giovedì 23 luglio 2015

«Educare alla vita i ragazzi difficili». La scelta di Giorgia Benusiglio

A 17 anni rischiò di morire per l’ecstasy. Oggi il suo lavoro è aiutare gli adolescenti

Giorgia arriva trafelata, affida i cagnolini al fidanzato e si concede un’oretta per parlare di sé. Non capita tanto spesso. «Misuro il tempo libero con il contagocce», sorride, «praticamente vado a ruba».
La cercano tutti, in effetti. Nelle scuole, nelle carceri, ai convegni, nelle comunità di recupero, ai workshop, negli incontri pubblici e nelle piccole riunioni di settore. Chiedono la sua presenza professori e genitori, educatori e psicologi, da un capo a all’altro della Penisola e ultimamente anche oltre confine. E quando è a casa le basta dare un’occhiata alla posta o ai messaggini arrivati via WhatsApp, ce ne sono sempre in gran quantità. Tutto questo in direzione di un unico argomento: la devianza giovanile, cioè la strada sbagliata che porta le esistenze di ragazzi e ragazze verso la droga, l’alcol, l’autolesionismo, il bullismo, l’anoressia, il cyberbullismo... «Non l’avrei mai detto. Stavo per morire e invece guarda cosa sto facendo... Adesso questa è la mia vita, il mio lavoro. Studio, mi aggiorno, seguo tutto e tutti e provo a fare del mio meglio per educare alla vita ragazzi che hanno bisogno di essere ascoltati e capiti, due cose per nulla scontate».

Riavvolgiamo il nastro del tempo, torniamo a una sera in discoteca dell’anno 1999. Giorgia aveva 17 anni e voglia di ballare fino all’alba. Prese una mezza pasticca di ecstasy e finì all’ospedale di Niguarda con un’epatite tossico-fulminante. Il suo cuore stava rallentando e si sarebbe fermato in poche ore se Alessandra, una ragazza di 19 anni, non si fosse schiantata in macchina a centinaia di chilometri da lei. C’era una donatrice e i medici tentarono il trapianto, il primo in Italia dopo una diagnosi di quel genere. Giorgia (che di cognome fa Benusiglio) promise a se stessa e a suo padre Mario che se fosse sopravvissuta sarebbe andata di scuola in scuola a fare della sua esperienza una campagna antidroga. Andò bene e quella ragazzina magra magra tornò a casa ad affrontare il lunghissimo percorso post-trapianto (che in realtà non finirà mai).
Nel 2007 arrivò l’ora di mantenere la vecchia promessa. La prima scuola fu a Milano e da lì in poi arrivarono richieste per decine e decine di interventi, ovunque. Giorgia sapeva come parlare ai ragazzini, gli insegnanti si accorsero della sua capacità di entrare in sintonia con loro e lei cominciò a capire che forse proprio quello era il futuro che più le corrispondeva. Nel 2010 scrisse un libro che amplificò l’effetto (Vuoi trasgredire? Non farti!) e lo stesso anno si laureò in Scienze della formazione primaria. L’indirizzo? Psicologia della famiglia ovviamente, e la sua tesi, manco a dirlo, puntò sui comportamenti devianti e a rischio e sui punti deboli della crescita adolescenziale.

«Più entravo in quel mondo più mi ci appassionavo - spiega lei -. Così non ho mai smesso di leggere e studiare, ho coltivato contatti importanti che mi hanno molto arricchito, ho moltiplicato gli impegni sull’argomento adolescenza. Ho conosciuto mostri sacri dello studio sulle dipendenze, come Riccardo Gatti, tanto per citarne uno». Nei 32 anni di Giorgia ci sono collaborazioni con la Comunità di San Patrignano, con Onlus come «Cuore e Parole», con don Mazzi, con la Kayros di don Burgio (cappellano del carcere minorile Beccaria) e progetti di lavoro con gruppi di psicologi, di detenuti e di educatori. Una vera e propria professione, ormai. Lei è diventata un’autorità, tanto da meritarsi il prestigio di un riconoscimento americano (il premio Melvin Jones Fellow). Ma quello che più la fa felice sono le parole di chi le scrive o la chiama per dirle che la sua vita sta andando un po’ meglio da quando lei ha cominciato a farne parte. Per esempio queste: «Cara Giorgia, volevo ringraziarti per avermi salvato la vita. Se non fosse stato per te io quella mezza pasticca di ecstasy l’avrei provata (...) per dimenticare, perché mi vedo molto brutta e mi sento molto sola». Ogni messaggio racconta un dramma: «Cara Giorgia stamattina, quando hai parlato di bulimia, anoressia e autolesionismo ho pensato che con te potevo sfogarmi. Ho 13 anni e da un anno sono autolesionista(...) ogni volta che sto male la prima cosa che penso è farmi del male».
Molti affidano confidenze a «Giorgia Benusiglio prevenzione droga», la sua pagina facebook: «Ho 13 anni, da un po’ di tempo penso che la mia vita debba finire adesso. Sono autolesionista, mi limito a farmi del male con le unghie ma ho quasi tentato il suicido quando in casa non c’era nessuno...».
Qualche volta a scrivere sono le madri. Non sanno come comportarsi davanti a una figlia o un figlio adolescente che sembra voler comunicare con tutti tranne che con loro. «Io non ho certo la pretesa di sapere cosa fare in ogni occasione - dice Giorgia -, ma so che spesso bastano piccole cose a fare grandi differenze. Un esempio? Se tua figlia è lontana a studiare da qualche parte non le chiedere ogni santo giorno: cos’hai mangiato? Chiedile se si sta divertendo, se sta bene. Cambiano i toni immediatamente. Quando mi riscrivono per dirmi che ha funzionato io mi sento felice. Per loro e per me stessa».

di Giusi Fasano

31 maggio 2015

FONTE: http://www.corriere.it/cronache/15_maggio_31/educare-vita-ragazzi-difficili-scelta-giorgia-benusiglio-51207b18-075d-11e5-811d-00d7b670a5d4.shtml


Ecco una storia che ci insegna come da un male vissuto, spesso ne può uscire un Bene, come da una cattiva esperienza possono scaturire dei frutti estremamente buoni e duraturi. E questo è proprio il caso di Giorgia Benusiglio, che da una tragica esperienza che l'ha portata fin sulla soglia della morte, è ritornata alla vita con la fortissima motivazione di aiutare tutta quella gioventù che spesso si ritrova allo sbando, incamminata verso cattive strade e ammaliata da false luci. E c'è davvero molto bisogno di testimonianze forti e dell'esperienza di persone come Giorgia, per aiutare giovani e genitori.

Marco

venerdì 10 luglio 2015

Mamma, dobbiamo dargli da mangiare!


Un bimbo di 5 anni fa piangere un intero ristorante con un atto di grande solidarietà


Penso che Ava Faulk non avrebbe mai immaginato che portare suo figlio in un ristorante di waffles lo avrebbe fatto conoscere a livello mondiale.

Josiah Duncan è un bambino di cinque anni che negli ultimi giorni ha attirato su di sé l'attenzione della rete.

Insieme alla mamma stava mangiano alla Waffle House di Prattville (Stati Uniti) quando ha notato che un uomo con i vestiti sporchi stava fuori dal ristorante con un sacco in mano.

Josiah si è subito incuriosito e preoccupato. “Che vuol dire?”, ha chiesto.

Ava ha risposto al figlio che l'uomo non aveva una casa, il che ha suscitato ancor di più l'interesse del bambino. Dopo aver capito che l'uomo era un senzatetto e che probabilmente nessun parente o amico si interessava a lui, Josiah si è arrabbiato scoprendo che l'uomo non aveva da mangiare.

Mamma, dobbiamo dargli da mangiare”, ha detto.

La madre ha raccontato che è stata felice di poter appoggiare il figlio nell'aiutare una persona bisognosa. “Egli [il senzatetto] è entrato e si è seduto, ma nessuno è andato da lui. Allora Josiah è andato al suo tavolo e gli ha chiesto se aveva bisogno di un menù, perché nessuno riesce a fare un'ordinazione senza averne consultato uno”, ha riferito alla WSFA-TV.

Josiah e la madre hanno detto all'uomo che avrebbe potuto ordinare qualsiasi cosa, anche una buona porzione di pancetta. In quel momento, ha rivelato Ava, 11 persone erano ferme nel ristorante a guardare tutta la scena.

È stato però quando è arrivato il cibo che il bambino ha fatto piangere tutti.

La mamma ha rivelato che è stato un ultimo gesto di solidarietà che ha fatto venire le lacrime agli occhi a tutti i presenti. Quando è arrivato il cibo, Josiah ha infatti cantato una benedizione appassionata in mezzo al ristorante.

Dio, nostro Padre... Dio, nostro Padre, ti ringraziamo... Ti ringraziamo, per le nostre tante benedizioni... per le nostre tante benedizioni. Amen, amen!

L'uomo ha pianto. Io ho pianto. Tutto il ristorante ha pianto”, ha raccontato Ava. Appena finito di mangiare, l'uomo ha lasciato il ristorante. Il suo destino è incerto, ma sicuramente non dimenticherà mai Josiah.

Sarà sempre uno dei maggiori risultati come madre che potrò mai testimoniare”, ha concluso Ava.


Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti

25 maggio 2015

FONTE: Aleteia.org/it
http://www.aleteia.org/it/stile-di-vita/articolo/mamma-dobbiamo-dargli-da-mangiare-5885856304857088


Che storia stupenda..... davvero meravigliosa nella sua semplicità e purezza! La semplicità e la purezza di un bambino, che senza tanti artifici, barriere mentali o "prudenze" umane, si è rivolto a un povero affamato con lo slancio di chi ha solamente una cosa da dare: il proprio cuore puro! E poi quel ringraziamento finale al buon Dio che ha fatto commuovere tutti..... anche questo è un grande insegnamento, perchè il Signore andrebbe ringraziato sempre, sempre e per ogni cosa.
Essere nelle condizioni di poter "dare" è un grande privilegio e dovrebbe essere una condizione da "utilizzare" al meglio delle nostre possibilità. Come disse una persona molto saggia: "Non ci sono i ricchi per i poveri..... ma i poveri per i ricchi". Impariamo quindi da questo bambino a donare, donare sempre, con purezza, le nostre risorse, il nostro tempo.... il nostro cuore. E non creda che chi è nelle possibilità di donare, di essere migliore di chi invece è solo nella possibilità di poter ricevere.... perchè non è affatto così! Ma nell'una o nell'altra condizione, in qualsiasi situazione ci possiamo trovare, cerchiamo sempre di essere grati a Dio, perchè tutto è Dono, tutto è sempre per il nostro maggior Bene.

Marco   

sabato 4 luglio 2015

Muore a 106 anni Nicholas Winton, lo "Schindler britannico"


Nel 1939 mise in salvo centinaia di bambini ebrei dalla Cecoslovacchia e per decenni non ne parlò a nessuno: è morto a 106 anni

«Chi si occuperà dei bambini?». È questa la domanda che si fece Nicholas Winton, un agente di cambio inglese 29enne, quando nel 1938 capitò a Praga. Mentre la guerra si espandeva in tutta l’Europa, alcune associazioni umanitarie avevano iniziato a prendersi cura degli ebrei e di altri gruppi di persone minacciate dalla Germania di Hitler. Ma Winton si accorse che nessuno stava pensando ai bambini che abitavano in Cecoslovacchia.

Ispirandosi a Kindertransport, un’operazione di salvataggio per i bambini attiva in Germania e Austria, Winton si diede una missione che definì la sua “impresa bellica”. Durante la Seconda guerra mondiale è stato stimato che Winton abbia salvato le vite di almeno 669 fra ragazzi e ragazze: per decenni, però, non parlò a nessuno di cosa aveva fatto. Negli ultimi anni l’operazione di Winton è diventata nota a tutti: quando Winton è morto, questo primo di luglio 2015, a 106 anni, la sua storia è tornata su molti giornali. Spesso ci si riferiva a lui come allo “Schindler britannico”: un riferimento al famoso Oskar Schindler, un imprenditore tedesco che riuscì a mettere in salvo 1.200 ebrei e la cui vita è stata resa famosa dal celebre film di Steven Spielberg Schindler’s List.

Ma Winton non era molto a suo agio con gli onori che gli vennero assegnati quand’era ancora in vita, fra cui un cavalierato ricevuto dalla regina Elisabetta: era solito dire che quell’operazione gli aveva occupato «solamente nove mesi di una vita molto lunga».

Quei nove mesi iniziarono nel dicembre del 1938. All’epoca le potenze europee avevano firmato da pochi mesi l’accordo di Monaco, che permetteva alla Germania di annettere parte del territorio della Cecoslovacchia, quello abitato dai Sudeti. Il primo ministro britannico Neville Chamberlain profetizzò che quell’accordo avrebbe garantito diversi anni di pace.

Un giorno Winton si stava preparando per una giornata di sci quando un suo amico, Martin Blake, lo chiamò per dirgli che la gita era annullata. Aggiunse Blake: «Devo andare a Praga. Ho un incarico molto interessante e ho bisogno del tuo aiuto. Raggiungimi il più presto possibile. E non portare gli sci». Blake, un maestro di scuola, era socio della “British Committee for Refugees from Czechoslovakia”, un’associazione che si occupava di assistere ebrei e altri gruppi di persone perseguitate dal regime nazista che avevano lasciato i territori della Cecoslovacchia occupati dai tedeschi.

Winton ha detto al Washington Post che ai tempi si definiva il «segretario onorario della divisione per l’infanzia della “British Committee for Refugees from Czechoslovakia”: gli altri, mi definivano solamente un ingenuo totale».


Winton occupava una stanza in un hotel in piazza San Venceslao – e più tardi un ufficio – nel quale riceveva moduli da genitori che cercavano di far emigrare i propri figli dalla Cecoslovacchia. Migliaia di famiglie facevano la coda fuori dalla sua porta, secondo una testimonianza raccolta dal museo dell’Olocausto statunitense. Ricorda Winton che «ciascuno riteneva che il proprio caso fosse il più urgente. Ma come potevo io – o qualsiasi altra persona a Londra – sapere quale fosse il più urgente fra i casi? Spesso si trattava di storie molto brutte».

Con i documenti dei vari casi in mano, Winton tornava in Inghilterra e cominciava a cercare ospitalità per i bambini. Scriveva lettere ai governi, anche: e molti di essi rifiutavano le sue richieste di assistenza. Fra questi c’erano anche gli Stati Uniti: Winton dice che se solo gli Stati Uniti gli avessero dato una mano, sarebbe riuscito a sistemare almeno duemila bambini (molti dei quali perdevano comunque i loro genitori nei campi di concentramento, e non facevano mai più ritorno a casa).

Mentre lavorava alla borsa e servendosi dell’aiuto di alcuni assistenti – inclusa sua madre – Winton metteva insieme o creava appositamente dei documenti per i bambini, raccoglieva i soldi necessari e cercava famiglie interessate a ospitare bambini tramite annunci di giornale o altri strumenti. In Cecoslovacchia, ebbe l’idea di fotografare i bambini in cerca di un ospite: una foto poteva fare molto più di una lista di nomi. Winton stesso ha ammesso che si trattava di una tecnica “commerciale, sporca”, ma che comunque risultò efficace.

Le famiglie che ospitavano i bambini erano ebree, cristiane o di altre fedi religiose. Ma durante quei mesi, Winton ricorda di avere subito notevoli pressioni da alcuni rabbini, che non volevano che i bambini ebrei andassero in affidamento a famiglie cristiane. Winton ricorda di avergli risposto: «Se preferite un bambino ebreo morto piuttosto che uno vivo e vegeto ma allevato da cristiani, questo è un problema vostro, non mio».

Il primo gruppo di bambini partì da Praga il 14 marzo 1939, un giorno prima dell’invasione dei nazisti della Boemia e della Moravia. Sette altri convogli – l’ultimo partì il 2 agosto 1939 – portarono centinaia di bambini in treno in Europa, dove poi attraversavano la Manica in traghetto. Winton ha confessato di avere esultato per ogni bambino portato in salvo, ma di essersi anche reso conto che «per ogni bambino ebreo arrivato sano e salvo in Inghilterra, ce n’erano centinaia ancora bloccati in Cecoslovacchia». L’ultimo treno doveva partire il 3 settembre 1939, e doveva portare in salvo circa 250 bambini: ma due giorni prima la Germania aveva invaso la Polonia. Era stata dichiarata guerra, e di conseguenza le frontiere erano chiuse. Si pensa che nessuno di quei 250 bambini la cui partenza era prevista per quel giorno sia sopravvissuto.

Winton era nato il 19 maggio 1909 a West Hampsted, in Inghilterra. Benché i suoi antenati fossero ebrei, i suoi genitori lo battezzarono in una chiesa anglicana e cambiarono il nome della famiglia (che prima si chiamava Wertheimer). Non si definiva un religioso: «Quando misi in piedi quell’operazione, non lo feci semplicemente perché si trattava di bambini ebrei. Lo feci solamente perché erano bambini, punto». Dopo la guerra, lavorò ancora nell’ambito delle associazioni umanitarie, e andò in pensione del 1967. Nel 1980, sua moglie Grete Gjelstrup stava riordinando cose in soffitta, quando trovò una cartella piena di documenti che testimoniavano l’operazione del 1939. Winton non gliene aveva mai parlato. I documenti finirono in mano a Elisabeth Maxwell, esperta di Olocausto e moglie dell’imprenditore dell’editoria Robert Maxwell. Poco dopo, la storia di Winton trovò spazio nei giornali britannici e in un programma della BBC, “That’s Life!”. Durante la puntata, a un certo punto, la presentatrice chiese alle persone in sala quanti di loro dovessero la vita a Winton. Fra la sorpresa generale, tutto il pubblico si alzò in piedi.

Winton ha vissuto per lungo tempo a Maidenhead, in Inghilterra, ed è morto nell’ospedale di Slough, nel Berkshire.

di Emyli Langer

2 luglio 2015

FONTE: Washington Post






Un grande Uomo ci ha lasciato ! Onore e merito a Nicholas Winton, che ha salvato tante vite umane dal furore satanico della ideologia nazista.
Ci hai dato un grande esempio Nicholas e mi piace pensare che tutti coloro che hai salvato in vita e che ti hanno preceduto in Cielo, ti verranno incontro alle soglie del Paradiso per accompagnarti nel posto che ti spetta, nella Luce e nell'Amore di Dio senza fine. E gli altri che invece sono ancora su questa terra, serberanno di te un ricordo vivissimo, indelebile, e tanta, tanta riconoscenza e Amore per te. Ma anche tutti coloro che sono venuti a conoscenza della tua storia non ti dimenticheranno mai.
Grazie Nicholas !

Marco


"Chi salva una vita, salva il mondo intero!"

mercoledì 1 luglio 2015

“Il pane a chi serve”, il progetto delle ACLI di Roma per combattere spreco e povertà


Circa 1000 i kg di pane che i volontari recuperano ogni settimana dai panifici e negozi che hanno scelto di aderire all’iniziativa e che poi vengono distribuiti alle associazioni presenti sul territorio che, a loro volta, si occupano di destinarlo a chi ne ha più bisogno.

IL PANE A CHI SERVE - Recuperare il pane del giorno prima rimasto invenduto nelle panetterie per metterlo a disposizione delle associazioni che si occupano di distribuirlo a chi vive in situazione di povertà: questo l’obiettivo del progetto “Il pane a chi serve” portato avanti dalle ACLI di Roma in collaborazione con le ACLI del Lazio e ENAIP IS.

Un’iniziativa che attualmente coinvolge solo alcuni municipi, anche se l’obiettivo è quello di estenderlo presto anche a tante altre zone della Capitale.

COME FUNZIONA IL PROGETTO “IL PANE A CHI SERVE” - Circa 1000 i kg di pane che i volontari recuperano ogni settimana dai panifici e negozi che hanno scelto di aderire all’iniziativa e che poi vengono distribuiti alle associazioni presenti sul territorio che, a loro volta, si occupano di destinarlo a chi ne ha più bisogno.

Un’iniziativa importante tenuto conto che, a Roma, ogni giorno si gettano via ben 200 quintali di pane: uno spreco enorme dal momento che il pane del giorno prima è ancora ottimo. E un fatto ancora più grave tenuto conto che aumentano ogni giorno di più i singoli individui e le famiglie che vivono in condizioni di grandi difficoltà a causa della crisi economica.

IL PROGETTO DELLE ACLI DI ROMA PER IL RECUPERO DEL PANE AVANZATO - Una rete solidale che permette, allo stesso tempo, di evitare lo spreco di un alimento ancora buono e contrastare la povertà.

Attraverso il portale dedicato all’iniziativa è possibile conoscere quali sono le associazioni e gli esercenti coinvolti: presto verrà lanciata inoltre un’app che permetterà di prenotare il pane in tempo reale e facilitarne il recupero.

Per maggiori informazioni consultate il portale “Il pane a chi serve” dedicato al progetto. 


4 aprile 2015


FONTE: http://www.nonsprecare.it/il-pane-a-chi-serve-progetto-acli-roma-contro-spreco-alimentare-poverta





In questi anni di crisi economica dove il numero dei poveri cresce sempre di più, iniziative come queste sono importantissime, anzi fondamentali.

Evitare gli sprechi inutili credo che oramai sia diventata una necessità di tutti.... non solo in questo modo si risparmiano soldi e risorse, ma è anche una vera e propria forma di rispetto verso i poveri, verso coloro che hanno avuto meno di noi (e non per colpa propria). Così come importante è anche poter recuperare le eccedenze alimentari, da poter poi essere distribuite a poveri e bisognosi, proprio come in questa bella iniziativa di Roma. Anche questa è una forma di rispetto, di solidarietà e di Amore..... e la cosa bella è che ognuno può fare la propria parte, senza eccezioni. La speranza, naturalmente, è quella che iniziative come questa non siano circoscritte soltanto alla capitale o alle grandi città, ma si moltiplichino dovunque, in ogni città e centro abitato del nostro belpaese, così da creare una rete di solidarietà che possa coinvolgere tutti. Adesso, più che mai, c'è veramente bisogno di questo.

Marco

domenica 28 giugno 2015

Come vivere felici senza soldi e confidando solamente in Dio


Laura era una grafica pubblicitaria. A 54 anni decide di privarsi di ogni bene materiale, di vivere libera confidando solo ed esclusivamente in Dio

Laura Galletti, oggi 68enne, fino ai 50 anni ha avuto una vita come quella di tante altre persone, era una grafica pubblicitaria, anche se si è sempre sentita stretta nei panni dell’impiegata; «in quei ritmi vertiginosi alla Charlot, dove l’uomo diventa un ingranaggio, dove si guadagna tanto ma non c’è spazio per vivere».
E così, intorno ai 54 anni, la perdita della madre e di una cara amica determina la svolta della sua esistenza: «I lutti e le sconfitte fanno affiorare quello che hai realmente dentro». Inizia così per Laura una vita nuova, di devozione religiosa, tra rinuncia e trascendenza. Prima inizia un lungo periodo presso un centro d’accoglienza gestito dalle suore, poi arriva la decisione di privarsi di ogni bene terreno. Il momento cruciale di questo "trapasso spirituale" avviene a Roma, quando «all’improvviso il cielo si colorò di fuxia e rosso». Un «miracolo celeste» che Laura ricambia spogliandosi di ogni materialità, vivendo la Fede come San Francesco, giorno dopo giorno.
«Oggi mi accontento solo di esistere. Per la prima volta mi sento finalmente radicata in qualcosa: in Dio».

Laura non ha una casa «dormo nei cartoni», vive senza cellulare «non telefono mai» e ha fatto voto rigoroso di non toccare il denaro per nessuna ragione, infatti non chiede mai niente a nessuno, meno che meno l'elemosina, e la sua pensione sociale (429 euro al mese) finisce regolarmente a 15 padri del Terzo Mondo
«che così non sono costretti a lasciare la loro famiglia per venire a lavorare in Europa. È un progetto dei carmelitani di Ciampino, si chiama "Adotta un papà nella sua terra"».
Non possiede nulla di nulla Laura, a parte uno zainetto e un borsone da viaggio dove dentro c’è proprio l’essenziale: un pigiama, un paio di magliette, un paio di pantaloni, uno spazzolino da denti. E le sue inseparabili poesie, quelle scritte da lei. Non è però una barbona Laura. E' sempre perfettamente vestita, con sobria eleganza, pulitissima, le mani e le unghie curate, i capelli che sembrano acconciati dal parrucchiere. E un sorriso che le sale dall'anima e fa luce a chi lo guarda. Laura è orgogliosa di questa esistenza, fiera di vivere fuori da «un sistema con regole fatte da altri» dove «i soldi tolgono la libertà di vivere come si vuole». E guai a farle credere il contrario, lei s’infervora: «Io non faccio nessun sacrificio, si può benissimo vivere senza denaro, basta cambiare il concetto di piacere immergendosi totalmente nella spiritualità». Anche perché «l’uomo è l’unico essere nell’universo che ha bisogno del denaro per vivere, ma il denaro crea soltanto povertà».

Laura naturalmente non possiede neppure un automobile e normalmente si sposta tra Roma, Verona e Firenze muovendosi a piedi. Un’epopea primitiva per molti, una «passeggiata di una settimana» per lei. «Basta seguire le indicazioni, prima vado verso la Futa, poi scendo verso Bologna, quindi la statale fino a Verona».
Laura, come detto, si muove solo a piedi e non fa neppure l'autostop: «Niente autostop: non posso chiedere. Ma se Papà (DIO) mi manda un passaggio, accetto volentieri». Con questo sistema ha girato tutta l'Italia ed è arrivata anche in Terra Santa, a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje e a Santiago di Compostela, «il Cammino no, non l'ho fatto per intero, perché se vuoi dormire negli ostelli ti serve qualche soldo e poi io non posso andare per sentieri, devo percorrere solo strade statali asfaltate: ho un unico paio di scarpe da farmi durare». Laura s’incammina senza sapere dove andare, «vado dove mi porta il cuore», lei, piccola e gracile, vestita d’umiltà, sperduta in quell’alveare urbano ma eternamente convinta delle sue scelte.
Per i pasti Laura ha imparato ad arrangiarsi, mangiando quello che trova: un panino abbandonato frettolosamente da un impiegato in pausa pranzo, oppure una brioche regalata da qualche barista o da qualche turista. A volte s’intrufola nei buffet delle Giubbe Rosse, oppure alle inaugurazioni di qualche negozio. Anche in questo confida sempre totalmente in Dio perchè 
«ogni giorno è un miracolo». Per lavarsi utilizza i bagni pubblici e per ripararsi dal freddo, durante l’inverno, staziona dentro le librerie o nelle biblioteche. Non bussa mai alla Caritas e neppure agli alberghi popolari perchè «non voglio togliere il posto a chi ha davvero bisogno». Non si preoccupa neppure della sua salute: «Dico a Papà: tu mi hai fatta e tu mi devi aggiustare. Non mi ammalo da anni». In tutti questi anni non ha mai avuto né un crampo per la fame e neppure ha mai subito un furto.
«I miracoli accadono quando disinneschi la paura e il male ha potere solo se gli diamo potere. Vivo con Colui che il male l'ha sconfitto
».

FONTI: Corrierefiorentino.it, Vinonuovo.it, Ilgiornale.it, Stefanolorenzetto.it


Questa storia è davvero diversa da tutte quelle che ho postato finora su questo blog, non parla infatti di grandi gesti di Carità o di Solidarietà, ma mette in risalto un grandissimo attributo del nostro buon Dio (o "Papà" come lo chiama confidenzialmente Laura): la Sua Provvidenza!
Con una scelta decisamente controcorrente e probabilmente contro ogni logica razionale, Laura un bel giorno decide di lasciare la sua "vecchia" vita, che non si addiceva certamente alla sua indole libera e spirituale, e decide di lasciare tutto, ma veramente tutto, per vivere una vita completamente diversa, libera, totalmente affidata alla Provvidenza di Dio. Vivendo come il "passero" del cielo e il "giglio" del campo, camminando costantemente "sulle acque" in confidente e fiduciosa appartenenza al suo (e nostro) Papà, Laura trova così la sua vera "dimensione" di vita, senza che nulla di essenziale le venga mai a mancare.
Il tipo di stile di vita intrapreso da Laura, beninteso, non è per tutte le persone, ciascuno ha la propria strada, ognuno la propria via..... ma questa storia ci insegna quanto buono e premuroso è il nostro buon Dio verso ciascuno di noi, sopratutto verso coloro che in Lui confidano totalmente. Anche noi, come Laura, possiamo avere questa fiducia, anche noi possiamo imparare a camminare con nostro Signore sulle acque..... e se così faremo, qualsiasi sia la nostra strada presente e futura, non rimarremo delusi.

Marco

domenica 14 giugno 2015

Vuoi telefonare a Dio?

- Controlla che il prefisso sia giusto.
- Non comporre il numero senza pensarci bene per non fare una telefonata a vuoto.
- Non irritarti quando senti il segnale di «occupato». Attendi e riprova. Sei certo di avere composto il numero giusto?
- Ricorda che una conversazione telefonica con Dio non è un monologo.
- Non parlare continuamente tu, ma ascolta che cosa ha da dirti Lui.
- Se la comunicazione si interrompe, verifica se sei stato tu ad aver interrotto il collegamento.
- Non abituarti a chiamare Dio unicamente in casi di emergenza, scegliendo solo il numero di pronto intervento.
- Non telefonare a Dio solo alle ore della «tariffa ridotta», ossia prevalentemente di domenica.
- Anche nei giorni feriali dovrebbe esserti possibile una breve chiamata ad intervalli regolari.
- Ricordati che le telefonate con Dio sono senza scatti.
- Non dimenticarti di richiamare Dio che ti lascia incessantemente messaggi sulla tua segreteria telefonica.

N.B. Se nonostante l’osservazione di queste norme, la comunicazione risulta difficile, rivolgiti con fiducia allo Spirito Santo:
Egli riattiverà la linea.
Se il tuo apparecchio non funziona per niente, portalo al seminario di riparazione che si chiama perdono.
Qualsiasi apparecchio è garantito a vita e sarà rimesso a nuovo da un trattamento gratuito.


NUMERI TELEFONICI D’EMERGENZA

Quando sei nel dolore – Giovanni 14
Quando gli uomini ti abbandonano – Salmo 27
Se vuoi essere utile – Giovanni 15
Quando hai peccato – Salmo 51
Quando sei preoccupato – Mat 6,19-34
Quando sei in pericolo – Salmo 91
Quando Dio ti sembra lontano – Salmo 139
Quando la tua fede vacilla – Ebrei 11
Quando sei solo e timoroso – Salmo 23
Quando provi amarezza – 1 Corinzi 13
Se cerchi il segreto della felicità – Col 3,12-17
Per la comprensione del Cristianesimo – 2 Cor 5,15-19
Quando ti senti giù e a disagio – Romani 8,31
Quando vuoi pace e riposo – Mat 11,25-30
Se cerchi rifugio dal mondo – Salmo 90
Quando vuoi certezza cristiana - Rom 8,1-30
Quando sei lontano da casa – Salmo 121
Quando la tua preghiera è arida – Salmo 67
Per una grande opportunità/invenzione – Isaia 55
Quando vuoi coraggio per un incarico – Giosuè 1
Per andare d’accordo con gli altri – Romani 12
Se ti preoccupi per i tuoi affari – Marco 10,23-27
Se sei depresso – Salmo 27
Se il tuo portafoglio è vuoto – Salmo 37
Se perdi la fiducia nelle persone – 1 Corinzi 13
Se le persone sembrano scortesi – Giovanni 15
Se sei scoraggiato per il lavoro – Salmo 126
Se il mondo è troppo piccolo per te – Salmo 19

Numeri Alternativi:

Per affrontare la paura – Salmo 34,7
Per avere sicurezza – Salmo 121,3
Per avere certezza – Marco 8,35
Per avere rassicurazione – Salmo 145,18


martedì 2 giugno 2015

Lì dove abita la tenerezza del Signore


Restituire dignità e speranza alle donne vittime della prostituzione. Per farlo suor Rita Giaretta ha creato Casa Rut, “un luogo che profuma di resurrezione e non di giudizio”


Capivo che volevo abbracciare il mondo con tutto il cuore e che la mia vita volevo donarla, spenderla per le donne. Noi pensiamo che la schiavitù sia stata abolita, che nella nostra società odierna non esista più, che non ci riguardi o che riguardi semplicemente il passato. Invece ci è accanto invisibile, muta! E' nel nostro Paese! La prostituzione è schiavitù femminile, che viola la dignità e il corpo delle donne, costrette a pagare quel pezzo di marciapiede sul quale lavorano con debiti che le legano a vita alla camorra! E mi chiedo... gli uomini? E noi donne? Cosa facciamo? Questa domanda crescente dei cosiddetti "clienti", non riguarda forse noi tutti?”.
Le parole di suor Rita Giaretta pesano come macigni. Impossibile rimanere indifferenti. Smascherano con franchezza rara la cecità comoda a cui ci siamo abituati. Gli occhi grigi attenti, il tono della voce che riesce in una doppia impresa: essere severo, incisivo, forte, ma allo stesso tempo dolce e avvolgente, misericordioso, materno, capace di penetrare il cuore umano, portandolo con immediatezza alle grandi domande della vita. Davvero non si può fare nulla per cambiare le cose, sopratutto quelle che sembrano essere così dagli albori dell'umanità?

In viaggio verso l'amore

Un filo delicatissimo e tutto rosa unisce passato e presente di questa donna coraggiosa, oggi Suora Orsolina del Sacro Cuore di Maria. La vocazione religiosa per Rita Giaretta arriva nella maturità.
Avevo 29 anni e una vita che si stava già svolgendo pienamente. Avevo il mio lavoro di infermiera, tante amicizie, un compagno con cui facevo progetti”. Nell'ambito del lavoro ha un interesse particolare: “Mi impegnavo nel sindacato per la tutela dei diritti delle donne. Mi accorgevo delle ingiustizie, di quanto fosse necessario combattere ogni momento per guadagnarsi certi diritti minimi che poi non erano mai acquisiti, ma un continuo impegno. Ecco, avevo una vita ordinaria, ma sentivo dentro di me una voce, non ancora distinta, che mi faceva capire che nonostante tutto quella non era la mia strada. Un viaggio in India con degli amici missionari mi ha portato al cuore dell'umanità. Lì dove la vita faceva fatica, ecco tutta la dignità, il rispetto per l'esistenza che andava soccorsa. Quella voce iniziava a farsi più nitida, il Signore mi stava chiamando. Ma un altro passo è stato decisivo. Insieme a me, nella clinica privata presso cui lavoravo, c'era una suora orsolina che prestava servizio. Ho iniziato a prendere qualche caffè con lei ma più per sfida, per prenderla quasi in giro, e invece dopo alcuni esercizi spirituali fatti con lei e le sue consorelle, ho capito che quella poteva essere finalmente la strada per me”.


Cuore amante


Rita entra nella congregazione delle Orsoline a Vicenza. La sua scelta si scontra però con l'opposizione dei genitori: “Non capivo perchè tanto dolore potesse essere causato dalla mia volontà di seguire Gesù, ma è scritto anche nel Vangelo”. Nel 1995 lascia Vicenza e viene trasferita al sud. “Per me è stato un passo in più nel realizzare la mia vocazione di donna consacrata. Ho sempre sentito dentro di me questa forza, questo desiderio di andare verso la terra del Sud, lì dove era più necessaria una presenza religiosa, e direi proprio femminile. Lì dove era necessario svelare la tenerezza e il cuore amante di Dio a chi era nel bisogno. Il 2 ottobre 1995, il giorno degli angeli custodi, suor Rita e le sue consorelle si trasferiscono a Caserta. Partono senza un progetto preciso. Si lasciano toccare dalla gente, dalle domande di chi incontrano. “Non è stato facile all'inizio, ma volevamo incarnare quella che Papa Francesco oggi chiama una "Chiesa in uscita". Così, andando in giro per le strade, ci siamo accorte di queste ragazze, spesso minorenni, ridotte in schiavitù e vittime della tratta. Un pugno nello stomaco. Quelle ragazze, quelle donne maltrattate, violentate, fracassate, rese oggetto, chiamavano noi”.

Il giorno delle primule


L'8 marzo 1997, in occasione della festa delle donne, suor Rita e le sue consorelle decidono di andare incontro a queste ragazze. La polizia, che hanno consultato, le ha invitate a desistere, ma loro sono determinate. L'amore è più forte di tutto.
Abbiamo deciso di andare noi in strada, come andava Gesù e come ci insegna il Vangelo, a portare un gesto di tenerezza, un abbraccio d'amore per loro. Con noi abbiamo portato un vasetto di primule e un bigliettino in cui c'era scritto: "Cara amica qualcuno pensa a te con amore". Ricordo la commozione e la delicatezza di quel primo incontro. Loro non si aspettavano che ci saremmo avvicinate. Ricordo la loro paura iniziale, poi l'apertura, le confidenze disperate fino alle preghiere a mani giunte. "Tornate! Tornate! No buono questo lavoro". E da quel momento abbiamo capito che quello era il nostro posto, era il mio!”.

Corpi rigenerati

Per aiutare le donne vittime della tratta nel casertano, pochi giorni a settimana non bastano. Suor Rita vuole fare di più. Inizia a dare una brandina a chi tra violenze sul corpo e debiti da saldare rischia la vita. Le brandine si sommano, si accavallano nel convento, nasce spontaneo il bisogno di disporre di una casa dove accogliere queste giovani creature, spesso madri, sottraendole a un destino che sembra già scritto.
Troppo spesso si dice "c'è sempre stata la prostituzione", ma questa non è una giustificazione per non fare nulla! Qualcosa si può fare, dobbiamo crederci e volerlo. Casa Rut è nata con l'idea di essere casa accogliente, volto della tenerezza di Dio, luogo che profuma di resurrezione e di non giudizio. Sì, di non giudizio. La prima cosa è non giudicare, è amarle nella loro interezza. Queste donne si vergognano, loro sì. E chi le usa no... Perchè? Loro che non riescono a guardarsi allo specchio o che si truccano così tanto da coprire il viso. Non c'è cosa più bella, miracolo più grande che vedere fiorire quei volti, puliti, rigenerati perchè semplicemente amati! Corpi martoriati, spezzati, fracassati che trovano braccia pronte ad abbracciarle e guarirle senza pregiudizi”.

Perchè abbiano la vita

Casa Rut è sorta nel cuore di un condominio, sulla strada che porta alla Reggia di Caserta. “Che bello pensare che la nostra casa è sulla via della bellezza! Siamo verso la bellezza e dentro un condominio che ha imparato a volerci bene e a crescere con noi. E' un movimento che non esclude nessuno. Casa Rut è incastonata in un territorio che cresce con lei e lei con lui. Non si può fare a meno di nessuno. Abbiamo angeli custodi anonimi che lasciano biscotti per le ragazze fuori dalla porta, mamme che cercano babysitter o amici che vogliono insegnare alle ragazze l'italiano. Ricordiamoci che un'ora donata è un'ora di grazia, un'ora che umanizza!”. Il sorriso di suor Rita è un abbraccio materno, caldo.Ho tanti figli e figlie. Al contrario di quanto si possa pensare, tutte le dimensioni umane si sviluppano in questa mia scelta, sento questa abbondanza che è fecondità”.
C'è un versetto del Vangelo particolarmente caro a suor Rita. Casa Rut è stata costruita su queste parole e in esse trova sempre nuova linfa per rigenerare nell'amore donne e amiche che accoglie: “Sono venuto perchè abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Apriamo occhi e cuore perchè tutti abbiano vita e l'abbiano piena in Cristo.


Sartoria etnica

Nel 2004, grazie all'aiuto di tante amiche e amici, è nata NeWhope ("nuova speranza"), cooperativa sociale che ha attirato un laboratorio di sartoria etnica a Casa Rut. Ad abiti per prime comunioni e a un servizio di riparazioni sartoriali, dal 2008 si affianca anche la produzione di tovaglie, zaini e tanti altri coloratissimi manufatti etnici. L'obiettivo è dare un lavoro e rendere possibile la piena integrità di queste giovani donne nella nostra società, mettendo sempre al primo posto la tutela e la dignità della donna.

Bomboniere della speranza


Un'altra bellissima iniziativa riguarda le "bomboniere della speranza" che si possono ordinare direttamente a Casa Rut o tramite il sito internet della comunità. “Quelle mani che un tempo erano vittime di violenza oggi producono bellezza. Cucendo e assemblando è un pò come se le nostre ragazze ricucissero la loro vita per ricominciare”, dice suor Rita.


di Maria Luisa Rinaldi

FONTE: A Sua Immagine N. 104
3 gennaio 2015


C'è veramente tutto in questa storia: il brutto e il Bello del nostro mondo, della nostra società.
Il brutto che consiste nell'orribile sfruttamento delle donne, trattate come vere e proprie schiave e costrette da uomini senza scrupoli a vendere il proprio corpo ad altri uomini senza morale che di certo non si pongono tanti problemi nel fare quello che fanno.
E poi c'è il Bello, la splendida vocazione di suor Rita Giaretta, chiamata dal Signore ad accuparsi di queste donne, toglierle dalla strada e donare loro quell'Amore e quella Dignità che fino ad ora non avevano avuto la possibilità di avere. E questo è per loro come una rinascita, significa essere rigenerate nello spirito e nel corpo, e poter ricominciare una nuova vita, con degli affetti sinceri e genuini, con un lavoro dignitoso..... tutto quello che fin qui era stato a loro negato.
Questa è la forza dell'Amore, quello Vero, quello che, ci auguriamo tutti, possa trionfare sempre sul male, fino a estirparlo fin dalle sue radici più profonde.

Marco