venerdì 1 marzo 2019

“Non morirò con i soldi in banca”. L’imprenditore Vinicio Bulla paga le scuole ai figli dei suoi dipendenti


Vinicio Bulla, l’imprenditore cattolico che paga le scuole ai figli dei propri dipendenti: dal Veneto, l’incredibile storia della Rivit di Asiago “non morirò con i soldi in banca”

In un giornale come spesso accade anche nella vita di tutti i giorni, a far molto rumore sono le storie truci, le azioni ignobili e i gravi soprusi: ora non siamo certo qui a fare la retorica “moralista” delle “buone notizie” eppure ogni tanto parlare di un imprenditore che pensa al bene dei propri lavoratori (e al loro futuro) fa semplicemente bene alla nostra umanità, altro che “moralismo”. Si chiama Vinicio Bulla, è un imprenditore veneto che crede non solo nel sacro valore del lavoro ma anche nella sacralità della vita umana e nella famiglia: e per questo ha deciso di pagare le scuole ai figli dei propri dipendenti, affermando anche provocatoriamente «non morirò certo con i soldi in banca».
Sembra una fake news e invece è tutto vero, si tratta del patron della Rivit di Asiago: producono ed esportano in tutto il mondo dei tubi di acciaio inox e leghe speciali destinate alle aziende di estrazione petrolio e gas. «Non voglio morire con i soldi in banca, voglio aiutare il territorio», spiega il Bulla, imprenditore di Caltrano, vicinissimo all’Altopiano di Asiago. Occupa 150 dipendenti nello stabilimento ed esporta in tutto il mondo: la cosa di cui va maggiormente fiero è di non aver mai portato i suoi operai alla cassa integrazione, anche se da qualche mese ha deciso di fare un surplus del tutto non richiesto alla propria azienda. Nello scorso ottobre ha sottoscritto un “contratto di welfare” che prevede per i figli dei lavoratori «il rimborso delle quote di iscrizione, rette, servizi mensa e scolastici per la frequenza di asili nido e materne, fino ad un massimale fissato in 6.600 euro annui per figlio in caso di asilo nido e in tremila per la scuola materna», riporta l’Avvenire dopo il servizio andato in onda sul Tg1 negli scorsi giorni.

UN IMPRENDITORE CATTOLICO CHE “DONA” GRATUITÀ

Nel caso poi di nuove nascite o di adozioni di figli oltre il primo, i dipendenti della Rivit hanno diritto secondo quanto stabilito dal signor Vinicio ad una cifra una tantum di 2mila euro per il secondo figlio, o di 3mila per il terzo figlio e così via che si aggiungono ai 550 euro al mese per il nido e ai 250 euro per la materna. Altro che reddito di cittadinanza, per il patron della Rivit il miglior modo per “far crescere l’economia” è scommettere sul futuro e la famiglia dei propri operai, continuando a dar loro un lavoro e non risparmiandosi mai nel sostenere che un bene reale è presente sempre, anche se si parla di tubi e acciai inox.
«La vita, anzi la nuova vita è o no un valore non negoziabile? Io, da imprenditore cattolico, che crede ancora nei valori che non sono trattabili, mi sono posto ripetutamente il problema e ho deciso di destinare i miei risparmi alla promozione della natalità, anziché a qualche banca, col rischio magari di perdere tutto», spiega il 79enne ai colleghi di Avvenire dopo aver firmato il progetto di welfare per i prossimi 7 anni, con rimborsi annui di 200mila euro. Attenzione però, non siamo mica di fronte ad un “benefattore” che in maniera un po’ casuale vuole lavarsi la coscienza con un bene “una tantum”: il Bulla il suo progetto l’ha studiato per bene in modo che fosse adattabile e sostenibile per tutti, la sua famiglia compresa. «L’accordo rientra nello spirito sperimentale ed innovativo», conferma la Spa in cui partecipano i tre figli eredi della Rivit. Così tanto studiato che, seppur perfezionabile nei prossimi anni, Vinicio Bulla si è affidato alla Confindustria Vicenza per poter portare l’esempio anche in altre industrie: «questi sono i Veneti! Vinicio Bulla, fondatore della Rivit di Caltrano (VI), azienda diventata un colosso mondiale, ha “congelato” i suoi risparmi in banca per pagare le scuole ai figli dei dipendenti, invece di concedersi vacanze e benefit», spiega soddisfatto e stupefatto il Governatore del Veneto, Luca Zaia.

di Niccolò Magnani

6 febbraio 2019

FONTE: Il Sussidiario.net


Bella storia, che ci insegna che si può essere imprenditori di successo anche nel più vero e genuino spirito Cattolico, investendo sulle persone e sul loro futuro. Un bellissimo insegnamento e un esempio per ogni imprenditore che volesse seguire la stessa strada.
Grazie Vinicio

Marco

domenica 17 febbraio 2019

I vandali distruggono la bici alla prof, gli alunni di terza media la riparano


l gesto di Riccardo e Lorenzo, 13 anni, meccanici autodidatti. L’insegnante: «Si parla solo dei bulli, ma ci sono ragazzi stupendi»

È una vecchia bici, ma con la sua strenua resistenza ha accompagnato lo svolgersi delle stagioni e più di un passaggio della vita. La professoressa di arte l’ha portata in stazione tre anni fa, la prima volta che è arrivata a Poggio Rusco, un paesino di seimila abitanti nel cuore della Pianura Padana, all’incrocio delle province di Mantova, Ferrara e Modena. In quella stazione di campagna la bici aspetta tutte le notti e ha aspettato per mesi quando la sua proprietaria si era trasferita in un’altra sede, dove non ne aveva bisogno. Poi, da settembre, ha ripreso il suo onorato servizio.

La giovane prof, Ramona Cervelli, che è precaria e si vede assegnare la scuola in cui insegna di anno in anno, ogni mattina prende il treno da Bologna, dove vive, e poi su quella bici pedala per un chilometro per arrivare all’Istituto comprensivo di Poggio Rusco, che si trova ai margini del paese dove i capannoni si sfrangiano tra i campi: un vecchio edificio in cemento armato che, da quando il terremoto ha distrutto la struttura che ospitava le elementari, riunisce un migliaio di alunni dalla materna alle medie. Siamo nel pieno Nord produttivo, ma i ritmi della campagna e le file di case basse lo fanno sembrare un luogo fuori dal tempo.

Fuori dai tempi inferociti in cui viviamo è anche il gesto semplice di due dei suoi alunni di terza media, Lorenzo Oliani e Riccardo Bergamini, tredici anni a testa, un mix di energia e timidezza. All’inizio di febbraio la prof ha trovato la bici distrutta: qualcuno — forse un gruppo di ragazzi più grandi annoiati — nel fine settimana l’aveva presa a calci, sformandone la ruota e abbandonandola lì, sconfitta e violata. L’insegnante ha dovuto iniziare ad andare a scuola a piedi: «Era impossibile usarla, ma non me la sono sentita di buttarla. Ho tolto il catenaccio e ho deciso di lasciarla al suo destino: forse qualcuno poteva darle una nuova vita». Qualche giorno dopo non l’ha vista più: «Ho pensato che era andata così e ne sono stata contenta».

Ma al ritorno a scuola ha trovato una sorpresa: la sua vecchia bici perfettamente funzionante, con la ruota a posto e un rilucente parafango blu. «Glielo avevamo detto che l’avremmo aggiustata, ma lei non ci ha creduto» racconta Lorenzo, che è minuto e ha la parlantina facile. «Lo sappiamo fare: abbiamo imparato da soli provando e riprovando» aggiunge Riccardo, che è alto e ha già una voce profonda. Smontare e rimontare le cose è la sua passione: «A casa in giardino ho persino un motore che mi hanno regalato — dice con entusiasmo —: da grande voglio fare il meccanico e infatti l’anno prossimo andrò al professionale a Mantova». Lorenzo, che è appassionato di trattori e si iscriverà «all’agrario» perché vuole lavorare in campagna, spesso ci gioca con lui.

Per i due è stato naturale offrirsi di riparare la bici che ogni mattina portava a scuola la loro insegnante. Se la sono caricata in spalla e l’hanno portata a casa. «La cosa più difficile è stata togliere il carter rotto che bloccava la catena — spiega Lorenzo —. Il parafango l’abbiamo preso dalla vecchia bici di mia madre». La professoressa è stata così colpita dal loro gesto che ha scritto alla Gazzetta di Mantova per raccontarlo: «Si sente sempre parlare di bullismo ma la scuola e i ragazzi sono anche questo, è giusto che si sappia», dice ora. Lorenzo e Riccardo si sono meritati anche le lodi della preside, Cristina Tralli. Alla fine una lezione l’hanno data loro, a tutti: come si diventa gli uomini di domani.

di Elena Tebano

10 febbraio 2019

Fonte: Corriere.it


Mi piace alternare in questo blog post particolarmente seri e importanti ad altri più "leggeri" e "quotidiani". Quest'ultimo appartiene a questa seconda categoria, ma questo nulla toglie alla sua valenza e bellezza, pur nella semplicità del gesto compiuto. E sono contento di aver inserito questo post perchè quando si parla di giovani alunni, spesso e volentieri si mette in evidenza il problema del bullismo a scuola, dell'uso e abuso di alcool e droghe già in questa età, della "deriva" di valori dei giovani d'oggi..... ma assai poco si parla del "Bene" che esiste nella gioventù, quasi che questo Bene non esistesse. E invece, lasciatemelo dire, c'è anche molto di buono nella gioventù di oggi, e questo "buono" va fatto conoscere, va evidenziato e incentivato. Il bel gesto di Lorenzo e Riccardo non salverà certamente il mondo, ma certamente contribuisce, nella sua semplicità e spontaneità, a renderlo migliore, poichè la nostra società si poggia anche su belle azioni come queste.
Non smettiamo mai di credere e puntare sui nostri giovani.... sono il futuro della nostra società ed hanno molto bisogno che si creda e si abbia fiducia in loro!

Marco

martedì 12 febbraio 2019

Dalle scene finali del film Schindler's List, un grande insegnamento: Amiamo più che possiamo finché ne abbiamo il tempo!


Il 27 gennaio è stata la Giornata della Memoria delle vittime dell'Olocausto e, come ogni anno, non sono mancati in televisione, sui giornali e sul web programmi, documentari e articoli dedicati alla Shoah, questa “piaga” dolorosissima della nostra storia umana, forse, mi verrebbe spontaneamente da dire, la piaga più dolorosa, orribile, e “irreale” nella sua crudele assurdità dell'intera storia umana. Ed è un bene, lasciatemelo dire, che si parli spesso della Shoah, a distanza di tanti anni, perché l'uomo capisca i suoi tragici errori e non abbia mai più a ripeterli! MAI PIU'!

Questa Giornata ha fatto sorgere in me un gran desiderio di vedere il celebre film “Schindler's List”, capolavoro di Steven Spielberg, che narra la storia di quest'uomo, Oskar Schindler, imprenditore tedesco il quale, approfittando della sua importante posizione all'interno del partito nazista di Hitler di cui faceva parte, ha saputo salvare la vita ad oltre 1100 ebrei portandoli a lavorare nella propria fabbrica di pentole e tegami, poi riconvertita per ordini di partito in fabbrica di armamenti (che tuttavia lui, da un certo momento in avanti, produceva “difettosi” per fare in modo che la guerra finisse nel più breve tempo possibile), infine “comprando” i propri lavoratori uno a uno per impedire che fossero deportati nuovamente nei campi di concentramento. Una pagina davvero splendida all'interno dell'orrore senza fine dell'Olocausto!
Ero convinto di avere, da qualche parte, il dvd di questo celebre e bellissimo film, ma evidentemente mi sbagliavo, oppure, cosa più probabile, l'ho smarrito e magari, chissà, tornerà fuori quando meno me l'aspetto. Mi sono allora accontentato di vederne qualche spezzone su You Tube, e in particolar modo, le salienti e meravigliose scene finali (vedi video qui sotto). Vedere quest'uomo, Oskar Schindler (interpretato mirabilmente dall'attore Liam Neeson), persona dal grande, grandissimo cuore, ma anche amante della vita e di certe “piacevolezze” della vita, commuoversi profondamente, fino alla “disperazione”, per non essere riuscito a salvare più vite umane di quello che avrebbe potuto fare, magari rinunciando alla sua bella macchina o a una spilla d'oro in suo possesso, che avrebbe potuto “barattare” con qualche gerarca nazista per avere qualche altra persona ebrea in cambio..... beh, non o timore a dirlo, mi ha commosso profondamente, fino alle lacrime. E ho visto e rivisto questo bellissime, commoventi, meravigliose scene finali varie volte.
Penso del resto che sia ben difficile rimanere indifferenti di fronte a immagini del genere e posso ben immaginare che, come queste scene abbiano scosso e commosso me, così sarà successo a una moltitudine di altre persone. Queste immagini del film mi hanno anche aperto a una delicata e profonda riflessione: quando ciascuno di noi lascerà questa vita e comparirà dinanzi al nostro buon Dio con tutto quello che di buono e meno buono avrà fatto durante la propria vita.... quale sarà lo stato della nostra coscienza, della nostra anima? Io credo profondamente che la nostra reazione sarà in tutto e per tutto simile a quella di Oskar Schindler dinanzi ai “suoi” cari amici ebrei nel momento del loro commiato finale. Dinanzi al nostro buon Padre, Dio infinitamente Amoroso verso ciascuno di noi, nella Sua Luce vedremo quanto Bene avremmo potuto fare in più rispetto a quello che abbiamo realmente fatto, quanto Amore avremmo potuto dare in più, ai nostri cari, alle persone a noi vicine, a tutti..... e ci pentiremo amaramente di non averlo fatto, di non aver DATO di più, di non aver AMATO di più! Ma ce ne pentiremo non per timore del Giudizio di Dio, che pure ci sarà (Dio è Buono e Misericordioso ma è anche Giusto Giudice).... ma bensì perché abbiamo “tradito” il Suo Divino Amore, quando ce lo chiedeva, quando ci chiedeva di essere più tolleranti, meno egoisti, ci chiedeva di perdonare, di aiutare, di essere meno attaccati alle “nostre cose terrene” e quindi di essere maggiormente caritatevoli verso il nostro prossimo. Eh sì, ci pentiremo immensamente di tutto il Bene che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.... e chiederemo perdono, perdono infinito al nostro buon Dio!

Cari amici tutti, con questo post non intendo certo fare una paternale.... ma con il cuore in mano mi sento di dire a tutti e anche a me stesso: la vita è una sola, quindi cerchiamo di “spenderla” bene, nel miglior modo possibile, e dire “miglior modo possibile” significa dire “Amare”! Probabilmente la stragrande maggioranza di noi non potrà salvare oltre 1000 uomini come fece a suo tempo il compianto Oskar Schindler, ma ciascuno di noi può fare la sua parte, può fare tanto! Il Bene compiuto anche nelle piccole cose, ha un valore immenso per il nostro buon Dio! Sorridere sempre, dire una buona parola, dare un incoraggiamento, perdonare sempre, saper rinunciare a delle cose che ci piacciono per farne altre che sono di maggior utilità.... sono tutte cose importantissime, che cambiano in meglio il mondo intero.
E poi preghiamo, preghiamo molto, preghiamo per il bene di tutti! Si dice che quando si prega per una persona, un Angelo va a posarsi sulla spalla della persona per cui si sta pregando. Trovo che questa sia una cosa bellissima! Amiamo allora, più che possiamo, e “lavoriamo” su noi stessi per divenire le migliori persone possibili. L'Amore e solo l'Amore è tutto quello che ci porteremo appresso da questa vita all'Altra, alla Vita Eterna, l'Amore è l'unico Bene che non perisce e che rimarrà per sempre!

Queste mie parole possono sembrare dirette alle sole persone credenti.... ma in realtà non è così! Anche in chi non crede in Dio, dico con fermezza e certezza che fare il Bene è la miglior cosa possibile che una persona possa fare, il miglior “affare” della propria vita. Amare significa essere felici, sempre e in qualsiasi situazione!
Auguro a tutti, di vero cuore, di essere sempre felici, e di vivere la propria vita con tutto l'Amore di cui si è capaci!

Marco




“Chi salva una vita salva il mondo intero”

giovedì 31 gennaio 2019

Saper vedere il bene anche nell'inferno di un lager nazista


Oggi (27 gennaio 2019 n.d.r.) è la Giornata della Memoria e vorrei che prestassimo una particolare attenzione alla testimonianza della scrittrice Edith Bruck, un'ebrea ungherese di 86 anni che nell'aprile del 1944 fu deportata ad Auschwitz con tutta la sua poverissima famiglia. Girò sette campi di concentramento fino al 15 aprile del 1945, quando lei e sua sorella furono liberate dagli Alleati. Ha perso, nei lager nazisti, i genitori e il fratello.
Edith Bruck non ha mai nascosto nulla dell'orrore dei campi di concentramento, che descrive come «un inferno», il «male assoluto». Dice perfino che «il sole avrebbero dovuto vergognarsi di sorgere su quei campi». E non nasconde neppure il fatto che quell'orrore possa ripetersi, perché il mostro dell'antisemitismo e del razzismo è sempre vivo.
Ma rispetto a tanta narrazione dei lager Edith Bruck sa aggiungere qualcosa di sorprendente, che dà forza e speranza alla vita di ciascuno di noi, in qualsiasi situazione di bruttezza e di dolore ci possiamo venire a trovare. È sconvolgente come questa donna, questa straordinaria donna, riesca sempre, nei suoi racconti, a trovare un positivo anche nella realtà più orribile, in quella più apparentemente senza speranza. «Della mia prigionia nei lager nazisti conservo la memoria – dice – di quattro piccoli episodi che hanno permesso che io sia viva».

Il primo piccolo episodio accadde subito, al suo arrivo ad Auschwitz. I nazisti dividevano i deportati in due direzioni: chi andava verso destra era destinato ai lavori forzati, chi andava verso sinistra alle camere a gas. Suo padre, suo fratello e sua sorella furono indirizzati verso destra; lei e la mamma verso sinistra. «Io non sapevo quale fosse la differenza fra destra e sinistra – racconta Edith Bruck – e stavo attaccata alla gonna di mia madre. A un tratto un soldato tedesco, l'ultimo della fila, si chinò verso di me e mi sussurrò: “Vai a destra, vai a destra!”. Il tedesco è simile all'Yiddish che io parlavo e capii, ma non volevo lasciare mia mamma. Lui insisteva, mia mamma cercava con forza di trattenermi, allora quel soldato la colpì con il calcio del fucile facendola cadere e mi spinse verso destra.
Non ho più rivisto mia mamma da quel momento, e quando racconto questo fatto mi blocco: ma poi riparto, perché devo testimoniare che un soldato delle SS mi ha salvato la vita
».

Il secondo episodio che racconta Edith Bruck è del giorno in cui lei e la sorella buttarono a terra, nella neve, dei giubbotti militari che dovevano trasportare. Un soldato si avvicinò per ucciderla con la pistola in pugno, quando lei gli prese un braccio. Fu il gesto che le salvò la vita: «Se una lurida sporca schifosa ebrea ha il coraggio di mettere le mani su un tedesco, merita di vivere», le disse.

Il terzo episodio è di quando uno dei suoi aguzzini le diede la propria gavetta da lavare, e lei si accorse che c'era dentro un po' di marmellata. «In quella marmellata c'era la vita, e lui me l'aveva lasciata apposta. Era la mano di Dio scesa sulla terra».

Infine, il ricordo di quando, chiusa in un castello, pelava le patate e il cuoco le chiese come si chiamava: «Allora io c'ero, avevo un nome, non ero un numero tatuato su un braccio! “Mi chiamo Edith”, risposi. Il cuoco si chinò su di me. Mi disse: “Io ho una figlia piccola come te”, e mi regalò un piccolo pettine che aveva nel taschino».

Com'è possibile che una donna che ha vissuto quell'inferno conservi il ricordo di quei piccoli gesti? Quale miracolo accade in lei? «Nessuno può immaginare – dice – che cosa possa voler dire un gesto positivo in un campo di concentramento. Senza quei piccoli gesti dei miei carcerieri io oggi non sarei assolutamente qua. Perché in quei piccoli gesti era la salvezza, era la speranza. Allora non tutto era perduto, non tutto era buio. E così è oggi: non tutto è perso. Non bisogna mai perdere la speranza, anche se viviamo in un mondo difficile. Ognuno di noi può aggiungere una goccia di bene in questo immenso mare nero».

Come sarebbe tutto diverso – come saremmo tutti diversi – se ognuno di noi sapesse cogliere sempre il positivo dentro la realtà. E se riuscissimo a pronunciare queste stesse parole di Edith Bruck: «Non riesco a odiare nessuno al mondo. Credo che questa sia una grazia per me».

di Michele Brambilla

27 gennaio 2019

FONTE: Editoriale della Gazzetta di Parma


Articolo molto, molto bello e significativo che riporto con estremo piacere sulle pagine di questo blog.
Le parole di Edith Bruck, sopravvissuta ai campi di concentramento e poi divenuta scrittrice di grande successo nonché testimone verace degli orrori dell'olocausto, ci insegnano come anche nel “nero più nero” ci possa essere qualche raggio di luce, come anche nell'“inferno in terra” dei campi di sterminio nazisti ci potesse essere qualche sprazzo di Amore che, nel caso suo, gli sono valsi la sopravvivenza. Il “nero assoluto” non esiste, sembra dirci Edith, e questo è un insegnamento importantissimo! Dobbiamo sempre avere fiducia nell'essere umano.
Un'altra cosa che mi piace sottolineare della testimonianza di Edith è la sua positività, il suo ottimismo, la sua visione speranzosa della vita e dell'uomo, il suo vedere sempre e comunque il “bicchiere mezzo pieno”. E' una dote bellissima questa, una dote che, per le stesse parole di Edith “non mi fa odiare nessuno al mondo”. E questa penso che sia la cosa in assoluto più bella, perché dove non c'è odio alberga l'Amore, e l'Amore è il più grande attributo di Dio, la Forza più grande dell'Universo e la vera ragione dell'esistenza dell'uomo.
Grazie cara Edith per la tua testimonianza, ricolma di fiducia e di speranza.

Marco

sabato 12 gennaio 2019

Ecumenismo e incontro, i 50 anni di Bose


ANNIVERSARIO  NEL 1968 NASCEVA IN PIEMONTE LA COMUNITA' CHE OGGI CONTA CIRCA 90 MONACHE E MONACI. UNA LETTERA DI FELICITAZIONI DA PAPA FRANCESCO

«L'accoglienza di tutti, credenti e non» e la «capacità di ascolto» sono due caratteristiche evidenziate da Bergoglio che ha anche lodato l'impegno profuso per l'unità dei Cristiani

Cinquant'anni possono essere un tempo infinito oppure un battito di ciglia. E' difficile affidarsi alle misure convenzionali in un luogo dove si abita il silenzio e le giornate sono scandite dal respiro del canto più che dal ticchettio degli orologi. Eppure cinquant'anni sono anche una ricorrenza solida e tangibile, come una pietra posta lungo il cammino. La Comunità monastica di Bose (Biella), fondata da Enzo Bianchi (che ha dato inizio alla vita comune nell'autunno del 1968, dopo tre anni di vita solitaria, e che è stato priore del monastero fino al gennaio 2017) festeggia il primo mezzo secolo di vita.
E lo fa nel suo stile: con sobrietà, senza autocelebrazioni, con uno sguardo che sa far memoria del passato restando però concentrato sul presente. L'anniversario è anche un'occasione per rileggere un'esperienza unica, che porta nel suo Dna l'ecumenismo e l'apertura all'incontro: a Bose infatti vivono monaci di entrambi i sessi, provenienti da Chiese diverse. Lo ha sottolineato Papa Francesco nella lettera inviata al fondatore Enzo Bianchi: «Mi associo spiritualmente al vostro rendimento di grazie al Signore per questi anni di feconda presenza nella Chiesa e nella società, mediante una peculiare forma di vita comunitaria sorta nel solco del Concilio Vaticano II. La vostra Comunità si è distinta nell'impegno per preparare la via dell'unità delle Chiese cristiane». Non solo. C'è un'accoglienza che va anche oltre i confini del cristianesimo: «Desidero esprimere il mio apprezzamento», scrive il Papa, «specialmente per il ministero dell'ospitalità che vi contraddistingue: l'accoglienza verso tutti senza distinzione, credenti e non credenti; l'ascolto attento di quanti sono alla ricerca di confronto e consolazione».
Dove cercare le radici di questa intuizione? «Nella mia storia, fin dai primi anni di vita» risponde Enzo Bianchi. «Mia madre aveva una fede profonda, mio padre invece si professava ateo. Fin da ragazzo sono venuto a contatto con esperienze religiose diverse. Ricordo di quando mi portarono a visitare una sinagoga. Allora si parlava degli ebrei come di “perfidi giudei”, ma a casa mi dicevano che erano nostri fratelli».
Privilegiare l'incontro e il dialogo: una scelta profetica quanto faticosa, sopratutto agli inizi. Nel 67 Bianchi, appena ventiquattrenne, ricevette un interdetto dall'allora vescovo di Biella. «Ero giovane. Ed ero un laico, non provenivo dalla vita religiosa. In quegli anni, poi, l'ecumenismo non era ancora un dato acquisito per la Chiesa cattolica italiana». Fu il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, a sostenere la comunità e ad approvarne la regola nel 73. Una regola che vive nel solco della grande tradizione monastica, ma che sa anche essere molto innovativa. Uomini e donne, insieme in cammino: «Le differenze non si appiattiscono, si armonizzano» racconta Bianchi, specificando che «le sorelle possono avere tutti gli incarichi previsti per i fratelli».
Pensando a quel primo gruppetto di religiosi e alla loro vita in casupole semidiroccate, sorprende vedere oggi una comunità che conta una novantina di monaci e monache, non solo a Bose, ma anche nelle fraternità gemelle fiorite in Italia e nel mondo.
«Noi siamo i primi testimoni, stupiti, di quel che il Signore ha compiuto» ha sottolineato l'attuale priore, Luciano Manicardi. «Per noi ricordare i 50 anni di storia della comunità è anche prendere coscienza di un'eredità, di un lascito, e dunque di una responsabilità, a tanti livelli». Oggi come cinquant'anni fa, la Comunità di Bose vive di incontri, «con un'attenzione speciale per la dimensione umana. E con uno stile di vita che punta all'essenziale». Tante persone (anche molti giovani) vanno a cercare questo “magnete” nascosto nel silenzio delle colline. Hanno domande profonde e la consapevolezza di potersi sentire a casa.

Di Lorenzo Montanaro

FONTE: Famiglia Cristiana N. 51
23 dicembre 2018

domenica 6 gennaio 2019

Lavori di manutenzione per l'inverno, serve un aiuto


L'appello delle religiose


Siamo le monache benedettine del SS. Sacramento del Monastero San Pietro in Montefiascone (Viterbo), lettrici della vostra bella rivista fino a quando siamo state in grado di pagare l'abbonamento. Ci eravamo già rivolte con un appello ai lettori di Famiglia Cristiana e grazie anche al loro aiuto avevamo fatto fronte alla manutenzione straordinaria dei tetti. Ci diamo da fare e siamo aperte all'accoglienza di pellegrini, gruppi parrocchiali e gruppi di preghiera, ma l'affluenza è in diminuzione e ci sembra di soccombere anche se la speranza in Dio ci sostiene.
Ora si rende necessaria la manutenzione ordinaria del monastero, risalente al 600, che presenta parecchie infiltrazioni di acqua e in queste condizioni sarà difficile affrontare l'inverno. Inoltre, abbiamo un debito di 20000 euro da due anni per lavori inderogabili eseguiti e non riusciamo a estinguerlo.
Le coordinate per chi volesse aiutarci sono:


C/c postale n. 12380010 intestato a Monastero benedettine S. Pietro

Iban IT76N0521673160000000001768.


Ringraziamo se potrete pubblicare il nostro appello, continueremo a pregare per voi e per i benefattori che vorranno darci una mano.


FONTE: Famiglia Cristiana N. 43
28 ottobre 2018

www.monasterosanpietromontefiascone.com


Con la S. Epifania le Feste Natalizie sono terminate, e questo è stato per molti tempo di "regali" e di una maggiore predisposizione ad aiutare il proprio prossimo. Con il cuore lancio allora questo appello, tratto dalla rivista "Famiglia Cristiana", affinchè si possano aiutare queste suore nelle loro incombenti difficoltà economiche.
Le persone che vivono periodi di difficoltà sono tante, lo sappiamo, ma proviamo per un attimo a pensare a tutto il Bene che fanno queste suore al mondo intero: e questo non soltanto per la loro benevola accoglienza dei pellegrini, ma anche e sopratutto per la loro costante preghiera, rivolta sempre e soltanto al maggior Bene di tutti! Non a caso i conventi, dove si respira aria di vera e genuina Fede e Amore verso il Signore e verso il prossimo, sono considerati come dei "parafulmini" per il mondo intero, vere e proprie "oasi" di Bene, che richiamano Grazie e Benedizioni dal Cielo alla terra. Quelle che sono e saranno queste anime belle totalmente consacrate al Signore, lo capiremo bene solamente quando saremo al cospetto del nostro buon Dio. Ma proprio per tutto questo, penso sia giusto e sacrosanto cercare di aiutare queste anime belle nelle loro difficoltà finanziarie, con l'offerta del nostro obolo, condividendo il loro appello, e anche accompagnandole con la preghiera. Facciamolo quindi, tocchiamoci il cuore e aiutiamo queste suore ad andare avanti con la loro meravigliosa Missione d'Amore. Facciamolo e anche noi ne ricaveremo Grazie e Benedizioni, perchè il nostro buon Dio non si fa mai superare in Generosità.
Grazie di vero cuore a chi risponderà a questo appello.

Marco

mercoledì 2 gennaio 2019

Ti Auguro

Ti auguro di vivere in modo diverso rispetto alle persone "arrivate".

Ti auguro di vivere con la testa in basso e il cuore in aria,
i piedi dentro i tuoi sogni e gli occhi per sentire.

Ti auguro di vivere senza lasciarti comprare dal denaro.

Ti auguro di vivere in piedi e con una casa,
di vivere il respiro nel fuoco, bruciato vivo dalla tenerezza.

Ti auguro di vivere senza marca, senza etichetta, senza distinzione, senza altro nome che quello di umano.

Ti auguro di vivere senza rendere nessuno tua vittima.

Ti auguro di vivere senza sospettare o condannare, nemmeno a fior di labbra.

Ti auguro di vivere in un mondo senza esclusi, senza rifiutati,
senza disprezzati, senza umiliati, senza accusati con il dito.

Ti auguro di vivere in un mondo dove ciascuno avrà il diritto
di divenire tuo fratello, di divenire il tuo prossimo.

Un mondo dove a nessuno sarà rifiutato il diritto di parola,
il diritto di imparare a leggere e scrivere.

Ti auguro di vivere libero, in un mondo libero.

Ti auguro di parlare, non per essere ascoltato, ma per essere compreso.

Ti auguro di vivere l'inaspettato...



(Jean Debruynne, religioso francese)






Con questa bella poesia, auguro a tutti un Felice e Gioioso Anno Nuovo, con l'augurio più vero che possa essere un anno meraviglioso e fecondissimo di buone opere sotto ogni punto di vista.
Il "segreto" di tutto è sempre e solo l'Amore.... Viviamo ogni singolo istante di questo nuovo anno con Amore, e renderemo la nostra e l'altrui vita più bella, più colorata, più gioiosa.... in una parola sola: più felice!

Marco