domenica 10 maggio 2020

Padre Renato Chiera, il padre dei meninos


Cosa fareste voi se un ragazzo, un minorenne, venisse a dirvi: «Sono nella lista di quelli da ammazzare. Aiutami».
Questo racconto nasce così, con un grido di aiuto di un ragazzino a un prete, e questo che pensa a cosa fare.
Troppo facile pensare che siccome la richiesta di aiuto viene fatta a un religioso, questa debba per forza essere raccolta ed esaudita.
Non parliamo di una disponibilità verso una persona ma di una vera e propria chiamata verso una missione nuova da parte del sacerdote.
Il prete è don Renato Chiera, l'angelo custode dei meninos di Rio de Janeiro.
I meninos sono dei bambini di strada che, prevalentemente orfani o abbandonati a se stessi, vivono nelle favelas dedicandosi all'accattonaggio e alla criminalità.
Sono bambini che non hanno futuro e che maturano, nell'arco della loro vita, un grande odio nei confronti della società che li ha, secondo loro, rifiutati.
Don Renato, un prete piemontese che più o meno da quarant'anni vive in Brasile dove ogni giorno della sua vita lavora per portare la grandezza della misericordia e della fratellanza tra i giovani della periferia di Rio e in molte altre periferie ancora, accoglie questo grido di aiuto e lo trasforma in una vera e propria chiamata della Provvidenza.
Già all'età di otto anni il suo interesse per ogni forma di emarginazione era molto forte e da grande – diceva – avrebbe seguito l'esempio di Don Bosco; insomma, la sua era una missione venuta da lontano sulle ali della fede che sempre ha accompagnato la sua vita.
Figlio di contadini piemontesi, decide di dedicarsi allo studio e trova nella facoltà di Filosofia il luogo dove meglio comprendere l'uomo in una dimensione metafisica.
Dopo la laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Milano, padre Renato viene inviato come sacerdote diocesano nella periferia di Rio de Janeiro.
«Era una periferia» racconta «dove regnava solo violenza, non avevo mai visto dei morti per strada prima di allora».
Una violenza efferata, gratuita, quella che incontra il sacerdote per le strade di Rio. «Per due volte in pochi giorni mentre andavo in chiesa per dire Messa vidi la morte buttata all'angolo dei marciapiedi, e allora capì che l'inferno era quello».
L'inferno a portata di mano e la Provvidenza che aveva scelto per lui.


Che fare in mezzo a una simile desolazione?
Quale atteggiamento adottare per fare capire che una vita diversa è possibile? Quella violenza è diventata un fatto culturale profondo molto difficile da smantellare anche perché la figura di don Renato non era riconosciuta da molti.
Già il riconoscimento di un ruolo poteva in qualche modo aiutare e sostenere un lungo lavoro di ricostruzione di quelle anime che si erano perdute; per essere riconosciuti bisognava però fare una cosa, mettersi in gioco in prima persona.
Così padre Renato racconta: «Misi un altoparlante sulla mia macchina e andai in giro dicendo che ero un prete cattolico ed ero pronto a prendermi cura di loro, dei meninos».
Un atto di meravigliosa follia, cercando di caricarsi sulle spalle ogni problema di quei ragazzini.
Il primo a chiedere il suo aiuto fu un menino che rubava e si drogava perché era solo.
Che futuro poteva avere quel ragazzo abbandonato dalla famiglia e senza alcun progetto per il suo futuro? Lo volevano ammazzare e don Renato lo prese con sé.
Da quando lo aveva accolto era cambiato, ed era diventato, per lui, come un figlio.
Era l'esempio, quel menino, di come si potevano salvare delle vite di bambini dalle bruttezze della vita.
Poi una sera padre Renato tornò a casa e lo trovò morto. Gli squadroni della morte gli avevano sparato e quello fu solo l'inizio.
Sembrava che tutto potesse funzionare, invece la criminalità non si ferma mai; come una macchina del male genera morte e dolore.
Gli squadroni della morte non perdonano mai.
In un mese uccisero trentasei ragazzi della parrocchia, padre Renato venne minacciato di morte, il suo vescovo fu sequestrato. Si ritrovò solo in una parrocchia di centocinquantamila abitanti.
Un giorno poi arrivò quel grido d'aiuto che gli indicò la strada da percorrere: «Sono nella lista di coloro che vogliono uccidere. Aiutami». Fu allora che padre Renato sentì forte il grido di Cristo che chiedeva di non abbandonare i suoi bambini. Ebbe qualche timore, poi ripensò alle parole di Gesù: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», e così iniziò la sua avventura per salvare la vita ai bambini di Rio. Don Renato in poco tempo si ritrova a dare rifugio e nutrimento a tanti ragazzi minorenni disagiati e persi, che oramai hanno trovato in lui e nelle sue preghiere un grande e sicuro rifugio. All'inizio ospita i ragazzi nel suo furgoncino, poi nel garage, ma il numero aumenta a vista d'occhio, così anche grazie all'aiuto di alcuni benefattori riesce a costruire una vera casa, La Casa do Menor. Un'opera che ha circa quarant'anni di storia e che può contare su un'equipe di centocinquanta operatori.
«Per noi nessuno è irrecuperabile» dice padre Renato, «Tutti sono figli di Dio, tutti devono poter essere amati e ascoltati, incoraggiati e motivati. Tutti loro hanno il diritto e il dovere di sognare».
Recuperare una dimensione di dignità umana facendo comprendere come un futuro decoroso, ordinato e pulito sia possibile.
Quella dignità che non hanno mai potuto conoscere perché nati per strada, senza una dimora, senza nessuno che li amasse e si prendesse cura di loro; in fondo ognuno di noi, l'unica realtà che conosce, almeno da bambino, è quella dove cresce e dove vive in un processo di emulazione che poi è in grado di generare, in un sistema perverso, la cultura del male.
Quel primo ragazzino ucciso dalle squadre della morte in realtà sta vivendo in ogni menino salvato e portato sulla giusta via. Con il suo operato, assieme a quello dei volontari, si è riusciti a dare lavoro a quasi cinquantamila adolescenti e giovani. Padre Renato Chiera è riuscito a sopperire alla carenza di assistenza medico-ospedaliera e a fornire appoggio alle famiglie povere. Oggi ad aiutarlo ci sono tanti ex ragazzi di strada che trovano un senso alla loro esistenza aiutando i loro amici a uscire dal buio di una vita senza speranza.
Don Renato è anche uno dei pochi ad addormentarsi nel mondo invisibile di Cracolandia, la terra di nessuno, dove i tossici giacciono a terra con gli occhi nel vuoto.
Un'altra piaga del Brasile, di Rio de Janeiro, dove chiunque può fare uso di crack e disintegrarsi il cervello.
Anche lì arriva la missione di Don Renato. «Sono entrato in questa realtà tirato per i capelli da Dio. Non potevo essere altrove». Così racconta facendo comprendere come per lui seguire la voce di Gesù sia ascoltare il grido degli ultimi, dei dimenticati.
Soltanto stando accanto a chi vive disperato padre Renato riesce a incontrare lo sguardo di Gesù crocefisso.

di Giovanni Terzi

FONTE: Libro "Eroi quotidiani"



La storia di Padre Renato Chiera e la sua meravigliosa Vocazione a favore dei bambini poveri e bisognosi del Brasile, è una delle cose più belle che abbia mai conosciuto in vita mia, e nel mio piccolo sono fiero di poterla raccontare sulle pagine di questo blog. Non voglio dire niente altro in aggiunta al bellissimo ed esauriente racconto di Giovanni Terzi che ho riportato sopra, tranne che rimandare tutti coloro che ne volessero sapere di più al sito internet della Casa do Menor, dove si può approfondire la missione di questa meravigliosa e articolata opera di Carità e, per chi lo volesse, contribuire col proprio "obolo", la propria opera e la propria preghiera, alla sua crescita e prosperità. Il tutto per il bene di migliaia, anzi di milioni di bambini sudamericani che chiedono soltanto di poter avere un futuro lontano dal male, ed essere così avviati ad una vita onesta, buona e laboriosa, secondo i più alti Valori Morali e Cristiani.

Marco

martedì 5 maggio 2020

Maxime, campione di rugby volontario sulle ambulanze Covid: «Ecco la mia meta più dura»


Maxime Mbandà indossa l’uniforme della Croce Gialla di Parma. In meta ci va tutti i giorni da quasi un mese e mezzo. Nazionale di rugby con venti presenze in maglia azzurra, terza linea delle Zebre di Parma, da quando il suo campionato, primo in assoluto nel nostro Paese, ha ufficialmente sospeso l’attività, non ci ha pensato due volte. Figlio di un medico congolese e di un’agente di assicurazioni, Maxime dal giorno del compleanno della madre ha deciso di mettersi a disposizione dei malati. «Ho compiuto una ricerca e ho scelto la Croce Gialla. Inizialmente il compito assegnatomi è stato di portare farmaci e alimenti agli anziani soli a casa, ma poi c’era bisogno di personale sulle ambulanze e da allora io mi sostituisco ai familiari assistendo il malato accanto alla barella mentre andiamo o torniamo dagli ospedali di questa zona».

Dolcezza e professionalità

Questo 27enne alto 188 centimetri e pesante 105 chili di muscoli fa davvero sentire protetti, è rassicurante non soltanto per la stazza ma anche per la dolcezza e la professionalità. «Ho imparato che ci sono tante cose che diamo per scontate e riteniamo assolutamente importanti come vestirsi alla moda, avere una bella automobile, l’ultimo modello di telefonino ma che poi quando subentra un periodo terribile come questo mostrano di colpo tutta la loro vacuità e superficialità rispetto all’amore, alla famiglia e soprattutto alla salute». A fargli un po’ da guida in questo nuovo campionato della vita sono stati i pazienti: «Alcuni versavano in condizioni davvero gravi, tenuti in vita addirittura da due bombole di ossigeno - prosegue Mbandà -, tra essi persino un missionario che nella sua esistenza aveva affrontato tante disavventure. Cerco nei loro sguardi la conferma che stanno lottando, tento di carpire i sentimenti che mi comunicano. Io da sportivo provo a trasmettere l’importanza del senso di agire come una squadra. Nel rugby ognuno ha un compito differenziato, ma tutti dobbiamo collaborare per arrivare a raggiungere l’obiettivo comune, sprecando meno energie possibile. Nel mio sport si corre avanti passando la palla all’indietro per andare in meta, quindi si tratta di un finto indietreggiare. Anche nella quarantena regredire significa lottare per vincere l’emergenza. Per questo seguire le regole dettate da altri, stare in casa non è una sconfitta ma lo sforzo di una società che vuole vincere».

Turni da dodici ore

Alla fine di ogni turno giornaliero che dura anche 12 ore, Maxime è più stanco di quando finisce un derby, ma non demorde. «I miei genitori mi hanno insegnato che bisogna aiutare le persone quando hanno meno forze, energie, possibilità di noi. Perciò non mi lamento, torno a casa e riprendo a studiare perché tra poco devo laurearmi in scienze motorie con una dissertazione che farò in via telematica. Noi che siamo sani dobbiamo sentirci fortunati: ho visto tanti giovani ingabbiati per settimane in questa malattia, che è davvero dura e finché non ti ammali o non presti assistenza da vicino non capisci quanto sia cattiva. Ai giovani cresciuti nell’era dei social, perciò abituati a parlare con gli altri attraverso la tecnologia, suggerisco un gesto antico: usate il telefono per chiamare quelle persone che non hanno nessuno, sono sole, anziane».


di Luca Bergamin

30 aprile 2020

FONTE: Corriere della Sera

lunedì 27 aprile 2020

Edmond, albanese, accolto e sfamato in Italia 22 anni fa, ricambia regalando il suo pane


La Solidarietà e la Generosità non conoscono limiti di nazionalità, razza, religione e ceto sociale, e ovunque, in qualsiasi parte del mondo, sono insiti nel cuore dell'uomo.

A Roma c'è un ragazzo albanese che si chiama Edmond Prenga, ha 39 anni, ed è proprietario del panificio Bon Pan in Via Lorenzo il Magnifico. Immensamente grato per l'accoglienza che ha ricevuto dall'Italia, che lo ha accolto e sfamato 22 anni fa, ora Edmond vuole ricambiare in qualche modo questa generosità ricevuta, e ha pensato di farlo regalando il pane del suo panificio, lasciando questo bene di prima necessità sui dissuasori di sosta, con un messaggio semplice e chiaro: Se hai bisogno, questo è per te!.

Edmond sa che cosa sia la fame e la povertà, quindi un gesto del genere per lui, sensibile e attento ai problemi delle persone più bisognose, è un atto del tutto naturale. “Ho vissuto la fame, sono arrivato nel ’98 in Italia senza una lira, io questi problemi li conosco bene – racconta –. Così ho deciso di lasciare fuori le buste con il pane, perché ho pensato che la gente si vergogna a chiedere da mangiare, e che sarebbe stato meglio lasciarle lì da una parte” (Cit. Roma h 24 Flaminio – Parioli).

L'Albania, uno dei paesi più poveri d'Europa, è oggi in ripresa e questo anche grazie al premier Edi Rama che Edmond stima molto e che recentemente ha inviato nel nostro Paese un equipe di trenta persone, tra medici e infermieri, per aiutarci ad uscire dall'emergenza Coronavirus.

Il bell'esempio di Edmond è stato seguito anche da altri titolari di esercizi commerciali della sua via, dal fruttivendolo al titolare del supermarket.... e sono tutti stranieri! Del resto, lo sappiamo bene, i buoni esempi sono contagiosi, e la gente del luogo ha subito accolto queste iniziative con grande simpatia e benevolenza, arrivando ad essere conosciute in tutta la città.

Grazie Edmond!


Marco

Aprile 2020

mercoledì 15 aprile 2020

Sameh, il fruttivendolo egiziano che regala i suoi prodotti: “Ricambio la vostra accoglienza”


Fuori dal suo negozio ha allestito un tavolo di frutta e verdura a disposizione di chiunque: “Dieci anni fa mi avete accolto, ora voglio dirvi grazie in questo momento difficile”

Nel grigiore che ha avvolto Bergamo e provincia in questo periodo di emergenza Coronavirus, spuntano il bel gesto e i colori della frutta di Sameh Ayad, fruttivendolo egiziano di 34 anni, che ha deciso di regalare i prodotti del suo negozio di Canonica d'Adda. Un tavolo colmo di arance, ananas, mele, zucchine, melanzane e pomodori, a disposizione gratuitamente di chi ne avesse bisogno.

Dieci anni fa mi avete accolto, ora voglio dirvi grazie. Andrà tutto bene! Se avete bisogno prendete gratis la frutta e la verdura che trovate su questo tavolo”. Si legge sul cartello appeso all'esterno del suo esercizio nel centro del paese della Bassa.

Sameh, come tanti suoi connazionali, è arrivato in Italia da solo, nel 2010, senza un lavoro e in cerca di fortuna. “Ho iniziato facendo il pizzaiolo sempre qui a Canonica – racconta il 34enne -. Poi sei anni fa ho cominciato a fare il commesso in un negozio di frutta a Fara Gera d'Adda. Dopo aver imparato bene la professione, e la lingua, ho deciso di aprire un'attività mia. Ed eccomi qui”.


Come nasce l'idea di regalare la frutta e la verdura?
Mi sentivo in debito con questa terra che mi ha dato e mi sta dando tanto. Gli italiani e i bergamaschi mi hanno sempre voluto bene e per questo volevo ringraziarli in qualche modo. Visto il omento difficile che stiamo passando, con questo maledetto Covid, spero che il mio gesto possa aiutare le persone a stare un po' meglio”.

Come hanno accolto i clienti questa iniziativa?
Bene, sono molto felici. Mi ringraziano tanto e in poche ore tutti i prodotti finiscono. Mi fa molto piacere. Ho iniziato da un paio di giorni e credo che andrò avanti fino a quando finirà questa emergenza. Speriamo presto”.

Ho ancora un sogno da realizzare?
Sì, vorrei riuscire a far arrivare in Italia mia moglie e le mie tre figlie. Abbiamo avviato le pratiche. Ora il momento non è dei migliori, ma ci auguriamo che quel giorno arrivi il prima possibile”.


Di Mauro Paloschi

25 marzo 2020

FONTE: Bergamonews

sabato 11 aprile 2020

«Qui ad Aleppo, sotto le bombe e i missili, preghiamo per voi italiani»


Intervista a padre Ibrahim Al Sabbagh, parroco di Aleppo: «Conosciamo la paura di uscire di casa, le scuole chiuse, il timore di andare in chiesa. Ci avete aiutati: come potremmo ora dimenticarci di voi?»

«Ad Aleppo abbiamo fatto esperienza della solidarietà, carità e tenerezza di tanti italiani che ci hanno aiutato durante la guerra. Ora siete voi in difficoltà ma è come se il coronavirus avesse colpito noi: come potremmo dimenticarvi?». Così padre Ibrahim Al Sabbagh, francescano della parrocchia latina di Aleppo, la seconda città per importanza e la capitale economica della Siria, una delle più colpite dalla guerra, spiega a tempi.it perché i bambini della sua parrocchia di San Francesco hanno pregato per tutti gli italiani durante la via crucis della seconda settimana di quaresima. «Sappiamo cosa vuol dire non potere mandare i figli a scuola e avere paura di uscire di casa».

Perché vi siete fermati a pregare per l’Italia?

Io ho conosciuto di persona tanti italiani, nostri amici e benefattori. È da più di due settimane che offro la Messa per l’Italia e le persone colpite, invitando la gente a pregare per voi. Come potrei non farlo? Tra fine gennaio e inizio febbraio sono stato nel vostro paese e ho visto la preoccupazione negli occhi di tante persone. Questo mi ha amareggiato.

Ad Aleppo cadono ancora bombe e missili, soffrite il freddo e la fame, avete tempo per pensare anche ai nostri problemi?

Quando ho sentito che siete stati obbligati a chiudere le scuole e poi a bloccare la celebrazione delle Messe, ho provato molto dolore perché mi è tornata alla mente la nostra sofferenza e la nostra incertezza: durante gli anni più brutti della guerra ogni volta che aprivamo le porte della chiesa, rischiavamo che ci cadesse un missile in testa. I genitori erano sempre indecisi, ogni giorno, se mandare i figli a scuola. Ma noi siamo una cosa sola, per questo preghiamo per voi: è come se la nostra sofferenza proseguisse nella seconda parte del nostro corpo, che siete voi. Voi in Italia, infatti, fate parte del nostro stesso corpo nella Chiesa. Come potremmo non pregare per voi?

Da quanto tempo lo fate?

Ormai la gente si è abituata al ritornello del prete che chiede di pregare per l’Italia. Succede da diverse settimane, poi però i 660 bambini del catechismo spontaneamente hanno proposto: offriamo la via crucis del secondo venerdì di quaresima per i bambini italiani che non possono andare a scuola. Anche loro infatti ricordavano gli anni in cui non potevano uscire di casa per via delle bombe.

Qual è oggi la situazione ad Aleppo?

Purtroppo i problemi aumentano. Stanno venendo fuori tante malattie che prima non c’erano e che sono sicuramente dovute alla guerra. Ogni singolo giorno spuntano nuovi casi di un cancro atroce che uccide i pazienti in poche settimane. E poi malattie cardiache e vascolari. Inoltre, a causa della guerra tutto è inquinato: l’acqua, il latte, il cibo, nessuno di noi sa davvero che cosa mangia, non ci sono controlli. Se guardo alla situazione con occhi umani, sono costretto a dire: vedo la fame, la mancanza di lavoro, le malattie, non c’è una prospettiva, non c’è futuro. Come si può sperare in una situazione così?

Una domanda che oggi si fanno anche tanti italiani.

Se guardiamo la realtà solo con occhi umani, siamo costretti a dire: non c’è speranza. Ma noi siriani di Aleppo in questi anni di guerra abbiamo imparato che non bisogna mai riporre la nostra speranza nelle sicurezze terrene. Si può avere speranza solo in Gesù Cristo, solo dal mistero della sua morte e risurrezione può nascere la speranza. Se infatti apriamo gli occhi della fede, possiamo vedere quanta tenerezza abbiamo sperimentato in questi anni. Dio si è fatto compagno di strada attraverso la preghiera di tante persone, che ci hanno aiutato. E la maggior parte di queste persone erano italiani. Gli italiani sono un popolo buono e generoso. Se ora preghiamo per voi è perché Cristo, fondamento della nostra speranza, ci invita a uscire da noi stessi e a guardare la sofferenza degli altri. Ora siete voi a soffrire e noi siamo con voi.

Che cosa sta facendo la Chiesa di Aleppo per aiutare la città a ripartire?

Abbiamo lavorato su due binari. Il primo è quello dell’emergenza: abbiamo distribuito acqua potabile, pacchi alimentari, assistenza sanitaria, vestiti. Qui gli anziani hanno una pensione così bassa che non consente neanche di comprare un terzo delle medicine di cui hanno bisogno, mentre per quanto riguarda i neonati la gente non può permettersi pannolini e latte artificiale.

E il secondo binario?

Abbiamo sviluppato progetti di micro-economia per ricostruire la città. Abbiamo aiutato a ripartire 1.200 imprese, un numero enorme se si considera che nello stesso lasso di tempo il governatorato ne ha aiutate 5.000. E poi, grazie all’aiuto di numerosi ingegneri, abbiamo ricostruito in tutto 1.500 case, che avevano diversi livelli di danni. Il lavoro da fare è enorme. Purtroppo, mentre pensavamo che tutto andasse per il meglio, la crisi libanese ha causato il blocco dei conti correnti di tanti siriani, che si sono impoveriti, e di molte organizzazioni internazionali. Poi la guerra è ricominciata.

Parla del conflitto di Idlib, che vede contrapposti alla Turchia e ai terroristi il governo siriano e la Russia?

Sì, va avanti già da un mese e mezzo e sembra di essere tornati all’inizio della guerra. I missili cadono di nuovo sui nostri quartieri. Aleppo non è come Damasco o Latakia, dove la vita è ripartita: qui manca tutto e non si produce niente. Inflazione e caro vita ci mettono in enorme difficoltà. Nessuno può più permettersi un chilo di pomodori o cetrioli. Ieri un fruttivendolo mi raccontava che non sa più cosa portare in città, perché la gente non può permettersi di comprare nulla. Gli aleppini entrano nel suo negozio e gli chiedono un pomodoro o una mela, perché di più non possono acquistare. In tanti si informano sui prezzi e poi se ne vanno, perché sono troppo alti. Soffriamo la fame e preghiamo davvero che il coronavirus non arrivi mai qui.

Sareste in grado di affrontarlo?

Come potremmo? Se arriva qui, finirà tutto. Gli ospedali sono danneggiati per la guerra, dubito che potremmo affrontare una crisi del genere. Noi ci affidiamo a Dio, non abbiamo altro da fare.


di Leone Grotti

10 marzo 2020

FONTE: Tempi.it

martedì 7 aprile 2020

Coronavirus, i due medici in pensione che tornano in trincea a più di 70 anni: "È un dovere"


Carmine Silvestri e Franco Faella, ex infettivologi del Cotugno di Napoli, sono stati richiamati in servizio per fronteggiare l'emergenza Covid. Potevano dire di no, ma hanno accettato: "Daremo una mano ai colleghi"

Carmine Silvestri, ex caposala infettivologo dell'ospedale Cotugno di Napoli, ha deciso di tornare 'in corsia' a 70 anni. Il camice bianco, da cinque anni in pensione, guiderà l'equipe di infermieri del Loreto Mare, l'ospedale designato a Napoli a raccogliere tutti i malati di coronavirus. Silvestri è stato richiamato dal suo ex direttore Franco Faella, primario emerito del Cotugno, che nonostante i suoi 74 anni, da è nuovamente operativo: richiamato dalla pensione, è stato nominato dalla Regione Campania coordinatore del reparto allestito per i pazienti contagiati dal Covid-19. Insieme a Silvestri metterà al servizio dei suoi colleghi l'esperienza maturata tra il 1980 e il 2015.

In prima linea durante l'epidemia di colera

Nel 1973 Faella era in prima linea durante l'epidemia di colera che colpì il Sud Italia, con epicentro la città di Napoli, causando il contagio di circa 280 persone e 24 morti accertate. Ma quest’epidemia è "un'altra cosa" racconta al quotidiano Il Mattino. "Allora si sapeva il tipo di infezione che si affrontava. Oggi siamo invece a contrastare un virus sconosciuto, completamente nuovo". Faella sarà "consulente infettivologo - spiega - in un'attività che dovrà alleviare il carico di lavoro ai colleghi del Cotugno". Secondo l’ex primario "bisogna essere ottimisti, affronteremo questa epidemia con tutto il rigore possibile come si è fatto finora, in attesa di raggiungere maggiori certezze sui farmaci".

La sua scelta di rimettersi il camice a 74 anni? "È un dovere nei confronti della città, nei confronti della mia attività professionale. E anche sul piano umano", dice Faella all’ANSA, "dire di no mi sembrava una vigliacchieria".

Medico torna in corsia a 70 anni: "Lo considero un segno di stima"

Con lui in corsia ci sarà anche Silvestri che a 70 anni suonati vuole ancora rendersi utile perché, dice, in questo momento "tutti dobbiamo dare una mano". "Lo considero un segno di stima" spiega Silvestri. "Mi sono ringalluzzito, facevo una vita da pensionato non piacevole, oggi invece torno a casa stanco la sera, non ho più le forze che avevo prima ma sto tornando in forma. Paura? L'abbiamo tutti, chi dice il contrario dice una sciocchezza, dobbiamo usare tutte le armi che abbiamo. È una pandemia e non c'è un vaccino. Quindi ora c'è solo la prevenzione, la necessità di allontanarci uno dall'altro per evitare nuovi contagi".


19 marzo 2020

FONTE: Today

venerdì 3 aprile 2020

Emergenza Coronavirus: gli alpini del Veneto rimettono in piedi 5 ospedali in 5 giorni


Gli alpini compiono un piccolo “miracolo” ripristinando 5 ospedali in 5 giorni, per far fronte all’emergenza. Le strutture ospedaliere in questione sono quelle di Monselice, Bussolengo, Zevio, Valdobbiadene e Isola della Scala.

Quando il territorio ha bisogno, gli alpini rispondono sempre per senso di responsabilità e abnegazione. Anche durante l’emergenza coronavirus non si sono certo risparmiati e hanno compiuto un “piccolo miracolo”.

Stiamo parlando degli alpini della Protezione Civile Ana Veneto che si sono occupati di ripristinare il corretto funzionamento di cinque strutture ospedaliere in ben cinque giorni.

L’INTERVENTO

Gli alpini sono intervenuti sistemando alcuni aspetti strutturali e non solo, delle strutture ospedaliere mal messe. Sono stati necessari lavori di routine come sistemare il corretto funzionamento dei servizi igienici, ascensori, impianti di ossigenazione e condizionamento.

Inoltre sono stati trasportati anche letti da altre strutture che, sanificati e sistemati, ora sono pronti per accogliere altri pazienti che necessitano di cure.

A rendere noto tutto questo è stato Bruno Cosato, un ex imprenditore ora a capo della Protezione Civile Ana di Treviso. Come responsabile ha raccontato degli alpini e del loro spirito collaborativo.

Vista la necessità, infatti, loro non si sono certo risparmiati e si sono adoperati per sopperire a tutte le necessità del territorio, lavorando sempre con determinazione, pazienza e, soprattutto, coraggio.

I RISULTATI

L’intervento in tempi record non ha previsto soste e limiti di orario. Sono serviti solo cinque giorni per rimettere a nuovo strutture, letti e impianti. Il tutto, ovviamente, si è svolto coadiuvando il lavoro dei tecnici come idraulici ed elettricisti.

Chiaramente gli alpini sono stati ligi al dovere. Infatti hanno seguito tutte le disposizioni governative relative all’utilizzo delle precauzioni. Quindi tutti con mascherine e a dovuta distanza di sicurezza.

Grazie agli alpini, ora gli ospedali potranno ospitare altri 740 pazienti e arginare, per quanto possibile, l’emergenza. Regalare un segno di speranza in questo periodo così buio, è possibile, basta solo volerlo.


27 marzo 2020

FONTE: Pane e Circo