lunedì 4 novembre 2019

La violoncellista che suona in ospedale per i malati terminali


La musica come cura di anima e corpo. Così Claire Oppert, una famosa violoncellista francese allieta i pazienti ricoverati in ospedale

La musicista Claire Oppert da anni fa visite settimanali all’ospedale Sainte-Perine di Parigi portando con sé il suo violoncello e regala un piccolo concerto ai malati, suona nella sala comune, oppure affianco al letto dei pazienti del reparto di oncologia e di cure palliative, ogni settimana nuovi grandi classici, per alleviare le sofferenze di chi è ricoverato.

I compositori preferiti di Claire sono Franz Schubert e Johann Sebastian Bach, ma ha inserito nel suo repertorio anche Mozart, Brahms, Maghreb e molti altri, a seconda di quello che il suo pubblico, quello dei pazienti, gli chiede di suonare.

Le persone per cui suona solo solitamente malati terminali o persone che stanno vivendo grandi sofferenze, fisiche e psicologiche, e la musica classica aiuta ad alleviare il dolore, trasporta per qualche ora in un’altro mondo, cullati dalle note dei grandi classici, si risolleva l’animo e lo spirito.

Nonostante sia una musicista professionista e stia girando il mondo con il suo strumento, la violoncellista ha un appuntamento fisso con il suo pubblico speciale, ogni venerdì, in ospedale, ormai sia per i pazienti che per il personale medico ed infermieristico, è diventato un appuntamento a cui non si può mancare.


Claire la considera una missione di vita, infatti quando era piccola voleva essere un "medico-musicista" e unire le sua grandi passioni, quella per la musica e quella per curare le persone e fare del bene. Così, pur avendo poi scelto una sola carriere tra la due, ovviamente quella di musicista, non ha mai perso la voglia di fare del bene agli altri attraverso la sua arte, la musica, ed attraverso il potere che questa può esercitare su chi la ascolta, rilassare, tranquillizzare, fare volare lontano con l’immaginazione.

Jean-Marie Gomas, coordinatore del Centro del dolore cronico e di cure palliative racconta:
Quando i pazienti la vedono entrare, si rilassano. Le domandano di suonare Schubert o Mozart e lei le esegue perfettamente. La sua musica, oramai, è un’arte con funzioni terapeutiche”.

E' stato proprio lui ad essere uno dei principali fautori di questa iniziativa che poi via via è stata seguita ed apprezzata da tutto lo staff medico, che aspetta il Venerdì pomeriggio per ascoltare nei corridoi, tra un paziente e l’altro, risuonare leggiadre le note del suo violoncello.

Una bellissima iniziativa, che unisce la passione per la musica all’amore per gli altri.
Complimenti a questa musicista dal cuore grande!

21 maggio 2019

FONTE: Positizie.it

venerdì 11 ottobre 2019

Padre Mychal Judge, un francescano tra le vittime dell'11 settembre


Tra i primi ad accorrere dopo il crollo delle Torri Gemelle anche padre Mychal Judge, cappellano dei pompieri di New York: dà l’estrema unzione a un pompiere gravemente ferito. Ed è proprio in quel momento che lui stesso trova la morte

Due torri che cadono, un mondo che crolla. Il segno profondo di un’epoca che cade su se stessa. La polvere che si alza – tutti l’abbiamo bene in mente – diventa, quell’11 settembre di 18 anni fa, metafora di un mondo che non vedremo più, sommerso da detriti e polvere. Roventi lamine di acciaio, confuse con dei corpi che, prima delle 8.50 del mattino, erano padri, madri, figli. Il primo aereo si schianta su una delle torri del World Trade Center. Padre Mychal Judge, frate francescano e cappellano dei pompieri di New York, si lancia a bordo dell'autobotte n. 1 sulla 31esima strada. Deve correre per dare l’estrema unzione a un pompiere gravemente ferito. Ed è proprio in quel momento che lui stesso trova la morte, diventando la vittima n. 0001 (tra i religiosi) della grande tragedia americana che segnerà, per sempre, la Storia mondiale.

Il frate francescano era sempre vicino agli ultimi, agli emarginati della Grande Mela. Si occupava molto dei giovani, dei dipendenti da alcool e droga. Era un servo di Dio che viveva il suo ministero per gli altri. L’11 settembre va ricordato. Sempre. E il comune più antico della Costiera Amalfitana, Scala, ricorda da sedici anni quel tragico evento in cui morirono 2.896 persone con la manifestazione «Scala incontra New York». Un evento commemorativo che sottolinea la sete di pace e armonia presente nel cuore di ogni uomo. L’uomo è stato creato non per la guerra, non per la morte, ma per la Vita, la Pace, e l’Amore. Il cuore dell’uomo è un abisso, uno scandaglio, in cui albeggia sempre – anche nelle notti più buie – il bene. E, continuare ad affermare questo, credo sia importante nei tempi oscuri che stiamo vivendo.

Una distesa di umanità, vittima di una sola parola: «odio», di un «io» che continuamente fugge dalla lotta con sé stesso, incapace di accettare e vincere quell’aura oscura, che è l’unica strada possibile per giungere alla personale consapevolezza. È il male del nostro secolo, ed è per questo motivo che è importante ricordare quella data. «Scala incontra New York» – unico evento italiano, a distanza di anni, a ricordare l’immane tragedia – ha voluto ribadire che è possibile un Mondo diverso. Il Paradiso è possibile costruirlo qui, su questa terra. Se tutti lo vogliamo. L’11 settembre è stato il primo grande tragico evento «in diretta» a cui abbiamo assistito. Fino ad allora, un numero di morti così grande, lo avevamo studiato solo sui libri di scuola. Quel giorno, invece, lo abbiamo vissuto dal vivo, con le telecamere di tutto il mondo, puntate su torri gemelle.

Oggi, siamo spettatori, di un’altra tragedia. E anche questa, ci viene proposta giornalmente da tutti i mass media. Altri numeri. Non c’è nessun aereo, nessun grattacielo, nessuna polvere. Ma solo acqua. E l’acqua non fa rumore. Inghiotte in silenzio. Anno 2014, gli arrivi degli immigrati, sulle nostre coste, sfiorarono quota 300 mila e i morti furono 3538 (dati Unhcr). Anno 2015, i morti, furono 3.771. Il 2016, l’anno più buio, 5.096 furono i morti e poco meno di 400 i cadaveri recuperati. Il 2017 ha visto 3139 dispersi in mare, e i corpi che ci furono restituiti furono solo 210. Ultimo dato, quello del 2018: i morti sono stati 2023. Numeri, anche questi. Tragici, disumani, che lasciano l’amaro in bocca. E lasciano tanto silenzio, tanto sconforto davanti alla disumanità. Proprio come quell’11 settembre di 18 anni fa. Quel giorno si disse: «Siamo tutti americani». Oggi, possiamo e dobbiamo dire: «Siamo tutti uomini sulla stessa barca».

di Padre Enzo Fortunato

11 settembre 2019

FONTE: Corriere.it


Esattamente un mese fa, come ogni 11 settembre di ogni anno, non sono mancate ricorrenze e manifestazioni in ogni parte del globo volte a ricordare quel tragico giorno di 18 anni fa, in cui tutto il mondo ha assistito attonito al più grande atto di terrorismo mai perpetrato prima d'ora. Ed è giusto e sacrosanto che sia così, perchè certe cose devono rimanere vive nella memoria dell'uomo affinchè non abbiano mai più a ripetersi!
Con questo post ho voluto ricordare la meravigliosa figura del frate francescano padre Mychal Judge, cappellano dei pompieri, che perse la vita quello stesso giorno mentre stava compiendo la sua missione di uomo di Dio. Ma volevo ricordare anche tutto l'operato dell'intero corpo dei pompieri dove, in quel tragico giorno, in molti persero la vita nel cercare di salvare quante più vite umane fosse possibile. E non solo in quel giorno ma anche nei giorni, settimane, mesi e anni successivi, a causa dell'inalazione massiccia e tossica delle polveri rilasciate dal tragico crollo dei due grattacieli.
Noi si potrà mai ricordare abbastanza questi uomini coraggiosi così dediti al proprio lavoro, che è una vera e propria missione, non solo in quel giorno, ma sempre, in ogni luogo e in ogni situazione. Onore e merito ad ogni uomo che sceglie nella propria vita di diventare un pompiere, lavoro nobilissimo e rischioso, al servizio del prossimo per il bene di tutta la società. A voi tutti va il mio "Grazie" più sentito e riconoscente.

Marco

martedì 20 agosto 2019

Le suore che salvano gemelli e disabili dalla morte


Nell’ex colonia portoghese con capitale Bissau c’è la diffusa consuetudine, dettata dalla superstizione, di abbandonare il primo nato di due gemelli e anche i bimbi disabili, spesso lasciati morire nella foresta. È in tale contesto che agiscono le Suore Benedettine della Divina Provvidenza e le Missionarie dell’Immacolata, la cui opera è fondamentale per custodire queste vite indifese.

Se venire al mondo in Guinea-Bissau non è facile, lo è anche di meno per i nati da parto gemellare. Nell’ex colonia portoghese, infatti, continua a essere presente la consuetudine di abbandonare il primo nato di due gemelli, spesso lasciandolo morire nelle aree paludose della foresta o sulle rive del fiume.

Non a caso, da una ricerca realizzata dall’Odense University Hospital sull’andamento demografico nella capitale del Paese africano nel periodo tra il 2009 e il 2011, è emerso come i gemelli avessero una mortalità perinatale molto elevata, tre volte superiore a quella dei singoli. Una situazione legata alla sopravvivenza di credenze ancestrali che identificano questa categoria come portatrice di pericoli e sventure. Alla luce di queste rappresentazioni culturali dure a scomparire, queste esistenze vengono lette come un’incognita nel rapporto tra l’umano e il divino, da "risolvere" con l’alienazione o l’eliminazione fisica.

L’usanza continua a essere praticata nelle società Balanta e Mansoanca, dove questi bambini vengono spesso considerati posseduti da spiriti maligni, gli “iran”. La stessa sorte è riservata ai nati con disabilità, anch’essi ritenuti posseduti e per questo abbandonati nella foresta, dove vanno incontro a morti orribili; o sbranati dagli animali o uccisi nel corso di cerimonie rituali. In questi casi, le madri, per l’ostracismo della comunità in cui vivono, sono condotte a consegnare i propri figli nelle mani degli stregoni del villaggio.

Ci sono storie, però, di donne più forti delle superstizioni che, con coraggio, sono riuscite a salvare i loro pargoli da questa fine atroce: è il caso di Nita che riuscì, attraversando un fiume in canoa da sola, a portare in salvo la sua bambina nata senza una gamba e con una mano malformata, affidandola alle cure di una suora in missione. Oggi la piccola, arrivata in Sicilia con l’aiuto dell’associazione “Amici della Missione” di Acireale, ha 11 anni e grazie alle cure del Centro ortopedico Ro.Ga. di Enna ha imparato a camminare e persino a ballare.

Vicende come quest’ultima aiutano a comprendere l’importanza dell’azione missionaria della Chiesa, impegnata a difendere, per citare le parole che san Giovanni Paolo II ebbe a pronunciare nel 1990 proprio a Bissau, “l’inviolabile dignità della persona umana, in modo che tutti siano portati a riscoprirla alla luce del Vangelo”. È quello che fanno le Suore Benedettine della Divina Provvidenza che, nella città di Catió, si occupano di accudire nel Centro nutrizionale della missione i piccoli abbandonati, perché gemelli o disabili, o aiutano nell’allattamento e nell’istruzione quelle madri che hanno scelto, invece, di tenerli e crescerli nonostante i pregiudizi. Quest’attività viene affiancata da corsi di formazione rivolti alle donne dei villaggi vicini, con lezioni anche sulla disabilità e sulla gemellarità per sfatare le credenze popolari che sono all’origine della pratica degli infanticidi.

Un’altra realtà importante che agisce a difesa della vita in un Paese dove ignoranza diffusa, estrema povertà e instabilità politica rendono non poco complicata quest’opera, è rappresentata da Casa Bambaran a Bissau. Si tratta di una struttura gestita dalle Missionarie dell’Immacolata dove trovano accoglienza quei bambini strappati a una morte sicura perché disabili o gemelli nati per primi. Il centro, situato nella periferia della capitale, prende il nome dal tessuto che le donne africane utilizzano tradizionalmente per avvolgere i neonati. Qui i bambini abbandonati nelle strade e nelle foreste hanno la possibilità di iniziare un percorso scolastico e vengono aiutati, grazie a una sviluppata rete di contatti con le parrocchie, a trovare famiglie disposte a prenderli in affido.

La presenza della Chiesa cattolica costituisce in molti casi, come abbiamo visto per la storia di Nita e della sua piccola nata con una malformazione, l’unica opportunità di sopravvivenza per questi piccoli non accettati dalle comunità d’appartenenza per la loro "diversità".

Un argine contro quella cultura dello scarto che in questo caso specifico continua a fare vittime a causa della persistenza di credenze ancestrali, ma che negli ultimi decenni si vorrebbe ulteriormente rivitalizzare in Africa attraverso quella che Francesco chiama “colonizzazione ideologica” e che passa mediante la promozione di pratiche contro la vita come, ad esempio, l’aborto selettivo.

di Nico Spuntoni

4 agosto 2019

FONTE: La nuova Bussola Quotidiana


E' tristissimo vedere come, ancora nel 21° Secolo, debbano esistere in certe parti del mondo culture e credenze così macabre che portano alla morte un gran numero di piccole creature innocenti. Ma, grazie al Cielo, esistono i missionari, queste anime "belle" che si occupano di salvare questi bambini da questi assurdi infanticidi, causa di una mentalità retrograda e nefasta.
Non si potrà mai ringraziare abbastanza l'opera dei missionari nel mondo, uomini e donne che dedicano tutta la loro vita a favore dei più poveri, degli indifesi, degli anziani, dei malati, dei bambini.... per Amore loro e a Gloria di Dio. Da parte mia, posso solamente dire, con tanta gratitudine e riconoscenza, il mio più sentito "Grazie".

Marco

giovedì 15 agosto 2019

Ferie donate per la piccola Elisa


Alcuni dipendenti dell'ospedale di Pordenone hanno scelto di convertire i giorni accumulati e aiutare la famiglia della piccola. La bimba malata di leucemia ha appena compiuto 5 anni. Il grazie della mamma: “Un gesto che riempie i nostri cuori”

AZZANO

Anche l'ospedale Santa Maria degli Angeli di Pordenone aiuta la piccola Elisa grazie alle ferie solidali. Si tratta di giorni di ferie donati a titolo gratuito e volontario dai dipendenti.

L'INIZIATIVA

Il grazie di mamma Sabina e papà Fabio è enorme; nella speranza di non essere lasciati soli in questo lungo viaggio. Per chiedere le ferie solidali ci sia un iter burocratico da seguire, con relativa richiesta da presentare al datore di lavoro, ogni volta che vengono raggiunti i 30 giorni donati. A parlare è la mamma, Sabina Maria, che racconta di Elisa che ha appena compiuto 5 anni (il terzo compleanno di fila in ospedale) poiché colpita da una leucemia rarissima, la miclomonocitica infantile. “Volevo permettermi di ringraziare veramente con tutto il cuore i colleghi dell'ospedale Santa Maria degli Angeli di Pordenone e tutta l'Azienda 5 del Friuli Occidentale. Infatti ho saputo che mi stanno aiutando, donandomi le ferie solidali grazie a una nuova legge entrata in vigore lo scorso aprile – afferma Sabina -. Chi vorrà potrà donare da un minimo di un giorno al massimo di 8 giorni spalmandoli in vari mesi e la donazione sarà anonima. Ringrazio anche perché ho appena finito l'aspettativa di due anni. Un saluto e un caloroso abbraccio in particolare va alla signore Michela Casarsa che, oltre aver già donato di sua iniziativa, si è prodigata instancabilmente per propagare questo appello di grande solidarietà. Sono ormai da quasi due anni e mezzo chiusa in camera con la piccola Elisa e il mio compagno Fabio all'ospedale del Vaticano, il Bambino Gesù: non finiremo mai abbastanza di ringraziare per l'ospitalità, l'amore e la professionalità il professor Franco Locatelli, tutti i medici, l'ufficio infermieristico e i volontari; è il quarto ospedale che giriamo pur di riuscire a salvare la piccola dalla malattia. Purtroppo attualmente non esiste nessuna terapia che la possa salvare, solo il trapianto di midollo osseo. Un primo tentativo fatto il 19 gennaio 2018 non ha avuto purtroppo un buon esito forse a causa della malattia troppo aggressiva o forse per il fatto che il donatore non fosse perfettamente compatibile. Elisa è in attesa di fare un secondo trapianto e la speranza è quella di riuscire a trovare un donatore e di portare il midollo nel suo corpicino. Attualmente le condizioni di salute sono discrete nonostante purtroppo abbia avuto ultimamente un virus che l'ha debilitata molto. Ci si prospetta una degenza ancora lunga, piena di insidie. Sono vicino a Elisa giorno e notte pur di riuscire in questa impresa, che ormai mi pesa relativamente, vado avanti per inerzia. Vicino a noi c'è il mio compagno Fabio, che ha voluto chiudere la sua attività due anni e mezzo fa per andare a 600 chilometri da casa in uno dei centri all'avanguardia per questa terribile malattia. L'appello per trovare un donatore di midollo osseo è sempre attuale. Chiamate Admo oppure il centro trasfusionale dell'ospedale più vicino a voi”. Sulla pagina Facebook “Pardini Fabio per Elisa” maggiori informazioni anche su come tipizzarsi.

Di Elisa Marini

1 agosto 2019

FONTE: Gazzettino.it


Queste sono notizie che fa sempre un gran piacere riportare, anche se la situazione della piccola Elisa è tutt'altro che risolta! Ma confido sempre nella generosità del popolo italiano, che è da sempre un popolo dal grande Cuore.
Forza Elisa, ti siamo tutti vicini e facciamo tutti quanti il tifo per te! Ti vogliamo Bene!

Marco

sabato 3 agosto 2019

"Sono felice, ma ho bisogno di aiuto": il messaggio di Elisa nel giorno del suo compleanno


Elisa Pardini è una bambina colpita da una gravissima forma di leucemia. L'unico modo per salvarla è trovare un donatore pienamente compatibile. Oggi compie 5 anni: l'appello

"Oggi è il mio compleanno. E' il terzo che festeggio qui in cameretta al Bambino Gesù del Vaticano". La piccola Elisa Pardini, originaria di Pordenone, ha passato più di metà della sua vita in ospedale. Colpita da una gravissima forma di leucemia - la leucemia mielomonocitica infantile - cerca un nuovo donatore di midollo osseo dopo che un primo trapianto, compiuto nel dicembre 2018, non è andato a buon fine. "E' fallito forse perché la malattia era forte o perché la compatibilità del donatore individuato non era totale. A pochi mesi da quella operazione Elisa è tornata a stare molto male", racconta il suo papà Fabio, che non smette di combattere accanto alla figlioletta.

Si tratta di una forma di tumore del sangue chemio resistente, affrontabile solo con un trapianto di midollo osseo. La piccola si trova da tempo in cura presso il Bambino Gesù di Roma, insieme ai genitori che non la lasciano mai sola e per questo hanno dovuto abbandonare anche il loro lavoro. Una storia, la sua, che ricorda da vicino quella del piccolo Alex Montresor, che ha scatenato in Italia una vera e propria gara di solidarietà.

Questo il messaggio-appello comparso oggi su "Pardini Fabio per Elisa", la pagina Facebook gestita dal papà della bimba, sulla quale è attiva anche una raccolta fondi: "Mi chiamo Elisa e oggi è il mio compleanno... Compio 5 anni... E' il terzo che festeggio qui in cameretta al Bambino Gesù del Vaticano... Sono molto felice e fortunata perché da ormai quasi due anni e mezzo mamma e papà sono sempre vicino a me senza lasciarmi mai sola... Sono fortunata perché il Professore i Medici gli Infermieri e i Volontari stanno facendo l'impossibile (come del resto per tutti i bambini ammalati) per cercare di guarirmi e salvarmi la vita e di conseguenza anche quella di mamma e papà (sono affetta da Leucemia Mielomonocitica Infantile una leucemia rarissima che colpisce 1/2 bambini su un milione e non si può guarire con nessuna chemioterapia ma solo con il trapianto di midollo osseo, un primo effettuato il 18 dicembre 2018 ma purtroppo non riuscito e sono in aspettativa di trovare un donatore di midollo osseo più compatibile possibile per affrontare un secondo trapianto)".

"Sono fortunata perché tante associazioni e privati hanno aiutato la mia famiglia per andare avanti. Sono fortunata perché tantissime persone tramite il web e i mezzi d'informazione (giornali, tv, personaggi famosi dello spettacolo, dello sport e della politica) hanno conosciuto la mia drammatica vicenda e stanno spronando me e i miei genitori a non arrenderci e grazie anche a questo tantissime persone sono e stanno andando a tipizzarsi o alle ADMO www.admo.it oppure nei centri trasfusionali degli ospedali più vicini per donare il sangue per una eventuale donazione del midollo osseo... Ok adesso vi saluto e vi abbraccio e bacio tutti, vado a festeggiare... vi voglio tanto bene... e spero tanto di passare il prossimo compleanno a casa, con i miei genitori e tanti nuovi amici... P.S. I capelli non sono i miei...c'eravate cascati eh???...".

Come aiutare Elisa Pardini, la bambina affetta da una rara forma di leucemia

Per salvare la piccola Elisa non serve essere eroi. Basta un gesto di generosità, con un minimo sforzo. Prima di tutto occorre fare la "tipizzazione": basta un tampone salivare o un semplice prelievo del sangue che poi verrà inserito nella banca dati. Per verificare la propria compatibilità con la bambina, è sufficiente recarsi all'Admo (l’Associazione dei donatori di midollo osseo), oppure nel centro trasfusionale più vicino. Occorre avere dai 18 ai 36 anni non compiuti, pesare almeno 50 chili e non avere malattie trasmissibili. Dal sangue verranno prelevate, in modo altrettanto semplice, le cellule staminali su cui verrà verificata l'eventuale compatibilità con Elisa o con quella di uno dei tantissimi malati in attesa di trapianto. Una volta inseriti nel registro, si può essere contattati per donare il midollo fino a 55 anni.

Qui il sito dell'Admo, l'Associazione dei donatori di midollo osseo, per avere tutte le informazioni necessarie e verificare la propria compatibilità con la bambina.

Qui la pagina Fb "Pardini Fabio per Elisa", per seguire la lotta dei genitori per la loro bambina.

di Violetto Gorrasi

27 giugno 2019

FONTE: Today

domenica 28 luglio 2019

Mario Cerciello Rega: il carabiniere ucciso a Roma aveva un cuore d'oro!


"Un cuore d'oro" lo definiscono tutti. Una vita spesa a servizio degli altri, fra tutela dell'ordine, pasti caldi ai senza tetto, barelliere a Lourdes e opere quotidiane di bene. Il "ragazzone" di Somma vesuviana cui tutti erano affezionati.

«Un ragazzo d’oro, che ha frequentato la nostra chiesa dal battesimo fino al Matrimonio». Sono le parole con cui Fra Casimiro Sedzimir, parroco della chiesa Santa Croce in Santa Maria del Pozzo a Somma Vesuviana, ricorda il vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Proprio in questa chiesa, dove era stato celebrato anche il matrimonio, 43 giorni prima dell’assassinio, sarà dato anche l’ultimo saluto, lunedì, al carabiniere ucciso a Roma.
«Il giorno del matrimonio
», ricorda il frate, «Mario e Rosa Maria erano emozionatissimi, una bellissima giornata per loro. Avevano coronato il sogno d'amore. Mario, ogni volta che tornava da Roma frequentava la parrocchia». A Roma, invece, il carabiniere, 35 anni, faceva volontariato ed era amato da tutti, soprattutto nel quartiere di campo dei Fiori dove viveva.
Occhi azzurrissimi e buoni, appena tornato dal viaggio di nozze in Madagascar – non aveva ancora disfatto i bagagli, lascia la madre Silvia, un fratello di 31 anni e una sorella di 19 (il padre era morto 10 anni fa).
«Mario era un ragazzo d'oro, non si è mai risparmiato nel lavoro. Era un punto di riferimento per l'intero quartiere dove ha sempre aiutato tutti», ha dichiarato Sandro Ottaviani, il comandante della stazione di Piazza Farnese dove il vice brigadiere prestava servizio. Mario era anche barelliere per l'Ordine di Malta, avrebbe ricevuto la medaglia d’oro fra qualche mese, e accompagnava i malati a Lourdes. Il martedì sera, invece, distribuiva pasti ai senza dimora della Stazione Termini. Proprio a Lourdes, devoto della Madonna come sua moglie, aveva chiesto a Rosa Maria, nella grotta delle apparizioni, di sposarlo.
Tra i tanti ricordi della sua bontà anche quello di una notte di cinque anni fa quando una mamma, vedova, chiama la stazione dei carabinieri perché non sa come portare in ospedale la sua bambina. Mario la accompagna al Bambino Gesù e resta con lei fino alla mattina. Gesto che la donna racconta ai carabinieri e che vale, per Rega Cerciello, un encomio.


Tantissimi i biglietti, i fiori e gli attestati di vicinanza all’arma. Gli stessi carabinieri rendono noto una letterina di una bimba lasciata davanti al Comando generale dell’Arma: «Carissimi Carabinieri», scrive la piccola, «vi vorrei ringraziare per tutto ciò che fate ogni giorno per il nostro Paese. Sin da piccola vi guardo come un bambino guarda il suo supereroe preferito. I miei supereroi siete voi, avete un cuore nobile e puro».

E anche noi di Famiglia cristiana ci uniamo al cordoglio che è di tutto il Paese ricordando il vice brigaderie con le parole che l’Arma ha diffuso via facebook appena saputo dell'assassinio:

"Nella sua nuda essenza anche la tragedia più grande è fatta di numeri: il Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega aveva 35 anni, era sposato da 43 giorni e 13 ne erano passati dal suo ultimo compleanno.
È morto stanotte a Roma per 8 coltellate, inferte per i 100 euro che i 2 autori di 1 furto pretendevano in cambio della restituzione di 1 borsello rubato. In gergo si chiama “cavallo di ritorno”. Ma quei numeri non sono freddi: sono il conto di un’esistenza consacrata agli altri e al dovere, di una dedizione incondizionata e coraggiosa, di un amore pieno di speranze e di promesse. E la tragedia reca la cifra più alta: l’infinito. Il più vivo dolore per una mancanza che affligge 110 mila Carabinieri. Il più vivo cordoglio ai Suoi cari, che stringiamo in un immenso, unico abbraccio
".

di Annachiara Valle

27 luglio 2019

FONTE: Famiglia Cristiana


Con grande dolore posto, tra le pagine di questo blog, questo toccante articolo tratto da Famiglia cristiana, sulla morte di questo generosissimo carabiniere dal grande cuore che ha lasciato questa vita appena due giorni fa, mentre adempiva al suo dovere di tutore della Legge e dell'ordine.
Mi unisco sentitamente al cordoglio di tutti per la prematura scomparsa di questo grande Uomo, e come tutti mi sento di ringraziare con il cuore in mano l'Arma dei Carabinieri, così come tutti coloro che si dedicano con Passione e Professionalità alla tutela dell'ordine, per il Bene comune di tutti. Non si potrà veramente mai ringraziarvi abbastanza!
Infine mi sento di elevare sentitamente una preghiera al nostro buon Dio, perchè le due persone che hanno ucciso questo bravissimo Uomo si possano pentire del loro male agire, possano chiedere Perdono, convertirsi e cambiare vita. Queste due persone non vanno odiate, assolutamente NO, ma aiutate con la nostra preghiera a cambiare, a lasciare la malsana "via vecchia" per quella "nuova", quella del rispetto e dell'Amore, perchè anche essi, non dimentichiamocelo mai, sono figli di Dio.

Marco

mercoledì 24 luglio 2019

Natuzza Evolo, altro che pazza, mia sorella sarà presto santa


Parla il fratello della mistica

«Sono orgoglioso che Papa Francesco abbia deciso di aprire il processo di beatificazione per mia sorella», dice Antonio Evolo. «Fin da bambina lei aveva visioni mistiche». «A dieci anni le erano comparse le stimmate, ma padre Gemelli disse che era una nevrotica da manicomio»

Paravati (Vibo Valentia), marzo
«Sono orgoglioso che Papa Francesco abbia deciso di aprire il processo di beatificazione di mia sorella Natuzza. Questa notizia mi riempie il cuore di gioia. Ma per me e la nostra famiglia lei è sempre stata una Santa, sin da quando era bambina, anche quando dicevano che era una strega».
Chi parla è Antonio Evolo, ottantacinque anni, fratello dell'umile mamma calabrese famosa in tutta l'Italia per le sue virtù prodigiose, sopratutto per le sue doti di veggente, per le apparizioni mistiche e per le stimmate che segnavano il suo corpo. Il 6 aprile prossimo, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il primo novembre 2009, nella basilica-cattedrale di Mileto, in provincia di Vibo Valentia, si terrà la funzione religiosa con la quale la Congregazione delle cause dei Santi aprirà ufficialmente la causa di beatificazione di Fortunata Evolo, così fu battezzata quando nacque il 23 agosto 1924 a Paravati, frazione di Mileto, per essere subito soprannominata Natuzza.
Da quel momento Natuzza avrà il titolo di “serva di Dio”. Se la causa si concluderà in modo positivo, provando l'eroicità delle sue virtù cristiane, Natuzza sarà proclamata Venerabile, primo passo perché possa essere dichiarata, dopo ulteriori processi, Beata e, infine, Santa.
«Quando eravamo piccoli e giocavamo assieme», ricorda Antonio Evolo «all'improvviso lei aveva visioni mistiche meravigliose. “C'è un bambino bellissimo che sta giocando con te” mi diceva. “Ha i capelli lunghi e mossi: è Gesù”. Oppure affermava di vedere le persone defunte e, se capiva che avevo paura, mi abbracciava con grande affetto e tenerezza. Ricordo anche le stimmate, le ferite sanguinanti che le erano comparse quando aveva dieci anni e che la facevano soffrire proprio come Cristo».
Tutto quello che per la famiglia Evolo era la normalità cominciò a essere visto con sospetto dalla Chiesa quando le visioni mistiche di Natuzza divennero di dominio pubblico. Accadde nel 1938, quando Natuzza aveva quattordici anni e faceva la domestica. «La Madonna mi ha detto che il 26 luglio farò una morte apparente», disse alla signora presso cui lavorava. Accadde proprio così: quel giorno Natuzza cadde in un sonno inspiegabile, lungo sette ore, e al risveglio disse: «E' il giorno più bello della mia vita. Sono andata in Paradiso e Gesù mi ha chiesto di portargli le anime e di amare e di compatire. Sì, di amare e di soffrire».
«Nel 1940, mentre riceveva il sacramento della Cresima, mia sorella sentì un brivido dietro la schiena e sulla sua camicia si formò una croce di sangue. La Chiesa volle indagare questi strani fenomeni per capire se si trattasse di una Santa o di una mistificatrice», ricorda Antonio Evolo. Furono chiamati a consulto medici e alti prelati; il vescovo di Mileto, Paolo Albera, inviò una relazione all'autorevole padre Agostino Gemelli, medico, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze e rettore dell'Università Cattolica. «Natuzza Evolo è soltanto una nevrotica isterica. Va curata in manicomio», decretò. La ragazza, che aveva appena diciassette anni, nel 1941 fu convinta a curarsi e fu rinchiusa per due mesi nell'ospedale psichiatrico di Reggio Calabria.
«Quando uscì, cercò di ricominciare una vita normale. Si sposò con Pasquale Nicolace, ebbe cinque figli, ma lei continuò ad avere visioni mistiche, colloqui con i defunti e le stimmate», racconta Antonio Evolo. «Sopratutto nella Settimana Santa il suo misticismo raggiungeva il culmine. Nei giorni che precedevano la Pasqua, Natuzza riviveva sul proprio corpo la Passione del Signore. Cadeva in uno stato di estasi e, in quei giorni, inspiegabilmente, le stimmate si trasformavano a contatto con le bende in figure che potevano rappresentare ostie, corone di spine, cuori, ma anche scritte in inglese, latino o aramaico». Ben presto la sua casa si affollò di devoti che cercavano in “Mamma Natuzza”, così cominciarono a chiamarla, conforto alla loro disperazione, che volevano parlare con i loro cari defunti, che speravano di avere da lei diagnosi mediche favorevoli.
«Mia sorella riceveva anche ducento persone al giorno, ma sapeva conciliare le sue virtù di veggente con la famiglia», dice suo fratello Antonio. «Io andavo ad aiutarla per qualche piccola commissione e le coltivavo l'orto che aveva dietro casa. Ricordo che un giorno, tra le tante persone in attesa, c'era anche un bambino sordomuto accompagnato dalla sua mamma. Entrò da solo, mia sorella lo baciò e gli disse: “Quando esci da qui salutami tanto la tua mamma”. Il piccolo uscì e, tra lo stupore e la commozione di tutti i presenti, disse, come se avesse sempre parlato e ascoltato: “Mamma, ti saluta tanto la signora Natuzza”. Andai a domandarle spiegazioni di questa guarigione miracolosa ma mia sorella con grande umiltà mi disse: “Non sono stata io, è stato il mio angelo custode”. La risposta non mi stupì, perché diceva sempre che era il suo angelo custode a suggerirle le risposte anche in lingua straniera e con una terminologia medica e scientifica che una persona come lei, priva di istruzione e quasi analfabeta, non avrebbe saputo usare».
Ma, a un certo punto della sua vita, Natuzza Evolo capì che la sua casa non era più degna di ricevere non soltanto le migliaia di persone che affollavano il paese nella speranza di vederla e di affidarle sofferenze, speranze e turbamenti, ma anche la Madonna e i santi che diceva di incontrare nelle sue visioni. «Quando ho visto la Madonna, Gesù e san Giovanni tutti insieme, dissi loro: “Come posso ricevervi in questa brutta casa?”. La Madonna mi disse: “Non ti preoccupare, anche nella casa brutta possiamo venire. Ma ci sarà una nuova casa che si chiamerà Cuore Immacolato di Maria rifugio delle anime. Ci sarà anche una grande chiesa. Ti farò sapere quando sarà il momento”».
Il momento arrivò nel 1987 quando, con l'assenso della Chiesa, che aveva cominciato a rivalutare Natuzza Evolo, e con le offerte dei devoti, cominciò la costruzione della Fondazione Cuore Immacolato di Maria rifugio delle anime, con la chiesa, il centro anziani e la casa di cura.
Qui Natuzza Evolo mancò il primo novembre 2009, a ottantacinque anni, per un blocco renale. Trentamila persone vennero a salutarla per l'ultima volta durante il funerale, celebrato da cinque vescovi e centoventi sacerdoti. La sua scomparsa fu accompagnata dal suono a lutto delle campane del paese, le stesse che, all'annuncio dell'apertura del processo di beatificazione, pochi giorni fa, hanno suonato lungamente a festa e hanno accompagnato le parole del vescovo Luigi Renzo: «La fama di santità di Natuzza Evolo è viva e aumenta sempre più. Le sue virtù, il suo sconfinato amore per il Cuore di Gesù e di Maria, l'accettazione della sofferenza eroica sul modello del Crocifisso, la sua fede incrollabile e il profondo senso di obbedienza alla Chiesa ne sono la chiara testimonianza».

Di Roberta Pasero

FONTE: Di Più N. 9
11 marzo 2019


Splendido articolo che sono felicissimo di aver inserito tra le pagine di questo blog, in quanto parla di una delle figure più belle del XX Secolo, la mistica calabrese Natuzza Evolo.
E' questa una figura che io amo moltissimo, per cui non posso essere altro che immensamente felice che la Chiesa ne abbia aperto il processo di Beatificazione. E se tutto andrà come credo, non passerà molto tempo che quest'anima luminosa verrà proclamata Beata, e poi, me lo auguro di cuore, anche Santa. Personalmente non nutro nessun dubbio sulla Santità di Natuzza Evolo, un anima che ha consacrato totalmente la sua vita a Cristo, al prossimo e alla propria famiglia, un anima ricolma di Doni e Carismi straordinari eppure incredibilmente umile, semplice, povera e obbediente. Se la si conosce a fondo, si può solamente voler bene a Natuzza Evolo, un esempio meraviglioso e luminosissimo per tutti!

Marco