quintali di pane: uno spreco enorme dal momento che il pane del giorno prima è ancora ottimo. E un fatto ancora più grave tenuto conto che aumentano ogni giorno di più i singoli individui e le famiglie che vivono in condizioni di grandi difficoltà a causa della crisi economica.

IL PROGETTO DELLE ACLI DI ROMA PER IL RECUPERO DEL PANE AVANZATO - Una rete solidale che permette, allo stesso tempo, di evitare lo spreco di un alimento ancora buono e contrastare la povertà.

Attraverso il portale dedicato all’iniziativa è possibile conoscere quali sono le associazioni e gli esercenti coinvolti: presto verrà lanciata inoltre un’app che permetterà di prenotare il pane in tempo reale e facilitarne il recupero.

Per maggiori informazioni consultate il portale “Il pane a chi serve” dedicato al progetto. 


4 aprile 2015


FONTE: http://www.nonsprecare.it/il-pane-a-chi-serve-progetto-acli-roma-contro-spreco-alimentare-poverta





In questi anni di crisi economica dove il numero dei poveri cresce sempre di più, iniziative come queste sono importantissime, anzi fondamentali.

Evitare gli sprechi inutili credo che oramai sia diventata una necessità di tutti.... non solo in questo modo si risparmiano soldi e risorse, ma è anche una vera e propria forma di rispetto verso i poveri, verso coloro che hanno avuto meno di noi (e non per colpa propria). Così come importante è anche poter recuperare le eccedenze alimentari, da poter poi essere distribuite a poveri e bisognosi, proprio come in questa bella iniziativa di Roma. Anche questa è una forma di rispetto, di solidarietà e di Amore..... e la cosa bella è che ognuno può fare la propria parte, senza eccezioni. La speranza, naturalmente, è quella che iniziative come questa non siano circoscritte soltanto alla capitale o alle grandi città, ma si moltiplichino dovunque, in ogni città e centro abitato del nostro belpaese, così da creare una rete di solidarietà che possa coinvolgere tutti. Adesso, più che mai, c'è veramente bisogno di questo.

Marco

domenica 28 giugno 2015

Come vivere felici senza soldi e confidando solamente in Dio


Laura era una grafica pubblicitaria. A 54 anni decide di privarsi di ogni bene materiale, di vivere libera confidando solo ed esclusivamente in Dio

Laura Galletti, oggi 68enne, fino ai 50 anni ha avuto una vita come quella di tante altre persone, era una grafica pubblicitaria, anche se si è sempre sentita stretta nei panni dell’impiegata; «in quei ritmi vertiginosi alla Charlot, dove l’uomo diventa un ingranaggio, dove si guadagna tanto ma non c’è spazio per vivere».
E così, intorno ai 54 anni, la perdita della madre e di una cara amica determina la svolta della sua esistenza: «I lutti e le sconfitte fanno affiorare quello che hai realmente dentro». Inizia così per Laura una vita nuova, di devozione religiosa, tra rinuncia e trascendenza. Prima inizia un lungo periodo presso un centro d’accoglienza gestito dalle suore, poi arriva la decisione di privarsi di ogni bene terreno. Il momento cruciale di questo "trapasso spirituale" avviene a Roma, quando «all’improvviso il cielo si colorò di fuxia e rosso». Un «miracolo celeste» che Laura ricambia spogliandosi di ogni materialità, vivendo la Fede come San Francesco, giorno dopo giorno.
«Oggi mi accontento solo di esistere. Per la prima volta mi sento finalmente radicata in qualcosa: in Dio».

Laura non ha una casa «dormo nei cartoni», vive senza cellulare «non telefono mai» e ha fatto voto rigoroso di non toccare il denaro per nessuna ragione, infatti non chiede mai niente a nessuno, meno che meno l'elemosina, e la sua pensione sociale (429 euro al mese) finisce regolarmente a 15 padri del Terzo Mondo
«che così non sono costretti a lasciare la loro famiglia per venire a lavorare in Europa. È un progetto dei carmelitani di Ciampino, si chiama "Adotta un papà nella sua terra"».
Non possiede nulla di nulla Laura, a parte uno zainetto e un borsone da viaggio dove dentro c’è proprio l’essenziale: un pigiama, un paio di magliette, un paio di pantaloni, uno spazzolino da denti. E le sue inseparabili poesie, quelle scritte da lei. Non è però una barbona Laura. E' sempre perfettamente vestita, con sobria eleganza, pulitissima, le mani e le unghie curate, i capelli che sembrano acconciati dal parrucchiere. E un sorriso che le sale dall'anima e fa luce a chi lo guarda. Laura è orgogliosa di questa esistenza, fiera di vivere fuori da «un sistema con regole fatte da altri» dove «i soldi tolgono la libertà di vivere come si vuole». E guai a farle credere il contrario, lei s’infervora: «Io non faccio nessun sacrificio, si può benissimo vivere senza denaro, basta cambiare il concetto di piacere immergendosi totalmente nella spiritualità». Anche perché «l’uomo è l’unico essere nell’universo che ha bisogno del denaro per vivere, ma il denaro crea soltanto povertà».

Laura naturalmente non possiede neppure un automobile e normalmente si sposta tra Roma, Verona e Firenze muovendosi a piedi. Un’epopea primitiva per molti, una «passeggiata di una settimana» per lei. «Basta seguire le indicazioni, prima vado verso la Futa, poi scendo verso Bologna, quindi la statale fino a Verona».
Laura, come detto, si muove solo a piedi e non fa neppure l'autostop: «Niente autostop: non posso chiedere. Ma se Papà (DIO) mi manda un passaggio, accetto volentieri». Con questo sistema ha girato tutta l'Italia ed è arrivata anche in Terra Santa, a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje e a Santiago di Compostela, «il Cammino no, non l'ho fatto per intero, perché se vuoi dormire negli ostelli ti serve qualche soldo e poi io non posso andare per sentieri, devo percorrere solo strade statali asfaltate: ho un unico paio di scarpe da farmi durare». Laura s’incammina senza sapere dove andare, «vado dove mi porta il cuore», lei, piccola e gracile, vestita d’umiltà, sperduta in quell’alveare urbano ma eternamente convinta delle sue scelte.
Per i pasti Laura ha imparato ad arrangiarsi, mangiando quello che trova: un panino abbandonato frettolosamente da un impiegato in pausa pranzo, oppure una brioche regalata da qualche barista o da qualche turista. A volte s’intrufola nei buffet delle Giubbe Rosse, oppure alle inaugurazioni di qualche negozio. Anche in questo confida sempre totalmente in Dio perchè 
«ogni giorno è un miracolo». Per lavarsi utilizza i bagni pubblici e per ripararsi dal freddo, durante l’inverno, staziona dentro le librerie o nelle biblioteche. Non bussa mai alla Caritas e neppure agli alberghi popolari perchè «non voglio togliere il posto a chi ha davvero bisogno». Non si preoccupa neppure della sua salute: «Dico a Papà: tu mi hai fatta e tu mi devi aggiustare. Non mi ammalo da anni». In tutti questi anni non ha mai avuto né un crampo per la fame e neppure ha mai subito un furto.
«I miracoli accadono quando disinneschi la paura e il male ha potere solo se gli diamo potere. Vivo con Colui che il male l'ha sconfitto
».

FONTI: Corrierefiorentino.it, Vinonuovo.it, Ilgiornale.it, Stefanolorenzetto.it


Questa storia è davvero diversa da tutte quelle che ho postato finora su questo blog, non parla infatti di grandi gesti di Carità o di Solidarietà, ma mette in risalto un grandissimo attributo del nostro buon Dio (o "Papà" come lo chiama confidenzialmente Laura): la Sua Provvidenza!
Con una scelta decisamente controcorrente e probabilmente contro ogni logica razionale, Laura un bel giorno decide di lasciare la sua "vecchia" vita, che non si addiceva certamente alla sua indole libera e spirituale, e decide di lasciare tutto, ma veramente tutto, per vivere una vita completamente diversa, libera, totalmente affidata alla Provvidenza di Dio. Vivendo come il "passero" del cielo e il "giglio" del campo, camminando costantemente "sulle acque" in confidente e fiduciosa appartenenza al suo (e nostro) Papà, Laura trova così la sua vera "dimensione" di vita, senza che nulla di essenziale le venga mai a mancare.
Il tipo di stile di vita intrapreso da Laura, beninteso, non è per tutte le persone, ciascuno ha la propria strada, ognuno la propria via..... ma questa storia ci insegna quanto buono e premuroso è il nostro buon Dio verso ciascuno di noi, sopratutto verso coloro che in Lui confidano totalmente. Anche noi, come Laura, possiamo avere questa fiducia, anche noi possiamo imparare a camminare con nostro Signore sulle acque..... e se così faremo, qualsiasi sia la nostra strada presente e futura, non rimarremo delusi.

Marco

domenica 14 giugno 2015

Vuoi telefonare a Dio?

- Controlla che il prefisso sia giusto.
- Non comporre il numero senza pensarci bene per non fare una telefonata a vuoto.
- Non irritarti quando senti il segnale di «occupato». Attendi e riprova. Sei certo di avere composto il numero giusto?
- Ricorda che una conversazione telefonica con Dio non è un monologo.
- Non parlare continuamente tu, ma ascolta che cosa ha da dirti Lui.
- Se la comunicazione si interrompe, verifica se sei stato tu ad aver interrotto il collegamento.
- Non abituarti a chiamare Dio unicamente in casi di emergenza, scegliendo solo il numero di pronto intervento.
- Non telefonare a Dio solo alle ore della «tariffa ridotta», ossia prevalentemente di domenica.
- Anche nei giorni feriali dovrebbe esserti possibile una breve chiamata ad intervalli regolari.
- Ricordati che le telefonate con Dio sono senza scatti.
- Non dimenticarti di richiamare Dio che ti lascia incessantemente messaggi sulla tua segreteria telefonica.

N.B. Se nonostante l’osservazione di queste norme, la comunicazione risulta difficile, rivolgiti con fiducia allo Spirito Santo:
Egli riattiverà la linea.
Se il tuo apparecchio non funziona per niente, portalo al seminario di riparazione che si chiama perdono.
Qualsiasi apparecchio è garantito a vita e sarà rimesso a nuovo da un trattamento gratuito.


NUMERI TELEFONICI D’EMERGENZA

Quando sei nel dolore – Giovanni 14
Quando gli uomini ti abbandonano – Salmo 27
Se vuoi essere utile – Giovanni 15
Quando hai peccato – Salmo 51
Quando sei preoccupato – Mat 6,19-34
Quando sei in pericolo – Salmo 91
Quando Dio ti sembra lontano – Salmo 139
Quando la tua fede vacilla – Ebrei 11
Quando sei solo e timoroso – Salmo 23
Quando provi amarezza – 1 Corinzi 13
Se cerchi il segreto della felicità – Col 3,12-17
Per la comprensione del Cristianesimo – 2 Cor 5,15-19
Quando ti senti giù e a disagio – Romani 8,31
Quando vuoi pace e riposo – Mat 11,25-30
Se cerchi rifugio dal mondo – Salmo 90
Quando vuoi certezza cristiana - Rom 8,1-30
Quando sei lontano da casa – Salmo 121
Quando la tua preghiera è arida – Salmo 67
Per una grande opportunità/invenzione – Isaia 55
Quando vuoi coraggio per un incarico – Giosuè 1
Per andare d’accordo con gli altri – Romani 12
Se ti preoccupi per i tuoi affari – Marco 10,23-27
Se sei depresso – Salmo 27
Se il tuo portafoglio è vuoto – Salmo 37
Se perdi la fiducia nelle persone – 1 Corinzi 13
Se le persone sembrano scortesi – Giovanni 15
Se sei scoraggiato per il lavoro – Salmo 126
Se il mondo è troppo piccolo per te – Salmo 19

Numeri Alternativi:

Per affrontare la paura – Salmo 34,7
Per avere sicurezza – Salmo 121,3
Per avere certezza – Marco 8,35
Per avere rassicurazione – Salmo 145,18


martedì 2 giugno 2015

Lì dove abita la tenerezza del Signore


Restituire dignità e speranza alle donne vittime della prostituzione. Per farlo suor Rita Giaretta ha creato Casa Rut, “un luogo che profuma di resurrezione e non di giudizio”


“Capivo che volevo abbracciare il mondo con tutto il cuore e che la mia vita volevo donarla, spenderla per le donne. Noi pensiamo che la schiavitù sia stata abolita, che nella nostra società odierna non esista più, che non ci riguardi o che riguardi semplicemente il passato. Invece ci è accanto invisibile, muta! E' nel nostro Paese! La prostituzione è schiavitù femminile, che viola la dignità e il corpo delle donne, costrette a pagare quel pezzo di marciapiede sul quale lavorano con debiti che le legano a vita alla camorra! E mi chiedo... gli uomini? E noi donne? Cosa facciamo? Questa domanda crescente dei cosiddetti "clienti", non riguarda forse noi tutti?”.
Le parole di suor Rita Giaretta pesano come macigni. Impossibile rimanere indifferenti. Smascherano con franchezza rara la cecità comoda a cui ci siamo abituati. Gli occhi grigi attenti, il tono della voce che riesce in una doppia impresa: essere severo, incisivo, forte, ma allo stesso tempo dolce e avvolgente, misericordioso, materno, capace di penetrare il cuore umano, portandolo con immediatezza alle grandi domande della vita. Davvero non si può fare nulla per cambiare le cose, sopratutto quelle che sembrano essere così dagli albori dell'umanità?

In viaggio verso l'amore

Un filo delicatissimo e tutto rosa unisce passato e presente di questa donna coraggiosa, oggi Suora Orsolina del Sacro Cuore di Maria. La vocazione religiosa per Rita Giaretta arriva nella maturità.
“Avevo 29 anni e una vita che si stava già svolgendo pienamente. Avevo il mio lavoro di infermiera, tante amicizie, un compagno con cui facevo progetti”. Nell'ambito del lavoro ha un interesse particolare: “Mi impegnavo nel sindacato per la tutela dei diritti delle donne. Mi accorgevo delle ingiustizie, di quanto fosse necessario combattere ogni momento per guadagnarsi certi diritti minimi che poi non erano mai acquisiti, ma un continuo impegno. Ecco, avevo una vita ordinaria, ma sentivo dentro di me una voce, non ancora distinta, che mi faceva capire che nonostante tutto quella non era la mia strada. Un viaggio in India con degli amici missionari mi ha portato al cuore dell'umanità. Lì dove la vita faceva fatica, ecco tutta la dignità, il rispetto per l'esistenza che andava soccorsa. Quella voce iniziava a farsi più nitida, il Signore mi stava chiamando. Ma un altro passo è stato decisivo. Insieme a me, nella clinica privata presso cui lavoravo, c'era una suora orsolina che prestava servizio. Ho iniziato a prendere qualche caffè con lei ma più per sfida, per prenderla quasi in giro, e invece dopo alcuni esercizi spirituali fatti con lei e le sue consorelle, ho capito che quella poteva essere finalmente la strada per me”.


Cuore amante


Rita entra nella congregazione delle Orsoline a Vicenza. La sua scelta si scontra però con l'opposizione dei genitori: “Non capivo perchè tanto dolore potesse essere causato dalla mia volontà di seguire Gesù, ma è scritto anche nel Vangelo”. Nel 1995 lascia Vicenza e viene trasferita al sud. “Per me è stato un passo in più nel realizzare la mia vocazione di donna consacrata. Ho sempre sentito dentro di me questa forza, questo desiderio di andare verso la terra del Sud, lì dove era più necessaria una presenza religiosa, e direi proprio femminile. Lì dove era necessario svelare la tenerezza e il cuore amante di Dio a chi era nel bisogno”. Il 2 ottobre 1995, il giorno degli angeli custodi, suor Rita e le sue consorelle si trasferiscono a Caserta. Partono senza un progetto preciso. Si lasciano toccare dalla gente, dalle domande di chi incontrano. “Non è stato facile all'inizio, ma volevamo incarnare quella che Papa Francesco oggi chiama una "Chiesa in uscita". Così, andando in giro per le strade, ci siamo accorte di queste ragazze, spesso minorenni, ridotte in schiavitù e vittime della tratta. Un pugno nello stomaco. Quelle ragazze, quelle donne maltrattate, violentate, fracassate, rese oggetto, chiamavano noi”.

Il giorno delle primule


L'8 marzo 1997, in occasione della festa delle donne, suor Rita e le sue consorelle decidono di andare incontro a queste ragazze. La polizia, che hanno consultato, le ha invitate a desistere, ma loro sono determinate. L'amore è più forte di tutto.
“Abbiamo deciso di andare noi in strada, come andava Gesù e come ci insegna il Vangelo, a portare un gesto di tenerezza, un abbraccio d'amore per loro. Con noi abbiamo portato un vasetto di primule e un bigliettino in cui c'era scritto: "Cara amica qualcuno pensa a te con amore". Ricordo la commozione e la delicatezza di quel primo incontro. Loro non si aspettavano che ci saremmo avvicinate. Ricordo la loro paura iniziale, poi l'apertura, le confidenze disperate fino alle preghiere a mani giunte. "Tornate! Tornate! No buono questo lavoro". E da quel momento abbiamo capito che quello era il nostro posto, era il mio!”.

Corpi rigenerati

Per aiutare le donne vittime della tratta nel casertano, pochi giorni a settimana non bastano. Suor Rita vuole fare di più. Inizia a dare una brandina a chi tra violenze sul corpo e debiti da saldare rischia la vita. Le brandine si sommano, si accavallano nel convento, nasce spontaneo il bisogno di disporre di una casa dove accogliere queste giovani creature, spesso madri, sottraendole a un destino che sembra già scritto.
“Troppo spesso si dice "c'è sempre stata la prostituzione", ma questa non è una giustificazione per non fare nulla! Qualcosa si può fare, dobbiamo crederci e volerlo. Casa Rut è nata con l'idea di essere casa accogliente, volto della tenerezza di Dio, luogo che profuma di resurrezione e di non giudizio. Sì, di non giudizio. La prima cosa è non giudicare, è amarle nella loro interezza. Queste donne si vergognano, loro sì. E chi le usa no... Perchè? Loro che non riescono a guardarsi allo specchio o che si truccano così tanto da coprire il viso. Non c'è cosa più bella, miracolo più grande che vedere fiorire quei volti, puliti, rigenerati perchè semplicemente amati! Corpi martoriati, spezzati, fracassati che trovano braccia pronte ad abbracciarle e guarirle senza pregiudizi”.

Perchè abbiano la vita

Casa Rut è sorta nel cuore di un condominio, sulla strada che porta alla Reggia di Caserta. “Che bello pensare che la nostra casa è sulla via della bellezza! Siamo verso la bellezza e dentro un condominio che ha imparato a volerci bene e a crescere con noi. E' un movimento che non esclude nessuno. Casa Rut è incastonata in un territorio che cresce con lei e lei con lui. Non si può fare a meno di nessuno. Abbiamo angeli custodi anonimi che lasciano biscotti per le ragazze fuori dalla porta, mamme che cercano babysitter o amici che vogliono insegnare alle ragazze l'italiano. Ricordiamoci che un'ora donata è un'ora di grazia, un'ora che umanizza!”. Il sorriso di suor Rita è un abbraccio materno, caldo. “Ho tanti figli e figlie. Al contrario di quanto si possa pensare, tutte le dimensioni umane si sviluppano in questa mia scelta, sento questa abbondanza che è fecondità”.
C'è un versetto del Vangelo particolarmente caro a suor Rita. Casa Rut è stata costruita su queste parole e in esse trova sempre nuova linfa per rigenerare nell'amore donne e amiche che accoglie: “Sono venuto perchè abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Apriamo occhi e cuore perchè tutti abbiano vita e l'abbiano piena in Cristo.


Sartoria etnica

Nel 2004, grazie all'aiuto di tante amiche e amici, è nata NeWhope ("nuova speranza"), cooperativa sociale che ha attirato un laboratorio di sartoria etnica a Casa Rut. Ad abiti per prime comunioni e a un servizio di riparazioni sartoriali, dal 2008 si affianca anche la produzione di tovaglie, zaini e tanti altri coloratissimi manufatti etnici. L'obiettivo è dare un lavoro e rendere possibile la piena integrità di queste giovani donne nella nostra società, mettendo sempre al primo posto la tutela e la dignità della donna.

Bomboniere della speranza


Un'altra bellissima iniziativa riguarda le "bomboniere della speranza" che si possono ordinare direttamente a Casa Rut o tramite il sito internet della comunità. “Quelle mani che un tempo erano vittime di violenza oggi producono bellezza. Cucendo e assemblando è un pò come se le nostre ragazze ricucissero la loro vita per ricominciare”, dice suor Rita.


di Maria Luisa Rinaldi

FONTE: A Sua Immagine N. 104
3 gennaio 2015


C'è veramente tutto in questa storia: il brutto e il Bello del nostro mondo, della nostra società.
Il brutto che consiste nell'orribile sfruttamento delle donne, trattate come vere e proprie schiave e costrette da uomini senza scrupoli a vendere il proprio corpo ad altri uomini senza morale che di certo non si pongono tanti problemi nel fare quello che fanno.
E poi c'è il Bello, la splendida vocazione di suor Rita Giaretta, chiamata dal Signore ad accuparsi di queste donne, toglierle dalla strada e donare loro quell'Amore e quella Dignità che fino ad ora non avevano avuto la possibilità di avere. E questo è per loro come una rinascita, significa essere rigenerate nello spirito e nel corpo, e poter ricominciare una nuova vita, con degli affetti sinceri e genuini, con un lavoro dignitoso..... tutto quello che fin qui era stato a loro negato.
Questa è la forza dell'Amore, quello Vero, quello che, ci auguriamo tutti, possa trionfare sempre sul male, fino a estirparlo fin dalle sue radici più profonde.

Marco 

martedì 26 maggio 2015

Smocking, fiori e cioccolatini e va in ospedale dalla moglie per festeggiare il 57esimo anniversario del loro matrimonio


L'Amore, quello Vero, è la più grande e prorompente Forza che ci sia.... e, cosa bella, non sente il "peso" del tempo.

Jim e Elinor Russel, sono una coppia che viene dalla Georgia, si sono conosciuti da bambini e si sono fidanzati solo quanfo Jim è tornato dalla Seconda Guerra Mondiale. Si sono sposati il 20 maggio 1958 e, nonostante quel giorno ci fosse una tempesta, il loro amore ha sconfitto ogni sfida, ha superato ogni prova del tempo ed oggi è più vivo che mai. Per 56 anni infatti, la coppia ha festeggiato l'anniversario del loro matrimonio, un giorno speciale per loro perchè suggello della loro duratura unione, da trascorrere assieme, sempre e comunque.
Per il 57esimo anniversario però, Jim ha voluto fare qualcosa di più, perchè la sua Elinor si trovava in un letto d'ospedale e allora bisognava fare qualcosa di speciale. E così Jim, incoraggiato dalla sua famiglia, ha tirato fuori la sua vena più romantica, ha indossato un elegante smoking e, con tanto di bouquet di rose e cioccolatini, ha fatto visita alla sua amata.
L'iniziativa di Jim è stata un successone, tutti si sono commossi al suo ingresso e la sua eleganza ha strappato un sorriso alla donna della sua vita. Jim ha infatti raccontato ai media locali: “Sapevo che dovevo fare qualcosa di speciale per la mia sposa.... e così ho fatto”. La coppia ha pranzato insieme in ospedale e poi hanno guardato un po' di televisione insieme dedicato del tempo ai loro telefilm preferiti. “Un momento meraviglioso”, ha commentato Elinor ad Abc News. “Stare in ospedale è noioso - ha aggiunto la donna - così quando l'ho visto arrivare ho sorriso come facevo in gioventù, quando ballavamo insieme”.


È stata la nipote della coppia, Reid Russel, a condividere le fotografie dell'incontro dei loro nonni, non nascondendo il proprio orgoglio nell'avere due nonni così. Questo semplice tweet è divenuto ben presto virale, arrivando a 34mila like in meno di un mese e facendo così conoscere la storia dei due nonni innamorati in gran parte del mondo.

Marco

martedì 5 maggio 2015

Ha 3 anni e soffre di distrofia muscolare: la sorellina si prende cura di lui


Joel Wilkinson ha 3 anni e soffre di distrofia muscolare. La famiglia è rimasta sotto shock quando ha scoperto la diagnosi, ma la sua sorellina Phoebe non si è lasciata prendere dal panico. Passa intere giornate in sua compagnia in modo da rendere la sua vita il più felice possibile.

Joel Wilkinson è un bimbo di soli 3 anni e sei mesi fa gli è stata diagnosticata la Distrofia Muscolare di Duchenne, una malattia rara che indebolisce lentamente i muscoli, fino a rendere completamente incapaci di camminare. Il bambino fin da piccolo non riusciva a camminare bene e, quando i medici hanno detto alla famiglia che si trattava di una condizione incurabile, sono rimasti tutti letteralmente devastati e scioccati.

Presto Joel avrà bisogno di una sedia a rotelle e i medici hanno già detto che non riuscirà a superare i 20 anni. Sua sorella Phoebe ha solo 5 anni, eppure non si è lasciata prendere dal panico. Ha deciso che ogni giorno dimostrerà il suo grande amore per il fratellino. Si prende cura di lui fin da quando si sveglia, lo aiuta a vestirsi, ad allacciarsi le scarpe, a fare colazione e gioca con lui tenendogli la mano. La mamma dei piccoli ha infatti raccontato: “Avevamo il cuore spezzato quando abbiamo scoperto che Joel aveva una malattia terminale così orribile. Lo abbiamo detto subito a Phoebe, che si è dimostrata premurosa e dolce. E’ un sollievo che passi il tempo con lui quando non ci sono”.

La bambina infatti sta con lui ogni giorno
, preoccupandosi che non si stanchi troppo. I suoi genitori Emma, di ​​33 anni, e Chris, di 36, stanno cercando di rendere la sua breve vita gioiosa e felice. La malattia colpisce circa una persona su 3500 e nella famiglia di Joel tutti sperano che i medici trovino presto una medicina o un trattamento per salvarlo. Intanto, è stato istituito un sito di raccolta fondi. Con il denaro guadagnato si cercherà di rendere la vita del piccolo il più confortevole possibile.

di Valeria Paglionico

10 aprile 2015

FONTE: http://donna.fanpage.it/ha-3-anni-e-soffre-di-distrofia-muscolare-la-sorellina-si-prende-cura-di-lui/


Storia di grande dolore ma anche di grande Amore..... e bisogna proprio dire che molto spesso i bambini ci sanno sorprendere per l'Amore puro che sanno donare.
Tanti cari Auguri al piccolo Joel e alla sua splendida famiglia, che certamente non mancherà di donargli tutto l'Amore e tutta la Felicità possibile.

Marc
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