sabato 12 marzo 2016

Rinunciano al trapianto di rene per lasciarlo a chi è più giovane di loro e muoiono: le toccanti storie di Walter e Rina

"Lascio il mio posto a chi ha famiglia". Rinuncia al trapianto e muore
 
Walter Bevilacqua, pastore tra le montagne dell'Ossola, aveva 68 anni. Al parroco disse: "Io sono solo, è giusto così".

Varzo -
Sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere. Walter Bevilacqua lo aveva confessato al parroco poco tempo fa. La morte l'ha colto durante la dialisi a cui si sottoponeva ogni settimana all’ospedale San Biagio di Domodossola. Il cuore ha ceduto durante la terapia e la bara è stata portata a spalle al cimitero dagli alpini di Varzo, penne nere come lui. Dietro al feretro, le sue sorelle Mirta e Iside: Era proprio come lo descrivono: altruista, semplice. Un gran lavoratore. Sapeva che un trapianto lo avrebbe aiutato a tirare avanti, ma si sentiva in un’età nella quale poteva farne a meno. E pensava che quel rene frutto di una donazione servisse più ad altri racconta Iside.

Una vita piena di sacrifici, così come quelle di altri pastori di montagna, stretti alla loro terra. Solitario e altruista, nel momento più delicato della vita ha detto no al trapianto.
Sono in molti che aspettano quest’occasione. Persone che famiglia e più diritto a vivere di me. E’ giusto cosìaveva detto, con quella naturalezza che l'ha sempre contraddistinto. Bevilacqua è morto a 68 anni, una storia venuta alla luce quando il parroco del paese, don Fausto Frigerio, l’ha raccontata in chiesa durante la messa, un esempio da affidare a tutti. Quella frase pronunciata tanto tempo prima, gli era rimasta impressa: Me l’aveva detto durante una chiacchierata. So che l’aveva confidato anche a un conoscente con cui si trovava in ospedale per le terapie racconta il prete.

E' questa la notizia che ha bucato il silenzio dell'Ossola, in una valle corridoio verso la Svizzera, a una manciata di minuti. Sui monti della valle Divedro, Walter Bevilacqua ha trascorso i suoi anni, allevato dal nonno Camillo, uomo di altri tempi, ligio alle regole, gran lavoratore. Da lui aveva imparato a non risparmiarsi mai, a non lamentarsi delle difficoltù di chi vive in quota.
Credo non abbia mai fatto le ferie racconta chi lo conosceva bene. L’agricoltura e gli animali erano la sua passione. Il suo mondo era là, una fetta di terra strappata alla montagna che poco più in alto diventa spettacolo nella conca dell’alpe Veglia.

di Renato Balducci

20 gennaio 2013

FONTE: Lastampa.it


Rinucia al trapianto di rene e muore: "Datelo a chi è più giovane di me, io la mia vita l'ho fatta"

Paderno, provincia di Treviso, una 79enne ha rifiutato l'intervento che avrebbe potuto salvarla dopo 16 anni di emodialisi.

Da sedici anni era costretta a sottoporsi tre volte alla settimana a dialisi. Nonostante questa lunga battaglia, giunto il momento del tanto atteso trapianto di rene, ha deciso di rinunciarvi. Questo è il gesto di generosità di Rina Zanibellato, 79enne di Paderno in provincia di Treviso, che è morta per favorire qualcun altro in lista di attesa. Aveva spiegato a suo marito, a suo figlio e ai suoi parenti, la volontà e il desiderio di donare il rene della salvezza a un giovane, uno dei tanti ragazzi che aveva incontrato negli anni di dialisi.

Alla proposta di sottoporsi al tanto atteso trapianto, lei ha risposto nell’unico modo che conosceva, attraverso la generosità: “No, datelo a chi è più giovane di me, io la mia vita l’ho fatta”. E così ha continuato la dialisi, senza mai lamentarsi o abbattersi. Fino a giovedì 27 giugno, quando si è spenta nel reparto di Nefrologia dell’ospedale Ca’ Foncello, lo stesso ospedale nel quale aveva visto nel corso degli anni i tanti ragazzi malati come lei.

28 giugno 2013

FONTE: Tgcom24.mediaset.it

 

E' un post abbastanza datato, essendo del 2013, ma troppo profondo, troppo bello nella sua intensità d'Amore perchè io non lo mettessi sulle pagine di questo blog. 
Due persone, Walter e Rina, due vite diverse, distanti tra loro, anche geograficamente.... ma due storie in tutto e per tutto simili, accomunate da un unico comune denominatore: l'Amore, quello Vero, senza compromessi, per il Bene del prossimo e della vita. Sì, Amore anche per la vita, ma non la loro di vita, bensì quella di altri, di persone sconosciute più giovani di loro, a cui queste due splendide persone hanno ceduto il posto, hanno donato quell'organo che sarebbe toccato a loro e che avrebbe permesso loro di vivere ancora a lungo.
Forse qualcuno potrebbe obiettare che per una persona giunta oramai al tramonto della vita, sia più facile compiere un gesto come questo..... pensarlo è lecito, ma farlo è tutta un'altra cosa! Rinunciare alla propria vita non è mai facile.... la vita è sempre la vita, e l'essere umano tende sempre naturalmente verso di essa.

Non so se Walter e Rina fossero Credenti, ma certamente hanno messo veramente in pratica il Comandamento dell'Amore verso il prossimo, che dice:
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
E loro lo hanno fatto, lo hanno veramente fatto, per di più non nei confronti di due amici, ma di persone del tutto sconosciute.
Lo hanno fatto coraggiosamente, amorosamente e gratuitamente.

Riposate in Pace, cari Walter e Rina..... avete vissuto silenziosamente e lontani dai clamori del mondo, ma certamente ora i vostri nomi sono scritti a caratteri d'oro nel Libro Eterno dell'Amore.  Grazie di tutto!

Marco

mercoledì 2 marzo 2016

La fatica e la Fede nel mio record per i bambini farfalla


Ha pedalato ininterrottamente per oltre 35 ore abbattendo il muro dei mille chilometri. Obiettivo: sostenere chi soffre di una malattia dimenticata. «Per me credere è mettersi in azione».

Una preghiera in silenzio, casco in testa, a occhi chiusi e in ginocchio accanto alla sua bicicletta. Davanti a lei, una battaglia di mille chilometri. Una sfida che Anna Mei ha vinto dopo 35 ore, 11 minuti e 6 secondi di pedalate. L’ultimo e il primo pensiero prima di conquistare il record mondiale di permanenza su pista? Sempre loro, i bimbi farfalla.

Perché la 48enne di Milano, che nella vita fa la maestra alle elementari Santo Stefano di Lecco, non ha mai avuto dubbi: «Se batterò il mio record sarà grazie ai bambini farfalla», piccoli affetti da una malattia genetica rara, la epidermolisi bollosa, che rende la loro pelle estremamente fragile come le ali di una farfalla, riempiendosi di bolle e staccandosi a un semplice sfregamento. Ed è per aiutare questi bambini che la ciclista ha deciso di trasformare la sua gara – iniziata il 31 ottobre e conclusa il 1° novembre al velodromo bresciano di Montichiari – in un’opera di sensibilizzazione: chiedere che le mille persone affette da questa malattia in Italia possano accedere a cure e servizi.

OLTRE I PROPRI LIMITI

Mille chilometri e 4.000 giri di pista sono una sfida che non era mai stata provata da nessuna donna. «Posso superare i miei limiti solo grazie alla forza spirituale che ho dentro», racconta Anna. «La fatica fisica riesco a vincerla pensando al dolore che ogni giorno devono sopportare i bimbi farfalla. Dio non ci mette mai sulle spalle una croce che non siamo in grado di portare, dobbiamo avere fiducia e pensare che ci sia stata messa per un motivo». Questo la ciclista l’ha scoperto guardando negli occhi i bambini affetti da epidermolisi. «Portano la loro croce sulle spalle con una tale dignità e forza di vivere: sono anime sensibili capaci di elevarsi sempre più vicino a Dio».

Mentre racconta dei “suoi” bambini farfalla, Anna ripensa al penultimo record su pista, nel 2013. Prima di salire in sella alla bici, un bimbo la ferma: «Grazie per quello che fai per noi», si sente dire quando ha già il caschetto infilato sopra i capelli biondi. «Loro non sanno di essere ben più forti e coraggiosi di tutti noi», ricorda di avere pensato in quel momento.

Ogni volta che scende in pista, la maestra-ciclista prega con un’Ave Maria. «Credo nella protezione di Dio. Nel 2012 ho fatto un brutto incidente: ricordo quando il neurochirurgo mi ha detto che ero a rischio di restare sulla sedia a rotelle... e invece sono tornata in sella dopo soli due mesi». Allora scatta il pensiero: «Credo di essermi salvata grazie a un’effigie della Madonna che ho sotto la sella». La sua devozione mariana è anche legata alla Madonna del Ghisallo, la protettrice universale dei ciclisti. «Il santuario del Ghisallo a Magreglio, in provincia di Como, era caro anche a Gino Bartali e Fausto Coppi. Dentro la chiesa ci sono biciclette e maglie di ciclisti importanti. Anch’io ho lasciato in quella chiesa la mia maglia. Ed è il luogo dove mi sono sposata».


A SANTIAGO E MEDJUGORJE


Anna non ha dubbi: «Dentro ogni sportivo c’è la ricerca di dare a quello che sta facendo un valore che vada oltre il gesto atletico». Un significato spirituale che ha voluto dare anche al Cammino di Santiago, compiuto nel 2013, sola e sempre rigorosamente in bici, o portando una piccola farfalla ai piedi della Madonna di Medjugorje. Nella mente, le parole della mamma di un piccolo affetto da epidermolisi che gliela aveva donata: «Portala là per i nostri bambini». E sono proprio loro che Anna cercava durante le brevissime pause che ha avuto lungo le 35 ore di pedalata da record: un abbraccio a bordo pista e poi via verso la meta.

Sono tre anni che Anna Mei si è liberata di tutti gli sponsor per dedicare la sua attività sportiva a fare conoscere l’epidermolisi bollosa e sostenere le associazioni Sport nel cuore e Debra. «Sono una cattolica che agisce invece che predicare, che preferisce mettere in pratica l’aiuto. A volte si fa fatica a credere che esista il bene fatto senza secondi fini. Eppure siamo in tanti a prenderci cura dell’altro». «Da ragazza», ricorda, «ero una scout dell’Agesci. Mi sono rimasti impressi i principi educativi della strada, il fatto che la strada è un cammino. E sono questi stessi principi che ho riscoperto nell’attività ciclistica e che ricerco con i record mondiali».

Quando non è in sella a una bici, Anna è dietro a una cattedra come insegnante delle elementari. «I miei studenti sono i miei più grandi fan». C’erano anche loro al velodromo, per otto ore a fare il tifo per la loro maestra. «Vorrei far capire loro l’importanza di aiutare l’altro attraverso la propria passione e raccontare una nuova idea di sport che concilia l’agonismo con l’impegno sociale e si basa su allenamento e sacrificio, e non su divismo e doping».

VERSO NUOVI RECORD


Ma perché scegliere di dedicare una carriera sportiva al sostegno dei malati? La ciclista da record racconta di come, la prima volta che ha visto questi bambini con ustioni e vesciche su tutto il corpo, sia rimasta scioccata dalla loro sofferenza. «Eppure non si lamentano e non dicono mai di stare male», racconta.

Ora il record è raggiunto. I mille chilometri sono ormai alle spalle. «Per un po’ mi riposerò». Poi gli occhi cambiano espressione. «Ma presto ripartirò». «Qualche progetto l’ho già in mente: naturalmente, con addosso la maglia con le farfalle e sotto la sella un’effigie della Madonna».

MALATTIA ORFANA:
DEBRA ONLUS LOTTA CONTRO L’EPIDERMOLISI BOLLOSA

Per tutta la vita un malato di epidermolisi bollosa deve fare i conti con diverse ore di medicazioni e bendaggi quotidiani. Per loro può bastare anche solo una frizione a fare staccare la parte più superficiale della pelle, creando lesioni simili a ustioni di II e III grado. È una malattia genetica rara – che in Italia colpisce un bambino su circa 82.000 nati – orfana dal punto di vista degli investimenti per la ricerca, spesso rivolti a patologie più diffuse. Proprio su questo punto vuole intervenire Debra (www.debraitaliaonlus.org), associazione nata da un gruppo di genitori che da 25 anni non supporta solo malati e famiglie ma ha come obiettivo anche quello di fare conoscere la malattia e agevolare la ricerca medica per migliorare la qualità della vita dei bambini farfalla.

di Elisa Murgese

15 novembre 2015

FONTE: Credere N. 46



Una storia davvero splendida: quando la Fede, la Solidarietà, l'impegno per il Sociale, l'etica e lo sport si fondono in un tutt'uno, creando storie meravigliose come queste.
Cara Anna Mei, ti auguro di cuore di volare verso nuovi record mondiali, anche se il primato più bello lo hai già conquistato: l'affetto della gente, in particolar modo quella dei "tuoi" bambini farfalla.
Grazie di tutto!

Marco

giovedì 18 febbraio 2016

La scelta di vita di Riccardo e Barbara: nozze in povertà e vita insieme a disposizione del prossimo


Di Riccardo Rossi avevo già parlato sulle pagine di questo blog (vedi http://tuttopuolamore.blogspot.it/2014/09/riccardo-ho-trovato-la-mia-oasi.html). Ex giornalista affermato, aveva in gestione uffici stampa di politici, istituzioni e associazioni molto note, e faceva anche servizi per la Rai. Aveva quindi una carriera giornalistica già ben consolidata e con tante prospettive anche per il futuro. Ma tutto questo a Riccardo non bastava, stava stretto, sentiva come un "vuoto" dentro di sè..... poi un giorno udì le parole di Papa Giovanni Paolo II che richiamava i giornalisti a non essere complici della cattiva informazione.... e fu la svolta, l'inizio della sua Conversione. Una Conversione che lo portò a divenire da ateo che era a Cristiano, e attraverso un esperienza missionaria in Kosovo, un pellegrinaggio in Terra Santa, a nuove e illuminanti conoscenze (che non avvengono mai per caso), finì per approdare alla Casa Famiglia "Oasi della Divina Provvidenza" di Pedara (Catania) che accoglie tutt'oggi una settantina di persone con varie difficoltà, tra poveri, disabili fisicamente o psichicamente, disoccupati, profughi, ex detenuti o con altri problemi ancora. Ha trovato la sua strada Riccardo, il suo percorso, e come dice lui stesso:
«Ho capito l’importanza delle piccole cose, di come sia più importante donare una mano ad un persona in difficoltà che fare un’interrogazione parlamentare o rilasciare mille interviste. Ora posso dirlo: la Solidarietà, la Bellezza della vita mi hanno indicato la via».
Per Riccardo Rossi è iniziata quindi una nuova vita rispetto a quella vuota e insoddisfacente di prima, una vita fatta di Solidarietà, di Carità, di Donazione di sè.... pur tra le piccole e grandi difficoltà di ogni giorno. E in questa nuova vita è arrivato anche l'Amore, quello di una donna di nome Barbara, architetto di 45 anni di Ragusa, che ha deciso di condividere con lui questa scelta di vita.
E così Riccardo e Barbara, il 12 Febbraio di quest'anno sono convolati a felicissime nozze, anche se il loro è stato un matrimonio diverso da quelli che di solito si celebrano tradizionalmente, fondato sulla semplicità e la povertà, in linea con il loro rinnovato stile di vita.
«Un sogno quando è condiviso è già a metà dell’opera. Io e la mia sposa Barbara vogliamo aiutare chi nella nostra società è lasciato indietro. Lei ha mollato lavoro e casa per seguirmi nella comunità dove vivo e opero. Abbiamo scelto di celebrare un matrimonio in povertà e di regalare la lista nozze alla casa famiglia dove abbiamo scelto di vivere e assistere la gente accolta», riassume Riccardo.
In tutto questo i due novelli sposi non sono stati lasciati soli..... il voler celebrare un matrimonio nella più assoluta semplicità rinunciando a ogni sfarzo e fronzolo inutile, ha colpito il cuore di molte persone, suscitando una vera ondata di solidarietà, con donazioni che sono arrivate da ogni parte d'Italia e persino dagli Stati Uniti e dal Brasile.
«Moltissime persone colpite dalla nostra scelta ci hanno regalato tutto per il nostro matrimonio: dalle fedi al coro, dai fiori al ricevimento, dal fotografo al mio vestito da sposo e all’acconciatura ai capelli della mia sposa. Un noto pasticciere del catanese ci farà la torta nuziale e una signora ci regalerà i confetti. La parrocchia “Maria immacolata” di Pedara ci ha praticamente adottato e dato la possibilità di andare a Roma per incontrare il Santo Padre». Succederà il prossimo 24 febbraio e sarà il loro viaggio di nozze.



Succede sempre così..... l'Amore genera sempre altro Amore, come in vortice senza fine in cui, chi in un modo chi in un altro, si finisce per essere attratti, coinvolti, assorbiti. Perchè l'essere umano, per sua natura, per sua somiglianza a Dio, ha bisogno di amare e di essere amato.

Ma quali sono i progetti futuri di Barbara e Riccardo?
«Il nostro sogno è che tramite il nostro matrimonio possiamo collaborare nel sostenere alcuni progetti dell’Associazione “Insieme Onlus”, che gestisce la casa famiglia Oasi della Divina Provvidenza, rivolti a categorie svantaggiate e dimenticate, come la coltivazione di zafferano biologico eseguito da soggetti con ritardo psichico medio-grave, un impianto di lumache per la raccolta di bava biologica eseguita da persone con lesione midollare, la coltivazione di spirulina eseguita da soggetti svantaggiati con provvedimento di affido».

In una società dove spesso l’apparire conta più dell’essere, la storia d’Amore e la scelta di vita di Riccardo e Barbara ci invita a pensare, a riflettere su quelle che sono veramente le priorità della vita. E a ciò che veramente dona Pace e Gioia nel cuore.
Da parte mia posso solamente dire: Grazie Riccardo e Barbara, grazie per la vostra scelta di vita, grazie per l'esempio che date! E tanti auguri per una vita Felice e feconda di tante bellissime opere!

Marco

venerdì 5 febbraio 2016

Il principe saudita Alwaleed dona in beneficenza la sua intera fortuna di 32 miliardi di dollari


NEW YORK - Ispirato dalle iniziative filantropiche di Bill Gates, il principe saudita Alwaleed bin Talal ha deciso di donare il suo intero patrimonio in beneficenza. Nei prossimi anni il membro della famiglia reale saudita nonché nipote del re Abdullah, deceduto lo scorso gennaio, donerà una fortuna stimata in 32 miliardi di dollari. È questo il suo testamento da vivo, «un impegno senza confini. Un impegno verso il genere umano», che risulta essere uno dei maggiori gesti filantropici più importanti di sempre.

Il 60enne, secondo Forbes 34esimo uomo più ricco del mondo, secondo il Bloomberg Billionaires Index il 20esimo, destinerà il suo patrimonio personale alla Alwaleed Philanthropies, l'organizzazione di beneficenza a cui ha già donato 3,5 miliardi di dollari. Il principe, che non ricopre un incarico governativo a Riad, ha precisato che la mossa non ha nulla a che fare con la sua Kingdom Holding Company, il veicolo di investimento di cui è presidente e che ha partecipazioni in gruppi come Twitter, Apple, News Corp e - tra gli altri - negli alberghi Four Seasons.

«La filantropia è una responsabilità personale che è parte integrante della mia fede islamica», ha detto dalla capitale saudita in un annuncio che cade nel mese del Ramadan, quando i musulmani sono incoraggiati ad aiutare i più bisognosi. I fondi donati dal principe saudita verranno usati per «fornire aiuti vitali in casi di disastri», per «alimentare una cultura centrata sulla comprensione», per dare più potere alle donne e ai giovani e «creare un mondo più tollerante». Ma anche per portare l’energia elettrica in aree remote, per la costruzione di scuole e orfanotrofi e per l’emancipazione delle donne.

Alwaleed ha spiegato di essersi ispirato alla Gates Foundation, creata nel 1994 dal fondatore di Microsoft Bill Gates insieme alla moglie Melinda. Lo stesso Gates, che nel 2009 ha lanciato con Warren Buffett l’iniziativa The Giving Pledge (campagna per incoraggiare le persone più ricche del mondo a impegnarsi in operazioni filantropiche), ha brindato alla decisione del principe saudita dicendo che il suo «impegno generoso promette di estendere significativamente il grande lavoro che la sua fondazione sta già facendo».

È dagli anni '80 che il miliardario saudita si dedica alla beneficenza ed è un donatore rilevante nelle università che prevedono anche studi dedicati a Islam e Medio Oriente. Qualche esempio? Ha fornito fondi alle università di Harvard e Georgetown in Usa e di Cambridge ed Edimburgo nel Regno Unito. E la sezione islamica del musei del Louvre a Parigi in Francia è stata finanziata dai suoi assegni. «Siccome gran parte della mia ricchezza è stata creata in questa nazione benedetta, ho deciso che la mia priorità è restituire all'Arabia Saudita, dopo la quale verranno estesi gli sforzi filantropici ad altre nazioni nel mondo».

Per determinare come la sua ricchezza verrà distribuita, anche dopo la sua morte, il principe Alwaleed guiderà un board of trustees dedicato. La scelta odierna non è dovuta ad alcun problema di salute ed è appoggiata dai suoi figli: il principe Khaled diventerà presidente della fondazione successivamente alla scomparsa del padre mentre la princissa Reem ne sarà vicepresidente.

di Stefania Spatti

1 luglio 2015

FONTE: Il Sole 24 Ore 



Dopo la bella storia di  Hamdi Ulukaya, miliardario "re dello yogurt" che investe gran parte del suo capitale a favore di profughi e rifugiati, ecco una storia di filantropia ancora più impressionante, di un uomo ancora più ricco, che ha deciso di spendere la propria fortuna in tante opere di Bene, in un impegno a larghissimo raggio "nei confronti del genere umano".
E' bello sapere che ci sono al mondo persone così, ricche ma generose, non ripiegate su sè stesse e sui propri affari, ma di larghe vedute, capaci di vedere i bisogni degli altri e aiutare il proprio prossimo. Perchè è proprio questo, a mio parere, ciò per cui sono chiamate a fare le persone ricche di beni materiali: e cioè impiegare almeno una parte delle proprie ricchezze a favore di più poveri, dei meno fortunati, dei sofferenti e degli emarginati. E' quello che vuole fare il
principe saudita Alwaleed bin Talal, è quello che speriamo possano fare tante altre persone ricche e potenti in ogni parte del mondo.


Marco

mercoledì 27 gennaio 2016

Lui, curdo, ce l'ha fatta: ora aiuta i profughi


«Il ragazzo si farà», pensarono i genitori quando Hamdi Ulukaya lasciò la comunità di chobani, i pastori curdi che vivono da seminomadi spostando le greggi lungo l’Eufrate, per sbarcare negli States. Era il 1994. Aveva 22 anni, una laurea in Scienze politiche, sapeva come cagliare il formaggio, ma sognava l’America. Quasi impossibile per un chobani dell’entroterra turco. Vent’anni dopo il pastorello è un 43enne che ha invaso con il suo yogurt greco le case degli yankee, raggranellando un patrimonio da 1,5 miliardi di dollari.

Per vivere se ne farà bastare la metà. Gli altri 750 milioni li destinerà integralmente in attività filantropiche, specialmente rivolte a profughi e rifugiati. Una tipica storia americana: immigrato curdo con passaporto turco, diventa ricco grazie a un alimento greco, tuttavia prodotto a New York. Naturalmente, lo yogurt non poteva che chiamarsi "Chobani". La società nasce nel 2005 e all’inizio conta cinque dipendenti. Dieci anni dopo la forza lavoro sarà di oltre duemila addetti che producono varietà di yogurt per Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna e Canada.

Il successo non gli ha evitato qualche grana. Dalla battaglia giudiziaria condotta dall’ex moglie per ottenere una parte del patrimonio, alla necessità di trovare un modo sostenibile per smaltire gli scarti di una produzione casearia andata ogni oltre aspettativa. Quest’ultima sfida Ulukaya la sta affrontando alla sua maniera: il siero viene trasformato, e venduto, per integrare il mangime del bestiame; oppure viene conferito ai produttori di biogas.

Quanto alle schermaglie con gli avvocati divorzisti, quella è un’altra storia. Al tempo delle supervalutazioni delle società che puntano tutto sul web, lo yogurt del "pastore" riporta a terra, letteralmente, gli investitori di Wall Street. Coca Cola e Pespi, da sempre acerrime rivali, si stanno sfidando anche nel tentativo di acquistare una cospicua quota di minoranza dal tycoon turco. Il marchio viene valutato quasi 3 miliardi di dollari. Se l’affare andasse in porto anche per un pacchetto pesante un terzo della proprietà, il figlio del pastore dell’Eufrate porterebbe a casa un altro miliardo. Una buona notizia anche per i profughi, a cui Ulukaya già destina il 10% dei profitti annuali, da sommare ai 750 milioni degli asset che andranno in beneficenza. Il braccio operativo delle operazioni umanitarie sarà la fondazione "Tent", che non a caso sta per "tenda".

È stata istituita da Hamdi Ulukaya, che annuncia di aver coinvolto anche altre multinazionali, come Airbnb, Ikea Fundation, Mastercard e Ups, le quali si impegnano a promuovere non solo l’assistenza ma anche l’integrazione dei rifugiati. Chobani ne ha già assunti 600. Il progetto della "Tent Fundation", divenuta partner dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, verrà presentato martedì a Davos durante l’annuale "World economic forum" nella località delle alpi svizzere. Secondo il patron di Chobani, il settore privato può essere decisivo nell’affrontare l’emergenza profughi, perché in grado di poter integrare i rifugiati nei processi produttivi, facendoli sentire da subito protagonisti del proprio destino e non più degli "assistiti", costretti in un limbo senza futuro.

In questa direzione "Tent Fundation" ha annunciato un intervento immediato da un milione di dollari. Verranno finanziati, in 20 pacchetti da 50mila dollari ciascuno, gruppi e organizzazioni che affrontano la crisi dei rifugiati in Europa, Medio Oriente e negli altri continenti. «L’evoluzione crescente, l’impatto e la prosecuzione della crisi dei rifugiati ci obbliga ad esplorare nuovi modi di risolvere la più grande sfida umanitaria del nostro tempo», spiega Ulukaya, che a tutti si presenta fieramente come immigrato. Un biglietto da visita che potrebbe mettere in disordine l’acconciatura del miliardario Donald Trump, il quale sta fondando la corsa verso la Casa Bianca su una martellante campagna anti-immigrati. E che adesso dovrà vedersela anche con un barattolo di yogurt.

di Nello Scavo

16 gennaio 2016


FONTE: Avvenire


«E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli» ha detto Gesù circa 2000 anni fa. Ciò nondimeno, se una persona ricca devolverà parte dei suoi bene e aiuterà chi è più povero e bisognoso di lui, certamente anche per lui le porte del Paradiso si potranno spalancare. Ed è proprio quello che ha fatto Hamdi Ulukaya, miliardario che si è fatto da solo, che ha deciso di devolvere gran parte della sua ricchezza a favore dei profughi, aiutandoli anche nel loro inserimento lavorativo e sociale. E non è veramente poco considerando che il problema dei profughi è, per parole dello stesso Hamdi, «la più grande sfida umanitaria del nostro tempo».
Da parte mia non posso che fare il mio plauso a questo miliardario curdo "re dello yogurt", che sicuramente non
ha dimenticato le sue origini povere da cui è partito, e augurarmi che tanti altri miliardari in ogni parte del mondo, similmente a lui, vogliano impiegare parte dei loro averi per opere di bene a favore di chi è maggiormente nel bisogno. Se questo avverrà, allora tutta l'intera nostra società ne trarrà grande beneficio. 
Grazie Hamdi !

Marco

venerdì 15 gennaio 2016

Mandatemi cartoline di Natale. La storia di Safyre, la bimba orfana e sfigurata dopo l’incendio


La piccola di 8 anni ha perso il padre e i tre fratelli nel rogo della sua casa a New York. Sono arrivati 300 mila biglietti da tutto il mondo e ora sarà ospite a Disneyland

Dieci giorni fa mentre preparava l’albero di Natale, Safyre aveva espresso un desiderio che sembrava irrealizzabile: «Mi fate un regalo di Natale? Vorrei ricevere cartoline da tutto il mondo per appenderle al mio alberello». Sembrava un sogno irrealizzabile. Zia Liz Dolder l’ha consolata: «Ce ne stanno cento, ma forse riusciremo a riceverne dieci». Poi ha guardato negli occhi questa sua nipote di 8 anni, uscita devastata nel corpo e nell’anima dall’inferno di un incendio due anni fa a New York, unica sopravvissuta nel rogo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. Ha pensato che meritava di più di dieci cartoline e ha postato su Facebook: «Vorrei ricevere cartoline di Natale da tutto il mondo, aiutatemi».
Il post è diventato virale, in pochi giorni sono arrivate 300 mila cartoline, 3.500 pacchi e donazioni per 325 mila dollari perché nel frattempo è stato aperta anche una raccolta fondi su un sito di crowdfunding. Denaro che servirà per coprire le costose spese mediche. Ed ora un altro regalo per Safyre Terry: un viaggio di una settimana a Disneyland in Florida per lei, la zia e i suoi cugini, offerto dalla fondazione Baking Memories 4 Kids per lei, che si occupa di finanziare viaggi nei parchi di divertimenti per bambini malati terminali.
«Mia nipote vuole vivere, ama il Natale, per noi è un esempio di grande coraggio» ha dichiarato zia Liz ai vari media americani.


Il tragico incendio

Nel maggio del 2013 Safyre riuscì a sopravvivere a un spaventoso incendio negli Stati Uniti. Morirono il padre David, la sorella di tre anni Layah, il fratellino Michael di 2 anni e Donovan, di appena 11 mesi. Quando i vigili del fuoco riuscirono a entrare in casa trovarono la piccola abbracciata al padre che tentò disperatamente di proteggerla dalle fiamme. Da quell’inferno, viva, è uscita solo lei. Ma Safyre ha trascorso mesi in ospedale e si è sottoposta a decine di interventi chirurgici per tentare di rendere meno tremende le ustioni che hanno martoriato il suo volto e il suo fisico. Ha subito l’amputazione della mano destra e di un piede, ma non ha perso il sorriso e la gioia di vivere.



Per inviare cartoline a Safyre, questo è il suo indirizzo: 

Safyre Terry

 P.O. Box 6126

 Schenectady NY 12306


di Redazione Salute Online

18 dicembre 2015


FONTE: Il Corriere


Una vicenda molto dolorosa quella della piccola Safyre, sfigurata da un tragico incendio e rimasta orfana dei propri genitori, ma che denota anche la grande generosità della gente che ha risposto in grande stile all'appello della bambina, "inondandola" letteralmente di cartoline e anche di tante, tante donazioni, che le serviranno certamente per la cura della sua salute.
Cosa dire in proposito? E' proprio in questi momenti che si vede il vero cuore dell'uomo, un cuore che sa commuoversi e rispondere con grande altruismo e generosità a situazioni delicate come questa. E anche questo è Amore!

Marco

lunedì 11 gennaio 2016

La bella storia della piccola Beth: vende braccialetti per l’amica malata


A nove anni in quattro mesi ha raccolto 43mila euro per acquistare una piscina di acqua salata, unica terapia efficace per l’amichetta del cuore

«Non si è mai troppo piccoli o troppo giovani per fare la differenza». E’ il motto della giovanissima Bethany Walker, bambina americana di nove anni che per aiutare Anne, l’amica del cuore affetta da una rara malattia genetica invalidante si è rimboccata le maniche e ha cominciato a vendere su Facebook braccialetti di gomma color arcobaleno: in soli 4 mesi ha raccolto 43mila euro per aiutare l’amica.

La malattia

Anne soffre di epidermoliosi bollosa, una rara malattia genetica della pelle che causa fragilità cutanea e provoca la comparsa di bolle che rende estremamente fragile la cute e le mucose, e causa bolle, vesciche e lesioni continue dovute al distacco dell’epidermide. La malattia, chiamata anche sindrome dei bambini farfalla (per la fragilità della pelle pari a quella delle ali di una farfalla) è anche molto dolorosa.

La raccolta fondi

L’eccezionale raccolta di fondi ha permesso ai genitori di Anne di acquistare e installare nel giardino di casa una piscina terapeutica con acqua salata, l’unico trattamento efficace al momento esistente contro la malattia. «Quando mia figlia mi ha raccontato l’idea dei braccialetti ho pensato che fosse molto dolce, ma non avrei mai creduto a un successo del genere» ha raccontato la mamma di Bethany Walker a Today news. «Quando è nata Anne - racconta la madre - le mancava la pelle sui piedi e intorno a un polso. I medici ci hanno subito detto che la sua vita sarebbe stata un inferno. Anne non può uscire, non può andare in bicicletta, non può saltare con la corda o andare sui pattini, ma questa piscina per noi è molto di più di una piscina, ci ha cambiato la vita, ha riunito la nostra famiglia e permette a mia figlia, almeno per un po’, di sentirsi come una normale bambina di 10 anni».

di C. Mar

7 agosto 2015

FONTE: Il Corriere