In una società dove spesso si tende a mostrare la parte più negativa di noi stessi, probabilmente perchè fa più notizia, ho pensato di creare un blog che vuole invece mettere in evidenza la parte più bella, più sana, più virtuosa dell'essere umano. In una parola, questo blog vuole parlare di Amore, quello Vero, con la "A" maiuscola, quello fatto di gesti e slanci di autentica, genuina, generosità, di vera carità e di vite donate al prossimo e a Dio.
E' bello per me, sulle pagine di questo blog, parlare ogni tanto di anime Consacrate, di persone che donano tutta la propria vita a Dio e al prossimo, nell'Amore, nel lavoro, nella preghiera, nella donazione di sè, nella dedizione e nel nascondimento. Sono anime di cui, nella maggior parte dei casi, non si sa nulla o quasi, vivendo quasi sempre nel nascondimento della propria Vocazione, ma che fanno tanto, tanto del Bene, un Bene spesso nascosto ai più, ma preziosissimo, un Bene del cui vero valore ci potremo veramente rendere conto solamente in Cielo. E certamente queste anime, portatrici di Amore e "parafulmini" per il mondo intero, risplenderanno luminosissime in Cielo come astri brillanti.
Una di queste anime consacrate è Lorenzina Guidetti, all'anagrafe Olga Guidetta, 96 anni, dal 1931 facente parte delle Figlie di S. Paolo, ordine monastico fondato dal Beato Giacomo Alberione. Consiglio vivamente di guardare questo video, molto bello, intenso, nel quale Lorenzina si racconta, parla di sè, della sua Vocazione, nata prestissimo, e del suo incessante lavoro svolto tra le Figlie di S. Paolo fino ai giorni nostri. Un lavoro che passa anche attraverso la fondazione del settimanale femminile "Così", voluto sempre dal fondatore Giacomo Alberione e dalla co-fondatrice dell'Ordine, Tecla Merlo, una rivista moderna e innovativa che dal 1955 al 1966 si rivolgeva al grande pubblico femminile con argomenti molto attuali come la moda, la formazione, l'attualità e la cultura Cristiana. La vita di Lorenzina prosegue poi in Missione per il mondo, prima in Asia, attraverso l'India, le Filippine, il Giappone, la Corea, la Malesia, e poi negli Stati Uniti a Boston, quindi come Superiora in Inghilterra e in Australia, prima di far ritorno nuovamente in Italia.
Oggi Lorenzina, vicina ai 100 anni, è ancora una suora presente e vivace, che si occupa sopratutto delle sue consorelle anziane e malate, e passa molto del suo tempo nella preghiera, nella lettura e meditazione delle Sacre Scritture e un pò di corrispondenza. E come lei stessa dice orgogliosamente alla fine di questo video: “Sono ancora una Figlia di S. Paolo!”. Felice di esserla stata, per 85 anni, e di esserla tutt'ora. Grazie suor Lorenzina.
Un proposito totalitario: essere buoni, oggi, sempre, con tutti
1) Solo per oggi, cercherò di vivere alla giornata, senza voler risolvere il problema della mia vita tutto in una volta.
2) Solo per oggi, avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà; non alzerò la voce; sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno; non pretenderò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
3) Solo per oggi, sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.
4) Solo per oggi, mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.
5) Solo per oggi, dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche lettura buona, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura è necessaria alla vita dell’anima.
6) Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
7) Solo per oggi, farò almeno una cosa che non desidero fare, e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.
8) Solo per oggi, mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò. E mi guarderò da due malanni: la fretta e l’indecisione.
9) Solo per oggi, crederò fermamente, nonostante le apparenze, che la buona provvidenza di Dio si occupa di me come di nessun altro esistente al mondo.
10) Solo per oggi, non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà. Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.
16 aprile 2014
LOS ANGELES - Riciclare pastelli di cera usati.... chi mai potrebbe pensare a una cosa del genere? Ebbene, qualcuno c'è stato, per l'esattezza Bryan Ware, che ha avuto questa idea durante una serata al ristorante nel 2011. Durante quella cena i suoi figli disegnavano sulla tovaglia di carta con dei pastelli a cera, omaggio della casa, quando fra sé e sé si è posto la domanda di cosa sarebbe stato di quei pastelli, quando sarebbero divenuti così corti da non poter più essere manovrati dalle mani dei bambini. Lo ha chiesto al cameriere del ristorante e la risposta è stata secca: “Li buttiamo via!”.
Da qui è nata l'idea: raccogliere pastelli usati da ristoranti, asili, scuole, supermercati e così via, fonderne la cera colorata e riciclarla realizzando nuovi pastelli con degli stampi speciali. Nel 2013 ha fondato così la "The Crayon Initiative", un associazione no profit che raccoglie, ricicla pastelli di cera usati (evitando che finiscano nella spazzatura) realizzandone di nuovi da distribuire poi nei reparti di pediatria degli ospedali californiani.
Ad oggi (2015) la Crayon Initiative ha donato più di 2000 scatole di pastelli ai bambini californiani, un risultato molto soddisfacente! Nel settembre del 2015 è stata eseguita la prima consegna fuori dalla California, in un ospedale per bambini a New York.
“Lo scopo è rendere un po’ più felice la permanenza in ospedali di questi piccoli ospiti” dice Ware: “Il nostro sogno è che l’iniziativa prenda piede ovunque, negli Stati Uniti e non solo. Ma il lavoro è ancora tanto”. (cit.: Corriere della Sera).
Il lavoro da fare è certamente molto, ma fintanto che esisterà della gente come Brian Ware che si prende a cuore la felicità dei bambini malati e che desidera che non si sprechino inutilmente le cose, anche quelle più piccole e a cui nessuno penserebbe, allora possiamo guardare con serenità e ottimismo al futuro della nostra società. Grazie Brian!
Classe 1960, nazionalità francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco, Clara Lejeune è amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e madre nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.
«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».
Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così. «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».
Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo "chi non ha una vita complicata?"; anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco, io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico "I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta". Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».
Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926-1994), medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down. Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.
«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva "Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi". Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».
«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard ed uscito in Francia nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, ha progetti diversi e più grandi dei nostri».
Non conoscevo prima d'ora Clara Lejeune, ma devo dire che sono stato ben felice di conoscere un poco della sua storia e di imbattermi in questa bellissima intervista, così ricca di spunti e di insegnamenti, che riporto con grande piacere sulle pagine di questo blog. Più di tutto mi vorrei soffermare su una cosa: sul fatto che Clara, nonostante la posizione socialmente elevata che occupa e il lavoro prestigioso che possiede, ha ben chiaro ciò che nella vita è veramente importante e prioritario: e cioè la Fede e la famiglia su tutto. Valori questi che gli sono stati certamente inculcati da suo padre (altra persona eccezionale), e che lei ha saputo adattare splendidamente nella sua vita. Mi piace molto sottolineare anche la sua umiltà, che trapela chiaramente dalle sue parole, splendida Virtù propria delle persone ricche di spiritualità. Fa bene al cuore leggere queste testimonianze.... e lasciatemi dire che è un bene mostrarle e farle conoscere, in una società come quella di oggi dove invece si tende a far vedere quasi unicamente (con le dovute eccezioni) ciò che di non buono c'è attorno a noi. Ma il Bene e le belle persone esistono ed esisteranno sempre.... ed è grazie a loro, all'Amore che ogni persona di buona volontà dona ogni giorno, che si regge e si fonda il mondo intero.
Suor Manuela è giovanissima, vive a Roma e continua gli studi di teologia, fa parte dell’ordine “Le Missionarie Figlie di Gesù Crocifisso”. Come Suor Cristina, anche lei ama la musica e il canto e in varie occasioni ha partecipato al Festival “Il mondo canta Maria” insieme ad altri artisti della Christian Music. A conclusione d’intervista ho chiesto a Suor Manuela di dare un consiglio a Suor Cristina che al momento è su tutti i canali web e televisivi. Prima della sua vocazione alla vita consacrata, Suor Manuela era una studentessa di medicina con tanti amici e un fidanzato. Viveva in Sardegna a Sassari. Conduceva una vita normale e serena e proprio in quella normalità, comincia a sentire la strana sensazione che le mancasse qualcosa. Un viaggio a Lourdes gliene darà la conferma…
Come e quando ti sei accorta di essere chiamata alla vita consacrata?
Certamente è stato un cammino lento e progressivo dell’anima, ero una ragazza come tante altre e studiavo medicina. Il mio sogno era partire con “Medici senza frontiere”, nei paesi in via di sviluppo per aiutare tante persone. Dentro al cuore, continuamente sentivo che Gesù mi chiedeva qualcosa di più. Ho sempre avuto un bel rapporto con Gesù, sentivo che mi stava chiedendo altro, ma continuavo a fare “orecchie da mercante” perché l’idea di dover lasciare tutto (il sogno di diventar medico, il mio ragazzo, la mia famiglia e i miei amici) mi spaventava tantissimo. Avevo paura di fare questo salto nel buio, perché così lo definivo, un salto che poi si è rivelato non nel buio ma nella Luce di Cristo. La mia resistenza alla chiamata del Signore era anche dovuta al fatto che il mio ragazzo non frequentava la Chiesa ed era lontano dall’ambiente cristiano. Mi diceva spesso che erano stati i preti e le suore ad avermi fatto il lavaggio del cervello e di conseguenza sosteneva che ciò che sentivo era tutta illusione. Continuava a farmi domande di fede molto grandi di fronte alle quali io stessa spesso non trovavo risposta! Così alla fine ho detto “Basta, Signore se ci sei vienimi a cercare nel chiasso del mondo”.
Suor Manuela, quando ti sei consacrata avevi soltanto 21 anni. Perché hai scelto proprio quest’ordine delle Missionarie Figlie di Gesù Crocifisso?
Perché fin da adolescente sono stata sempre attirata, conquistata dal Crocifisso; vedere quest’uomo li, crocifisso, mi dava la misura alta dell’Amore e pensavo sempre al fatto che Gesù è stato così grande nell’Amore da dare la vita per noi. Anche io in qualche modo desideravo dare la vita per gli altri, non sapevo ancora qual’era la strada ma volevo vivere la misura alta dell’Amore. Quando parlavo con il mio padre spirituale, lui spesso mi parlava di questa congregazione, delle Missionarie Figlie di Gesù Crocifisso, ma anche in quel caso continuavo a fare “orecchie da mercante” perché il convento mi sembrava un luogo stretto per me e quindi preferivo non dargli peso, nonostante ciò, quando poi da sola mi trovavo davanti al Crocifisso mi sentivo attirata da Lui e chiamata da quest’Amore più grande.
Com’era la tua vita prima di sposare il Signore? Eri vicina alla Chiesa e frequentavi qualche gruppo?
Come dicevo prima sono sempre stata vicina alla parrocchia ma non frequentavo nessun gruppo. Dirigevo il coro dei bambini della parrocchia, mi occupavo dell’animazione liturgica. Tutto ciò che era musica mi ha sempre attirata e mi aiutava a lodare Dio. Sono sempre stata vicina a Gesù, pregavo con Lui ma non con delle formule già scritte, amavo chiacchierare con Lui. Frequentavo anche tanti amici che non stavano in parrocchia, uscivo con loro nei fine settimana, andavamo nei locali. Vivevo la mia fede ma in modo tale che non mi chiamasse troppo in causa. Mi nascondevo dietro l’immagine di una brava ragazza pur di non farmi chiedere di più dal Signore.
Ad un certo punto lasciasti gli studi di medicina e anche il tuo ragazzo. Perché ti sentivi tanto combattuta nel dare il tuo “Si” al Signore, cosa ti spaventava?
Mi spaventava il pensiero di dover lasciare tutto ciò che per me era sicuro, le mie sicurezze costituite dai miei studi e da un futuro da me già programmato; mi spaventava dover lasciare la mia famiglia, gli amici e il mio ragazzo per fare un salto verso la strada che il Signore mi avrebbe indicato. Un po’ come quando il Signore nell’antico testamento chiama Abramo e gli dice “Esci dalla tua terra e va nella terra che io ti indicherò”. Prima gli chiede di uscire e solo dopo gli indica la terra, e così era per me, mi chiedeva di uscire, mi dovevo prima fidare, non mi diceva cosa avrei trovato, l’unica garanzia che mi dava era quella della Sua presenza accanto a me, dovevo fidarmi di Lui.
Ad un certo punto, decidi di staccare con tutto e ne approfitti per trascorrere l’intera estate frequentando le discoteche, nel “chiasso del mondo”.Era un modo per sentire meno la chiamata che in quel momento ti provocava ansia e paura nel lasciare tutto?
Era un modo per nascondermi perché solitamente il Signore sceglie di parlare nel silenzio e di conseguenza io sceglievo il chiasso per non sentirlo, ma anche per sfidarlo perché di fatto io gli lanciai una sfida: “Signore vienimi a cercare nel chiasso del mondo se ci sei davvero”. Ed è stato bellissimo perché in realtà il Signore mi ha cercato in modo discreto, lasciandomi libera. Proprio in quel chiasso che avevo scelto mi trovai a sperimentare un vuoto incredibile nel cuore e in questo vuoto ritrovai la nostalgia di Dio, di quel Dio che mi aveva sempre riempito il cuore della Sua presenza. Mi sentivo come il figlio della parabola del Padre misericordioso, quel figlio che va via e dopo aver sperperato tutti gli averi del padre, si ritrova a mangiare il cibo dei porci e dopo un po’ nemmeno quello. Iniziai così a pensare a tutto quello che avevo quando stavo a casa di Dio Padre, dove avevo tante cose, quando ero con Lui il mio cuore traboccava di gioia, vivevo nelle pienezza nonostante le difficoltà, e invece lontana da Lui mi sentivo a mani vuote. Il Signore è proprio in quella nostalgia che sentivo che mi ha riconquistata o meglio ancora mi ha ri-attirata a sè. Gesù è entrato nel chiasso del mondo con una brezza leggera facendosi presente nel mio cuore.
In quel periodo il tuo direttore spirituale ti è stato molto di aiuto, ma non solo… Un giorno vieni chiamata dall’UNITALSI a dare una testimonianza a Lourdes e ti viene chiesto anche di cantare. Proprio lì, la Madonna ti aiuta a capire qual’era la tua strada. Che succede?
Poco prima di partire per Lourdes, pregai la Madonna e le chiesi di mettermi una mano in testa e di portarmi a Lourdes e di indicarmi lì la strada... Lei esaudì questo mio desiderio. Infatti, venni chiamata dall’Unitalsi per dare una testimonianza a Lourdes e per cantare, così chiesi di poter partire con gli ausiliari per poter prestare servizio agli ammalati. Durante la giornata dedicata alla celebrazione penitenziale, sentii il desiderio di confessarmi, ma in quel momento stavo prestando servizio e non potevo partecipare alla celebrazione in maniera attiva. La sera quando già tutto era finito chiesi ad un Vescovo di confessarmi l’indomani, dato l’ora tarda, invece lui con fare molto paterno si rese subito disponibile. Andammo insieme di fronte alla Grotta e ancor prima della confessione iniziammo un dialogo che durò per più di un ora e che si concluse con la confessione. Attraverso la paternità di questo Vescovo passò tutta la paternità di Dio che mi riportò a Sé, anche grazie all’intercessione di Maria, che come una mamma mi aveva portata lì. La grazia del sacramento della confessione sciolse la paralisi del mio cuore ed in quel momento sentii forte il desiderio di non aspettare più, ma finalmente di fare un salto, non più nel buio, ma nelle braccia di Dio, in quelle Sue mani che ormai ero certa mi avrebbero sempre accompagnato.
Suor Manuela, hai una grande passione sin da piccola per la musica e il canto. Essendo una giovane suora come Suor Cristina, che al momento la vediamo sotto l’effetto mediatico dei media e del web dopo la sua partecipazione a The Voice, che consiglio vorresti darle essendo una tua consorella?
Penso innanzitutto che ad ognuno di noi sono stati dati dei doni per il bene comune e penso che Suor Cristina abbia deciso di partecipare a questa trasmissione per donarci questo suo dono, come in fondo anche lei stessa ha detto “Ho un dono, ve lo dono”. Certamente il Signore ci chiede di portare il Vangelo ovunque, attraverso quello che siamo e attraverso i doni che ci ha dato. Sicuramente il mondo dello spettacolo è un mondo che nasconde anche tante insidie e tanti pericoli, ma questo non ci deve chiudere ed impaurire. In modo semplice penso che dobbiamo starle vicino e dobbiamo pregare per lei! Certamente bisogna avere tanta prudenza, ma se il Signore la sta chiamando per questa via, la condurrà Lui e la prenderà per mano.
Tu hai scritto un brano dal titolo “Come vorrei” tratto dall’album Anime, che parla proprio della crocifissione di Gesù…
E’ un brano a cui sono molto legata e che fra l’altro ho cantato a Lourdes e ho avuto anche la grazia di cantarlo davanti a Giovanni Paolo II. Questo brano racconta l’Amore più grande che passa proprio per la Croce e racconta il mio desiderio di essere portata in qualche modo sulla Croce di Cristo per vivere la misura dell’Amore più grande che sta nel dare la vita per gli altri. In questo brano chiedo al Signore di darmi la grazia di morire anch’io per Amore così come Lui è morto per Amore nostro.
Il 27 aprile ci sarà la Santificazione di Karol Wojtyla e di Giovanni XXIII. Cos’hai provato a cantare per Lui?
E’ stata una grande emozione e non a caso ho scelto un brano sulla croce, proprio perché Papa Wojtyla stesso mi ha insegnato che la croce non va temuta ma va accolta nella nostra vita e va portata con Amore e per Amore. La croce è stata già vinta dalla Vita, dall’Amore di Cristo, e Giovanni Paolo II mi ha insegnato proprio questo, che la croce è solo una porta spalancata sulla Resurrezione. Quando ho testimoniato davanti a lui mi sono sentita piccola, un puntino davanti a un grande uomo che, attraverso la sua testimonianza, ha saputo regalare la paternità di Dio a tutto il mondo!di Rita Sberna
Quando vedo e sento parlare una suora o una missionaria o un consacrato di Vera e profonda Fede, rimango sempre ammirato dal loro sguardo luminoso. E' uno sguardo speciale, diverso da quello delle altre persone, uno sguardo che emana gioia, limpidezza, dolcezza e Amore allo stesso tempo. E questo sguardo, questa particolare “luce” negli occhi, traspare più che mai dal volto di suor Manuela Vargiu in questo video (che consiglio a tutti di vedere), una ragazza che ha lasciato tutto (il mondo) per abbracciare la Vita Consacrata, per essere “tutta” del suo Gesù. E pensare che c'è ancora chi crede che le persone che lasciano la vita del mondo per abbracciare la Vita Consacrata, siano delle persone infelici, delle persone che “fuggono” il mondo e la società, perchè in essa non si ritrovano, o per trovare una qualche sorta di “protezione” da un mondo in cui non riescono a inserirsi o ad adattarsi. Oppure si pensa che siano persone che “scappano” dopo qualche cocente delusione in amore. Niente di più falso, niente di più lontano dalla verità di questo! E per capirlo, lo ribadisco, basta guardare lo sguardo luminoso di suor Manuela mentre risponde alle domande del suo intervistatore. Ed è lo sguardo di una persona FELICE, felice per quello che fa, per quello che è, felice per la strada che ha intrapreso, felice perchè ha trovato l'Amore, quello più Vero, l'Amore di Dio! Un Amore che suor Manuela ha sempre avuto nel cuore, ma che solo con la Consacrazione ha trovato il suo pieno compimento. E del resto è lei stessa a dirlo, alla domanda dell'intervistatore, che le chiede perchè avesse voluto indossare quest'abito (minuto 10' 30")? E lei, con disarmante naturalezza, risponde semplicemente “Perchè mi sono innamorata!”.
Il Bene che fanno queste belle anime con la loro vita, con il loro esempio, con la loro preghiera, con la loro dedizione... in una parola: con il loro Amore.... lo capiremo bene solamente quendo saremo “di là”. Per adesso mi sento solamente di dire: Grazie suor Manuela per tutto quello che fai e grazie a tutte le persone che, come te, rispondono con gioia e Amore alla chiamata del Signore. Grazie di tutto! E Lode e Gloria al Signore per donare al mondo anime belle come queste, di cui c'è veramente un immenso bisogno!!!
A Stephen McGarva piacevano gli sport estremi. E quando è volato a Puerto Rico di certo non avrebbe mai pensato di finire all’inferno. Già perché quando lui e sua moglie sono arrivati sull’isola caraibica hanno scoperto Playa Lucia, la cosiddetta “Spiaggia dei cani morti”. Un luogo dove l’umanità per gli animali non si è mai vista: in mezzo alla sporcizia, i due hanno trovato decine di cani randagi sanguinanti e percossi, già morti o vicini a morire per lo stato in cui vivevano.
Considerati come una piaga per l’industria del turismo locale, i cani vengono scaricati in questa spiaggia spesso picchiati, uccisi o feriti a colpi di machete, avvelenati o bruciati con il carburante. Tutti, comunque, lasciati al loro destino.
Troppo per McGarva che è salito sul suo camioncino ed è andato a cercare del cibo per quei poveri animali.
«Sapevo che se fossi andato via, sarebbe stata una decisione che non mi sarei perdonato per tutta la vita» racconta McGrava nel suo libro “The Rescue at Dead Dog”. La sua vita, e quella di moglie Pamela, era appena cambiata: per due anni la coppia ha deciso di prendersi cura di quei cani.
Ha pulito le loro ferite, li ha lavati, li ha amati, li ha addestrati e preparati perché un giorno potessero trovare una famiglia non a Puerto Rico, ma negli Stati Uniti.
Una storia che purtroppo non ha un lieto fine. Giorno dopo giorno, il suo lavoro ha iniziato a infastidire chi aveva interessi sull’isola. Quei cani erano solo un problema, non dovevano vivere. McGrava racconta al Daily Mail le minacce ricevute, le aggressioni e botte prese per difendere i suoi cani. Inutile cercare di denunciare il tutto alla polizia locale incapace di poterlo proteggere.
«Ho sepolto almeno un cane ogni giorno. Alla fine dei due anni abbiamo sepolto oltre 1200 animali, esseri viventi che conoscevamo e amavamo» racconta il 44enne. Li ha trovati impiccati, bruciati dentro camion abbandonati, uccisi a colpi di machete.
Quando lui e sua moglie sono tornati a Rhode Island per un breve periodo, al loro ritorno hanno trovato la loro casa devastata: ciò che non era stato rubato, era stato distrutto. Così ha dovuto lasciare l’isola, ma non ha abbandonato del tutto i suoi amici animali: grazie a lui centinaia di cani hanno trovato un rifugio sicuro e ha fondato un’organizzazione no-profit, la Acate Legacy Rescue Foundation, che è impegnata nel porre fine agli abusi sui randagi e a costruire rifugi in Messico e a Puerto Rico.
Gran brava persona questo Stephen MacGarva..... e occuparsi di cani abbandonati, maltrattati, sterminati..... anche questo è Amore! Grazie Stephen, per tutto quello che hai fatto e che fai.... il mondo ha bisogno di persone come te!
Una strada di campagna del Wisconsin, Stati Uniti, è stata trasformata in un mare di girasoli da un agricoltore locale, in memoria della moglie scomparsa di cancro
Prima della sua morte, avvenuta nel novembre 2014, la moglie di Don Jaquish, Babbette, era famosa in tutta la contea per i bellissimi girasoli che aveva piantato nella loro fattoria a Eau Claire, tanto da meritarsi il soprannome "La donna dei girasoli".
Don Jaquish ha lavorato come contadino all’ Eau Claire dal 1975, e ha conosciuto Babbette mentre stava svolgendo il suo lavoro di venditore di attrezzature agricole. I due si sono frequentati per anni e si sono sposati nel 2000. Purtroppo, solo sei anni più tardi, a Babbette è stato diagnosticato un tumore: mieloma multiplo.
“Tutti quelli che incontravano Babbette si innamoravano di lei - ha detto Jaquish di sua moglie - e io ho avuto la fortuna di essere il ragazzo di cui lei si è innamorata”.
“Erano molto innamorati l’uno dell’altra – ha detto White, una delle loro figlie – Mia madre avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e lui avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei”.
Babbette ha subito 22 diversi cicli di trattamento per il cancro nel corso degli anni… e in questo periodo di tempo ha capito quanto è importante la ricerca per la cura di questa malattia. “È passata da un'aspettativa di vita di due
settimane ad una di due mesi fino ad arrivare a nove anni” dice il marito. “Il suo atteggiamento era sempre positivo e diceva che ogni giorno di più che poteva rimanere in vita era un giorno guadagnato verso una nuova possibile cura”.
Nel corso di un breve periodo di remissione della malattia, Babbette ha espresso il desiderio di avviare un'attività di vendita dei girasoli, il cui ricavato andasse a beneficio degli altri malati di cancro e per finanziare la ricerca. “Ma purtroppo la sua salute andava sempre più declinando e per lei non era possibile avviare e gestire una cosa come questa” dice la figlia White.
Appena un mese dopo la sua morte, avvenuta il 17 novembre 2014, il marito Jaquish, agricoltore oggi 65enne, con grande entusiasmo raccoglie il desiderio della moglie tanto amata e stipula un accordo con dei suoi vicini:
essi gli affittano un pezzo di terra lungo la statale 85 del
Wisconsin a un prezzo ragionevole e lui, questa estate, pianta il
fiore preferito di sua moglie lungo un tratto di strada di campagna di oltre quattro miglia, in modo che i semi dei girasoli potessero essere raccolti facilmente.
C’è voluta più di una settimana per Jaquish, lo scorso giugno, ma dopo
un periodo di crescita di 75 giorni, i girasoli sono fioriti
magnificamente, colorando il paesaggio di una meravigliosa tinta gialla e
verde.
Si è avviata in questo modo un azienda produttrice di semi di girasole chiamata “Semi di Speranza di Babbette”, il cui ricavato sarà in gran parte devoluto a favore dei malati di cancro e per finanziare la ricerca.
A Eau Claire, la famiglia di Babbette è stata travolta dall'amore e dal sostegno da parte dei visitatori che sono venuti a vedere i girasoli piantati da Jaquish per desiderio della moglie.
“Penso che Babbette stia sorridendo, vedendo tutto quello che abbiamo realizzato – dice Jaquish – e abbiamo avuto davvero una risposta incredibile da parte della gente. Ci arrivano messaggi di posta elettronica da ogni parte del mondo”.
“Non ho potuto capire quello che realmente stavamo facendo, fino a quando non ho visto quant’era bello”, ha detto White, una delle figlie di Babbette.
“Volevamo che fosse una dichiarazione d'amore. Ci sono 4,5 miglia di girasoli, ed è una vista meravigliosa. E tutto questo è solo per mamma. Questo è ciò che desiderava venisse fatto quando era ancora in vita” ha aggiunto all’ABC News.
“Mia moglie Babbette ha sofferto molto e sapeva che molti altri malati di cancro, con le loro famiglie, stavano soffrendo allo stesso modo - ha detto Jaquish -. Quello che ci auguriamo è che il denaro ottenuto da questa attività sia in grado di aiutare tante di queste persone”.