domenica 19 febbraio 2017

Da tossicodipendente a frate francescano


Prima di sentire la chiamata di Dio e di entrare nell'Ordine dei Frati Minori, la sua vita è stata caratterizzata dal dolore

Daniele Maria Piras è un giovane francescano in formazione. Ha 32 anni ed è originario di Carbonia, in Sardegna. Prima di sentire la chiamata di Dio e di entrare nell’Ordine dei Frati Minori, la sua vita è stata caratterizzata dal dolore, da una profonda sofferenza e dalla mancanza di senso.

Fin da quando ero piccolo la mia famiglia, soprattutto per problemi economici, viveva grosse difficoltà relazionali, anzi tutto tra mamma e papà. Conclusa la scuola media, incominciai a lavorare con mio padre nella sua impresa edile; in quegli anni, per fuggire dalle fatiche familiari, iniziai a frequentare "cattive compagnie": per stare al passo con loro, iniziai a bere, a fare uso di droghe leggere e poi pesanti, anche per anestetizzare il dolore che portavo nel mio cuore”, ha raccontato Daniele in un’intervista alla rivista dei francescani "Porziuncola".

Il suo abuso di droga era tale che ad appena 16 anni era già tossicodipendente.

Per 7 anni non riuscii ad uscire da quella schiavitù: sapevo benissimo di sbagliare, però ero entrato in un circolo vizioso, non potevo più farne a meno; ero troppo debole e, anche se desideravo uscirne, mi ero reso conto che era troppo tardi e la mia volontà era debolissima. Andai al Sert, feci colloqui con psicologi e provai ad assumere farmaci per l’astinenza; ma i risultati furono scarsi”.

All’inizio Daniele nascose alla famiglia la sua situazione, ma quando questa peggiorò i suoi genitori si resero conto di quello che stava vivendo. Mia madre mi incoraggiò, mi stette vicino e mi amò così come ero.

Fu proprio attraverso la madre che la pace tornò in Daniele. “Lei, da giovane, dopo aver ricevuto i Sacramenti, si era allontanata dalla Chiesa, ma ora da diversi anni si era riavvicinata, proprio a causa della dolorosa relazione che stava vivendo con mio papà. Questa relazione era la sua croce: quella croce aveva un nome e un volto, mio papà Carlo, che si trovava in una situazione molto difficile dopo la perdita del lavoro”.

Il giovane francescano racconta che la madre ha trovato consolazione in un gruppo di amiche che recitavano il Rosario: “Maria la ricondusse al Figlio suo: nella preghiera, nella Parola e nei sacramenti mamma attinse la forza per stare in quella situazione di dolore, e decise di stare accanto a mio papà ed amarlo così come era (…) Questo permise a Colui che ha vinto la morte di portare la sua Salvezza nella nostra famiglia e fare nuove tutte le cose”.

Questa testimonianza di fede molto presto è servita da esempio alla sorella di Daniele, Chiara Redenta, che ha sentito la chiamata di Gesù ed è entrata nel monastero delle Clarisse nel 2005. “A quel punto, la mia esperienza di morte, ma soprattutto le testimonianze di mia mamma e mia sorella mi portarono a rientrare in me stesso e chiedere aiuto: incominciai ad invocare il Nome del Signore Gesù”, ha riferito il giovane.

La sua conversione è arrivata nel novembre 2006, quando la madre lo ha invitato a partecipare a un congresso in occasione della solennità di Cristo Re dell’Universo. “La Parola guida del convegno era un versetto del salmo 107,14: Li fece uscire dalle tenebre e dall’ombra di morte e spezzò le loro catene. Mi colpì la catechesi di un padre francescano, sembrava che io gli avessi raccontato la mia storia… rileggeva il mio vissuto… spiegava come il male, attraverso le attrattive del mondo, che presentano una felicità apparente, mira a distruggere il nostro corpo che è il tempio dello Spirito Santo, luogo abitato da Dio, luogo in cui noi possiamo fare esperienza di Lui”.

Daniele ha deciso di parlare con il sacerdote francescano. “Gli dissi: "Sono un tossicodipendente e ho toccato il fondo, non so più come uscirne, preghi Gesù per me". Il frate mi invitò a chiedere a Gesù di intervenire, mi benedisse e io tornai al mio posto. Quindi un sacerdote passò con Gesù Eucarestia in mezzo alla folla di 600 persone… Gesù mi passò accanto, poi tornò verso l’altare e io sentii dentro di me il desiderio di andare a toccarlo: andai (non avevo niente da perdere…), lo toccai e tornai al mio posto”.

Meno di due mesi dopo questa esperienza, il 29 settembre 2008, e dopo aver vissuto due convivenze con i Francescani ad Assisi, il giovane Daniele è entrato nel postulantato dei Frati Minori.

La sofferenza nella nostra famiglia si è rivelata pedagogica: accolta nella fede, ha preparato i nostri cuori ad accogliere il Mistero. (…) Solo Lui vi dice: Sono venuto perché abbiano la vita e la abbiano in abbondanza…”.


Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti

20 ottobre 2015

FONTE: Aleteia.org  




Capita molto spesso che le grandi conversioni avvengano dopo periodi di forte dolore, di sofferenza e di "vuoto" interiore. Ho appreso moltissime testimonianze in questo senso. La vita sembra non avere più alcun valore, non dona gusto, sembra essere senza senso...... e in questo stato si può facilmente cadere vittima dell'alcool, della droga o divenire frequentatori di cattive compagnie e di brutti "giri". Quando si vedono persone in questo stato, spesso si è tentati di starne alla larga perchè si pensa erroneamente che tali persone costituiscano la "feccia" della società e che possano portare solamente a tanti problemi. E invece, spesso, sono proprio queste persone che posseggono il "terreno migliore".... e nel "vuoto interiore" che essi provano (e che non di rado, sul momento, li può portare su cattivi sentieri) il Signore si fa sentire più potentemente che mai, proprio perchè trova un "terreno fertile", libero da quegli attaccamenti terreni e mondani che invece posseggono la maggior parte delle persone. E allora in queste persone, come nel caso di Daniele in questa bellissima storia, è come se entrasse un "uragano", è la scoperta di un qualcosa di nuovo che ti stravolge completamente la vita e ti fa riniziare tutto daccapo. Ed è l'inizio di una nuova vita, fondata questa volta sull'Amore e sulla Fede in Dio.
Tutto questo ci tengo bene a sottolinearlo perchè, come detto sopra, quando si vedono persone sbandate, sopratutto giovani, essere vittime di queste brutte cose, si viene tentati di starne alla larga..... ed invece bisognerebbe avvicinarli, abbracciarli e cercare di parlare loro di Dio, con semplicità e Amore, perchè il Signore può essere quella Luce che rischiara il loro cuore da ogni tenebra, perchè il Signore può rappresentare quella "Pienezza" che essi inconsciamente cercano (e sovente la cercano nei cosiddetti "paradisi artificiali") e a cui il loro cuore anela, ma che ancora non hanno conosciuto e trovato. Eh, quante, quante volte ciò che apparentemente sembra peggiore in realtà è migliore!!! Per questo Gesù ci ha insegnato a non giudicare mai (il giudizio dell'uomo può anche uccidere!), ma ad accogliere tutti con benevolenza e Amore. Poi il resto lo fa Lui, il nostro buon Gesù. E può essere veramente una nuova Rinascita!

Marco

giovedì 16 febbraio 2017

La storia del piccolo Hope, bimbo africano abbandonato da tutti perché ritenuto uno "stregone", ma salvato da una donna danese!

L'hanno chiamato Hope, speranza, e la sua è arrivata grazie a una volontaria danese, Anja Ringgren Loven, che da alcuni anni lavora con il marito in Nigeria per una ong che si occupa di sviluppo ed educazione e che intende denunciare la piaga dei bambini "stregoni". In molti Paesi africani, infatti, le famiglie abbandonano, torturano o addirittura uccidono i bambini ritenendoli responsabili di stregonerie e disgrazie. Hope che ha due anni vagava solo da otto mesi, nutrendosi di rifiuti, prima di essere stato trovato e salvato da Anja.

L'hanno ribattezzato Hope, la speranza in cui tutti abbiamo il diritto di credere. Hope è un bimbo nigeriano di due anni, che è stato abbandonato dalla sua famiglia perché ritenuto uno stregone.

In Africa, da Kinshasa capitale del Congo alla Nigeria, quello dei bambini stregoni è un autentico dramma. In questi Paesi è infatti molto diffusa la credenza degli enfants sorciers: cioè molti ritengono che alcuni bambini possano essere veri e propri “stregoni”, capaci di avere un influsso malefico su parenti o vicini e ai quali viene attribuita la responsabilità di disgrazie che possono accadere a famiglie o comunità.
Un’inchiesta abbastanza recente dell’emittente britannica Channel 4 aveva già fatto emergere come solo in due stati della federazione della Nigeria ci siano almeno 15.000 bambini accusati di stregoneria.

Ma la storia di Hope, come dicevamo, è una storia di speranza e ha un lieto fine.
Le immagini del piccolo hanno fatto il giro di tutti i social network. In particolare, la sua foto è sul profilo di Anja Ringgren Loven, 31 anni, volontaria danese dell'African Children’s Aid Education and Development Foundation, che l'ha trovato che girovagava scalzo, nudo e affamato. Da otto mesi vagava da solo nutrendosi di avanzi e spazzatura. L’immagine di quell’esserino magrissimo, che beve dalla bottiglietta d'acqua della volontaria ha intenerito tutti.

E sul suo post su Facebook Anja ha scritto: «Questa serie di immagini mostrano il motivo per cui mi batto. Perché ho ​​venduto tutto quello che possiedo. Perché mi sto muovendo su un territorio inesplorato». Lei stessa ha fondato tre anni fa con il marito l’ong indipendente African Children’s Aid Education and Development Foundation, con l'obiettivo di costruire un orfanotrofio e aiutare i bambini che subiscono inimmaginabili e inaudite violenze dopo essere stati etichettati come strega o stregone. I più piccoli sono trascurati o perfino uccisi dagli stessi membri della comunità.


Hope girovagava nudo da otto mesi per il villaggio di Uyo, nel sud della Nigeria, e ha vissuto rovistando tra gli scarti gettati per strada dai passanti, sin quando ha incrociato Anja l'ha preso in braccio, coperto, gli ha fatto un bagnetto e lo ha portato all'ospedale più vicino. «Ora le sue condizioni sono stabili e continuano a migliorare, infatti, ha ripreso a mangiare e la cura sta avendo i risultati sperati. Oggi è un bambino forte e ci sorride. Non so proprio come descriverlo a parole. Questo è ciò che rende la vita così bella e preziosa, e quindi lascerò che le immagini parlino da sole», ha detto ancora Anja.

La cooperante ha raccontato ancora sui social: «Vediamo bambini come Hope torturati, minacciati o uccisi solo perché qualcuno decide che sono maledetti».

Una catena di solidarietà si è presto mossa e soldi per aiutare Hope sono arrivati da tutto il mondo. «Con questo denaro possiamo dare un futuro a Hope e riservargli le migliori cure. Ma anche costruire una clinica e salvare tanti innocenti dalle torture».

Ora Hope, come mostrano anche le altre immagini postate in rete, sta meglio e gioca con il bambino di Anja. «È forte», spiega la sua nuova mamma. «Le trasfusioni di sangue cui si è dovuto sottoporre e i vermi che gli infestavano la pancia ora sono un brutto ricordo. Hope ora è stabile. Mangia da solo e risponde bene alle medicine. Oggi ha provato a sedersi e a sorridere».

Nello stato di Akwa Ibom, dove si trova Hope, indicare un bimbo come stregone è ritenuto un crimine, ma purtroppo questa pratica viene perpetrata. Anja, come racconta nella sua pagina, ha appena finito di girare un documentario per denunciare questo fenomeno, che si intitolerà Anja Afrika e che verrà diffuso in primavera.

18 febbraio 2016

di Giusy Galimberti

FONTE: Famiglia Cristiana


Nigeria, Hope ora va a scuola: volontaria ricrea lo scatto di quando salvò il bambino


Esattamente un anno fa il web faceva la conoscenza di Hope, il bambino nigeriano salvato dalla volontaria danese Anja Ringgren Loven.
Il piccolo era stato abbandonato dalla sua famiglia perché creduto uno stregone e aveva vagato per otto mesi fino a che non era stato trovato da Anja e dai suoi collaboratori. Oggi Hope - "Speranza" in inglese - sta molto meglio, vive presso la "African Children’s Aid Education and Development Foundation", un orfanotrofio nel sud est della Nigeria diretto da Anja e suo marito, David Emmanuel Umem, che accoglie i bambini abbandonati dalle famiglie a causa della superstizione.

Per festeggiare la prima settimana di scuola di Hope, Anja ha deciso di ricreare lo scatto attraverso il quale la rete aveva conosciuto la storia del bambino e che la ritraeva mentre cercava di convincerlo a bere dell'acqua da una bottiglietta. Un modo per festeggiare la nuova vita del piccolo, resa possibile anche dalle molte donazioni che hanno permesso alla Ong svedese di accogliere, istruire e curare molti altri bambini abbandonati come Hope

4 febbraio 2017

FONTE: Repubblica.it


Nei giorni scorsi i media hanno parlato diffusamente della storia del piccolo Hope, ed io pure ho voluto dedicare un post a questo piccolo bambino africano sulle pagine di questo blog.
La prima cosa che mi viene da pensare (e certamente sarà il pensiero di molti) è come sia veramente incredibile che possano esistere ancora oggi situazioni come queste: bambini abbandonati a loro stessi (e quindi a morte sicura!) perché ritenuti "stregoni", avere influssi malefici o cose del genere! Dall'altra parte però c'è anche l'Amore di persone come Anja, che si è presa cura immediatamente di questo bimbo abbandonato da tutti e che ha fondato, assieme al marito, una Ong che si occupa proprio di salvare bambini come lui. Con tutto questo non voglio dire che il popolo Africano sia un popolo senza cuore, mentre l'Europa sia tutto il contrario..... assolutamente no! Però è certo che l'ignoranza uccide ancora molte, molte persone su questa terra, e certamente dev'essere impegno di tutti cercare di cancellare certe assurde credenze che portano solamente a tanta inutile sofferenza. Per il resto questa vicenda dimostra, come sempre, che nel mondo vi è sempre una parte di Bene e una parte di male, e come dev'essere impegno costante di tutti cercare di fare emergere il Bene sul male, l'Amore sull'odio, la Sapienza sull'ignoranza. Proprio quello che ha fatto la splendida Anja, proprio quello che fanno tantissime persone di buona volontà in tutto il mondo, proprio quello che ciascuno di noi, nella situazione in cui siamo e con i talenti che possediamo, è chiamato a fare nella vita di tutti i giorni.

Marco

venerdì 3 febbraio 2017

Asciano adotta una famiglia di Amatrice: “Ricostruiremo la loro casa”


Solidarietà per Amatrice. Asciano ‘adotta’ una famiglia terremotata per aiutarla nella ricostruzione della casa. E ricominciare a vivere

Salvare tutti sarà impossibile. Ci piacerebbe, ma è quello che vorrebbe tutta l’Italia. Nel nostro piccolo però, abbiamo scelto una famiglia di Amatrice, con la speranza di aiutarli a costruire la loro nuova casa”.
Si muovono da mesi ormai le associazioni della provincia per aiutare le zone colpite dal forte sisma che ha messo in ginocchia una nazione. Tra le tante iniziative, vogliamo raccontare quella del gruppo Asciano La voce del Garbo: un piccolo paese unito nella raccolta fondi per la famiglia Cesarei. Soldi che serviranno a mamma Paola, insieme al marito e ai tre figli, per ricostruire la loro casa proprio nel punto in cui il terremoto ha spazzato via i loro affetti, la loro vita. “Ma ricominciare si può – ci racconta Lorenzo Collini, uno degli amministratori del gruppo – se tutti diamo una mano. E noi vogliamo essere vicini a questa famiglia più che possiamo”.

Come mai la scelta di aiutare una sola famiglia e non più di una?

È chiaro che sarebbe fantastico poter ricostruire le abitazioni di tutti. Ne abbiamo scelta una perché c’è dietro una bellissima storia. La proposta è partita da Paola Pacca, la mamma di Daniela Cerrachio. Daniela aveva poco più di vent’anni quando una malattia rarissima l’ha portata via. L’iniziativa è nata dopo che la donna si è recata ad Amatrice per donare libri per l’infanzia nelle scuole, in ricordo della figlia. Lì ha conosciuto la famiglia Cesarei: mamma Paola e i suoi tre bambini. C’è stata subito una grande sintonia e la voglia di aiutarsi. Così Paola Pacca ha contattato un’amica ascianese, Simona Agresti, che si è subito mossa per portare avanti questa iniziativa. La famiglia Cesarei ha perso tutto dopo le terribili scosse di agosto: la loro casa e la loro attività, un negozio ben avviato. Il terremoto ha portato via anche la bottega del marito, falegname. Da un giorno all’altro si sono ritrovati senza casa, lavoro e automobile. E con tre figli da mantenere. Si sono sistemati come potevano, hanno dormito in un camper, poi è arrivato il container. Con le temperature gelide dei giorni scorsi, mamma Paola ha dovuto fare i conti con le deboli condizioni di salute dei figli. Raffreddori, febbre, un giorno su due erano malati. Il nostro gruppo Facebook ha promosso l’iniziativa di fare una raccolta fondi e aprire un conto che possa raccogliere quanti più soldi possibili per permettergli di ricostruire una vera e propria abitazione”.

E con Facebook avete messo in moto tutto questo?

Esatto. La grande forza dei social che, se usati nel modo giusto, possono davvero essere di grande aiuto. Asciano si racconta e si aiuta attraverso questo gruppo. Siamo più di 1300, esiste da un anno ed è diventato quasi l’unico mezzo di comunicazione del paese. Ci aiutiamo scrivendoci sulle condizioni della strada, se viene smarrito un cane o un gatto, se viene fatto qualche evento importante. Un vero sostegno per tutti. Il paese si è messo subito in prima linea per poter aiutare Paola e il marito. Tra un post e un commento, abbiamo iniziato a discutere sul da farsi. È venuta fuori l’idea di una raccolta fondi, supportata dal Comune di Asciano. Il sindaco ci ha messo a disposizione l’assessore alla cultura Lucia Angelini, che ha fatto girare una email alle altre associazioni del paese. Una richiesta di aiuto che spingesse gli altri gruppi a fare da promotori e punto di raccolta”.

Perché ricostruire una casa proprio lì?

Quello che più manca a questa gente è la loro casa, quelle quattro mura dove ti sentivi al sicuro. Vivono l’incubo di non poter più essere al sicuro nemmeno nella terra in cui vivono. Così Paola e il marito hanno pensato di ricostruire la loro casa nello stesso punto della precedente, ma con una struttura in legno, antisismica. Si sono mossi per avere i permessi e li stanno ottenendo. Dovranno rispettare dei parametri, ma sarà possibile ricostruire. Quello che mancano sono i soldi, visto che hanno perso entrambi la loro attività. Noi vogliamo muoverci per questo, anche se non riusciremo a trovare i fondi necessari per ricostruire un’intera casa. Ma ce la metteremo tutta e consegneremo direttamente a loro la somma raccolta”.

Qual è stato il contributo delle altre associazioni?

Si sono mosse tutte, dopo la lettera dell’assessore e soprattutto dopo che abbiamo iniziato a far circolare la locandina dell’iniziativa su Facebook. Un riscontro davvero positivo, si vede che c’è tanta solidarietà nel nostro territorio. Le prime associazioni, come la Compagnia Teatrale La Scialenga, Noi ci siamo e il Coccio hanno dato la disponibilità per fare punto di raccolta. La compagnia teatrale farà uno spettacolo a Rapolano e i soldi saranno devoluti alla famiglia. Poi si sono mossi Arci, Donatori di Sangue, insieme a Rinascita e Corale. Il 17 marzo sarà organizzata una cena dove verrà a trovarci direttamente la famiglia Cesarei, a cui daremo direttamente i soldi raccolti durante tutto questo periodo”.

La vostra iniziativa ha avuto un seguito anche fuori dal territorio provinciale?

Si, e non ce lo aspettavamo! Questo ha portato anche a contatti con altre zone, ad esempio al nord dell’Italia stanno facendo la stessa cosa che facciamo noi. Lo stesso al sud, dalle parti di Napoli, dove ci hanno chiesto come attivarsi per adottare una famiglia. Speriamo sia stata una goccia che si possa espandere a macchia d’olio. Le donazioni arrivano da ogni parte, non solo dalla provincia. Varie associazioni si muovono internamente alla nostra per organizzare altri eventi e raccogliere fondi. Lunedì chiederemo al comune l’estratto conto e vedremo come va il bilancio. Il bello verrà per la cena e durante la lotteria”.

di Michela Piccini

1 febbraio 2017

FONTE: Sienanews.it


Per contribuire ad aiutare la famiglia Cesarei, queste sono le Coordinate del C/C messo a disposizione dall'Amministrazione Comunale dedicato alla Solidarietà:



IBAN IT15 Z088 8571 7600 0000 0005 700

Intestato a Gruppo Donatori Sangue Fratres di Asciano

Causale : UN AIUTO PER PAOLA DI AMATRICE E LA SUA FAMIGLIA. 




Condivido tramite le pagine di questo blog, questo appello rivolto ad aiutare la famiglia Cesarei di Amatrice, messa in ginocchio dal terribile terremoto del centro Italia di quest'ultimo periodo. L'iniziativa è nata dalle più sane e genuine intenzioni di voler fare del Bene reale a questa famiglia, e quindi invito tutti a dare il proprio contributo, il proprio "obolo" di Solidarietà attraverso una donazione, anche piccola, in denaro, oppure attraverso la partecipazione degli eventi benefici che si stanno organizzando a tale scopo, o per chi non avesse la possibilità di fare questo, anche attraverso una semplice condivisione, un passaparola o una preghiera.
Nessuno è incapace di fare del Bene e ciascuno può dare la propria piccola "goccia", per grande o piccola che sia, in questa direzione. E tante "gocce", tutte insieme, formano l'oceano.... quell'oceano di Amore e Solidarietà che contribuisce a rendere migliore il mondo in cui viviamo.
Grazie di vero cuore a chi vorrà contribuire per questa giusta e nobile causa.

Marco

giovedì 26 gennaio 2017

La forza rigenerante del perdono


Un matrimonio felice, poi l’abbandono improvviso del marito, l’attesa, il ritorno. Carla ha sperimentato “una resa incondizionata al Mistero che rifà nuove tutte le cose”

Dopo ventiquattro anni di matrimonio apparentemente sereno – racconta Carla Bonifati – l’unione con mio marito è arrivata a un drammatico capolinea. Dire di vederti il mondo crollarti addosso è poca cosa, quando il senso di appartenenza ti ha segnato in modo definitivo e pensi di aver dato tutto perché il tuo nucleo familiare fosse felice e quieto. E lentamente, nel dolore, cominci ad interrogarti: ma sei veramente tu che costruisci, sei veramente tu che custodisci?

Bambino dai capelli rossi

La storia di Carla e suo marito Pio Barletta sembra trovare inizio nel tempo lontano dei primi ricordi d’infanzia. “E’ impressa dentro di me l’immagine di un bambino dai capelli rossi che all’asilo mi aveva protetta da altri bambini. Ricordo che quando, dopo tanti anni, ho rivisto Pio a Castrovillari durante le vacanze estive, il pensiero è tornato a quel bambino buono che mi aveva difesa”. Pio durante l’adolescenza si trasferisce a Milano, ma torna a Castrovillari per le vacanze. E’ in questi mesi spensierati che inizia a conoscere Carla e a condividere con lei incontri e caritative con il gruppo di Comunione e Liberazione.Ci siamo legati sempre di più e quando è stato il momento di scegliere cosa fare all’università abbiamo deciso di andare entrambi a Roma. Volevamo far crescere il nostro rapporto stando finalmente vicini”.

Richiamo della terra

Carla si iscrive a Psicologia, Pio a Scienze politiche. “Lui voleva laurearsi ma allo stesso tempo sentiva che ci stava stretto in un lavoro che ignorasse la sua creatività e manualità. Così se ne è letteralmente inventato uno. Io nel frattempo mi sono laureata. Dopo solo due settimane ci siamo sposati e trasferiti in Calabria da me”. Pio sente forte il richiamo delle sue radici, di quella terra lasciata troppo presto e che non ha vissuto in profondità. “In un certo senso lui ha sconvolto la sua vita trasferendosi da Milano a Castrovillari, ma lo stesso è successo per me che avevo rifiutato una proposta di dottorato per stare con lui. Ero certa che la mia strada fosse un’altra, e insieme a Pio”.

Senza alcun dubbio

Il matrimonio è cercato da Carla e Pio con convinzione: “Non ci interessava cosa pensassero gli altri, noi ne eravamo certi. L’abbiamo voluto fino in fondo questo matrimonio. Non ci importava dell’aspetto economico, non ci importava dei soldi che non c’erano. Abbiamo organizzato tutto con semplicità e ci siamo affidati tanto anche alla fantasia, all’aiuto degli amici. I primi anni di matrimonio sono stati senza figli. E’ stato un grande dolore, un problema mio. Solo dopo otto anni è arrivato finalmente Giulio”.

Una vita in frantumi

Passano gli anni, la vita di Carla e Pio si cristallizza nella routine quotidiana, fatta anche di silenzi, distanze, incomprensioni. “Ho iniziato a dare tutto per scontato, come se tutto fosse ormai così e non potesse più cambiare. Era la nostra vita, cosa poteva succedere? Avevamo una storia di fede condivisa, amici, nostro figlio. E invece…”. E invece per Pio le cose cambiano interiormente, si fanno confuse, contrastanti, poi sempre più chiare. Una sera le dice che lui ha un’altra donna. E’ un mondo che va in frantumi. L’imprevedibile si fa largo in una storia che sembrava già a lieto fine. Carla non sa cosa fare: “Mi ero fatta scudo della dottrina, ma ho finito con il considerare l’altro al pari di un soprammobile, la cui esistenza scontata non mi richiamava più realmente al destino di felicità al quale entrambi eravamo stati chiamati. Era venuto meno il donarci l’un l’altro, ogni giorno.

La libertà è di chi ama

Pio va via di casa, cerca una nuova felicità altrove. Carla lotta con sentimenti che non le appartengono. E’ ferita, arrabbiata, si ammala.In mezzo a tanto male ho cominciato a dirigere il mio sguardo al cuore di Gesù, a chiedergli di perdonare il male, che per il nostro egoismo finiva con il coinvolgere anche nostro figlio, e a confermargli la certezza che avevo che Lui era presente. Non nascondo i sentimenti di rabbia, di frustrazione, di rifiuto attraverso cui sono passata, ma ogni volta una voce più grande mi ripeteva di non avere paura della libertà, anche se questa implicava soffrire, capire, perderlo e lasciarlo andare. Perché al fondo di questa libertà che Pio stava cercando con tutto sé stesso, anche se del tutto mondana, c’era sicuramente Cristo ad attenderlo, fonte della vera vita e della vera gioia”.

Anime gemelle

Non ho mai pensato che quell’uomo non fosse più mio marito, che non fosse degno del mio amore gratuito. Mi tornavano spesso in mente le parole di una lettera di Tolkien al figlio Michael: "Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente (in un mondo migliore, o anche in questo, pur se imperfetto, ma con un po’ più di attenzione) entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato. Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non siano che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione)". La mia anima gemella era davvero quella che avevo sposato e in qualche modo, Lui, ci avrebbe fatto rincontrare con i suoi strumenti”.

La grazia del perdono

Per Carla, dopo la lunga notte, inizia l’alba dell’anima. L’Amore di Dio le avvolge il cuore, si scopre cambiata davanti a Lui.Mi sono ritrovata a pregare per la sua felicità, appassionata al suo destino come il giorno in cui gli avevo detto sì davanti a Dio. E io avrei atteso. Mi dicevo "Tu puoi andare dove vuoi e io non ti trattengo, ma se vuoi tornare io sono qui, perché un Altro mi consente di comprendere veramente cosa sia una casa, un luogo: non una costruzione delle nostre mani, ma l’avvenimento di una Grazia, di una scelta da parte sua, di un privilegio di sguardo". Mai mi sono sentita così amata. E miracolosamente è accaduto che anche Pio abbia avuto il cuore toccato da questo fiume di Grazia e abbia riconosciuto l’errore, trovando la forza di chiedermi perdono e di tornare là dove la sua esperienza di uomo era realmente riconosciuta e compiuta”.

Rigenerati in Cristo

Abbiamo fatto festa. Il mio rancore è misteriosamente scomparso, lasciando il posto a una nuova accoglienza e a una nuova pagina della nostra storia. Dove il vero punto non è moltiplicare parole, ma camminare alla sua presenza”. Carla e Pio hanno difeso la loro famiglia senza arrendersi, cadendo e poi rialzandosi. Oggi vivono una nuova vita insieme, rigenerata da quel perdono reciproco che rende nuove tutte le cose. (m.l.r.)


Il racconto del marito Pio

Riassumere il mio cammino è davvero arduo”, racconta Pio. “Sicuramente è stato un percorso di ricerca della mia felicità riposta più nella superficialità, fidandomi di falsi sorrisi e false promesse, piuttosto che nella realtà che mi stava davanti. Dopo diverse difficoltà lavorative e le incomprensioni sistematiche con Carla, ho creduto che la felicità stesse nel bruciare le situazioni quotidiane senza progetto e senza futuro. Mi sembrava così… ma non ero contento. Con questa nuova donna non mi sentivo veramente accolto, si parlavano lingue diverse (non solo culturalmente), avevamo età differenti. La costante e sempre rispettosa vicinanza di Carla, attenta ai miei tempi anche se rigorosamente distante, mi ha dato la scossa del risveglio e ha fatto scaturire in me l’umile richiesta di perdono, perché come il figliol prodigo ho capito finalmente che la felicità non dovevo cercarla altrove, era già dentro di me, bastava solo riconoscerla. Ed era nella misericordia, nella riconoscenza, in uno sguardo diverso che trafigge la nostra stupida corsa e la qualifica, la colora, la rende desiderabile, rispettosa dei propri tempi”.

FONTE: A Sua Immagine N. 128
20 giugno 2015



In un blog come questo, che parla di Amore (quello Vero, fatto di autentica, genuina donazione di sé stessi), ho pensato che prima o poi dovessi postare qualcosa incentrato sul Perdono, di questa Altissima forma di Amore, tra le più belle, meravigliose e sublimi che esistano. E lo spunto di fare ciò me lo ha dato quella magnifica rivista che è “A Sua Immagine” (rivista collegata direttamente all’altrettanto splendido programma di Rai 1 che va in onda tutti i sabati pomeriggio e che consiglio a tutti di vedere).
Questa storia è veramente bella anche perché si intreccia con quella della propria Conversione personale. Al centro di tutto infatti c’è Lui, Dio, al quale sia Carla che Pio si sono affidati durante il periodo della propria momentanea separazione. Questo tempo ha permesso loro di capire i propri sbagli, di rinnovarsi interiormente e di acquisire quella forza e quella volontà per riavvicinarsi nuovamente e ricominciare tutto daccapo. Ricominciare sì, ma questa volta in un unione che non avesse solamente loro due come soli ed unici protagonisti, ma con la presenza di una terza Persona, Gesù Cristo, nostro Signore e Redentore, vero e proprio “collante” di ogni unione matrimoniale che si vuole fondare sui più veri e autentici Valori Cristiani. E così la storia matrimoniale di Carla e Pio è ricominciata, ma stavolta con uno slancio, una gioia e un Amore del tutto diversi rispetto al passato, quell’Amore che può venire solamente da Dio.


Marco

lunedì 9 gennaio 2017

La SLA non ferma padre Modesto Paris: ogni domenica la Messa è su Facebook!


Il sogno nel cassetto? Portare i giovani sulle vette del Trentino

A Mocenigo, tre anni fa, ha inaugurato il campeggio dei «Rangers», l’associazione di volontariato giovanile da lui fondata a Genova. Un luogo dove ospitare famiglie in difficoltà che non possono permettersi una vacanza, ma anche per i ragazzi che con il suo esempio lavorano silenziosamente nella carità e nella misericordia (L’Adige.it, 30 novembre).

L’ “IRRIDUCIBILE” PADRE MODESTO


In questi giorni padre Modesto Paris, nativo di Mione di Rumo, ordinato 30 anni fa da Papa Paolo Giovanni II, da allora all’opera a Genova, Torino, Spoleto, con puntate in Camerun e Filippine, è alla ribalta nazionale. Il settimanale Panorama (24 novembre 2016) gli ha dedicato nell’ultimo numero quattro pagine di reportage, annoverandolo tra gli «Irriducibili». Padre Modesto non ha smesso la sua opera, sebbene sia gravemente malato di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), malattia degenerativa che lo costringe su una sedia a rotelle, e gli ha tolto la parola e la possibilità di nutrirsi da solo.

IN DIRETTA SU FACEBOOK

Da qualche tempo, il parroco vive nel Santuario della Madonnetta di Genova. Per le incombenze della giornata si affida a Mamadou, un giovane profugo senegalese che ha accolto anni fa e che adesso è il suo interprete, la sua guida e il suo sostegno un po’ come nel film «Quasi amici».

Per il resto padre Paris è un ciclone: scrive su Facebook e dice messa con l’ausilio di un computer a sintesi vocale che può comandare con il tocco delle dita o anche con il movimento degli occhi. Così ogni domenica celebra le funzioni in diretta Facebook e i suoi fedeli lo seguono sul tablet: si confronta con la sue gente, i suoi fedeli, i ragazzi che affollano ogni sua presenza alla sede dei Rangers.

L’AQUILONE IN STANZA

Raccontava sulle colonne de L’Adige: «Ovunque io abbia operato ho sostenuto la nascita di realtà associative, prima alla Madonnetta, poi a Sestri dove quasi 20 anni fa è stata costituita una associazione giovanile ed avviato un “campo famiglie”». Secondo di sei figli di un falegname, la voglia di fare per Padre Modesto è sempre stata tanta. Spiega a Panorama: «Ero sempre in azione, anche troppo, mi dimenticavo persino di dormire. Ora la malattia mi ha imposto di rallentare, forse è un bene». Il suo motto, nonostante la SLA, è «Solo con il vento contrario l’aquilone vola». E nella sua stanza tiene un aquilone per ricordarsene.

SI AFFIDA A DIO

Padre Modesto ha un sogno: «È sempre lo stesso, fin da quando mi hanno ordinato sacerdote: portare giovani e adulti in cordata sulle vette del mio Trentino. È un sogno che voglio non finisca mai. Per questo abbiamo costruito la “casa sogno” che ospita ogni anno 500 giovani. Ma io vorrei che ne ospitasse mille».

E sulla porta della sua stanza si è fatto incidere una frase in cui si affida al Padre: «Il Signore supera di una spanna ogni nostra aspettativa».

di Gelsomino del Guercio

1 dicembre 2016

FONTE: Aleteia.org


Storia davvero straordinaria di un uomo certamente straordinario!
Padre Modesto Paris, malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), malattia degenerativa terribilmente invalidante, continua ad esercitare il suo ministero di Sacerdote con fervoroso slancio d'Amore, pieno di iniziative, di idee, di passione, di ottimismo, di desiderio d'Amore per il prossimo e per Dio. Dinanzi a storie umane come queste non si può non provare un senso di meraviglia, di stupore, di ammirazione! E da parte mia, con molta semplicità posso solamente dire: GRAZIE padre Modesto, per quello che sei, per quello che fai e per l'esempio che ci doni. E' grazie a persone come te che il mondo in cui viviamo è reso migliore. Grazie di vero cuore!

Marco

mercoledì 28 dicembre 2016

E’ la più buona d’Italia perché ha amato oltre ogni limite


Nadia Ferrari ha ricevuto il premio della bontà 2016 per aver accudito un bambino con una grave malformazione abbandonato dai genitori

Grosseto, giugno 2016 – 
«Mi dicono che sono la persona più buona d’Italia, ma non dovevo essere io la premiata: il Premio della bontà è stato dato a me ma il vero esempio di bontà è stato il mio bambino che non c’è più, il mio angioletto, il mio Mario. Lui sì che lo meritava, ha dato amore a tutti quelli che ha incontrato nella sua breve e tormentata vita».

Nadia Ferrari, quarantanove anni, infermiera dell’ospedale della Misericordia di Grosseto, ha ricevuto il Premio nazionale della bontà Sant’Antonio di Padova 2016. Il riconoscimento, giunto alla quarantaduesima edizione, è consegnato a persone che si sono distinte per opere di generosità e altruismo. Nella motivazione del premio assegnato a Nadia Ferrari c’è scritto: “L’infermiera dell’amore materno”. Nadia infatti, quattro anni fa, si è presa cura di un bambino di origini orientali nato con gravi malformazioni fisiche e psichiche e abbandonato dai genitori. Mario è riuscito a vivere soltanto due anni e mezzo, ma nella sua breve vita non è stato solo: ha conosciuto l’amore che soltanto una mamma può dare. Questa mamma per lui è stata Nadia Ferrari.


«Anche se non sono stata la mamma che lo ha messo al mondo, sono stata la sua mamma infermiera
», dice con gli occhi umidi Nadia. «Mario mi ha ripagato con tanto, tanto amore». Nadia Ferrari non ha più lacrime. «Le ho versate tutte quando mi ha lasciato», dice. E poi si lascia cullare dai ricordi. «E’ tutto qui nella mia mente. Come se fosse accaduto ieri: il giorno in cui Mario e io ci siamo incontrati», dice: «Mario era stato ricoverato nel mio reparto, era un neonato di origini orientali nato a Siena. Dopo essere stato rifiutato dai genitori perché, per un parto difficile e prematuro, aveva avuto un’emorragia, era stato operato ed era diventato idrocefalo, un danno irreversibile che lo condannava a una vita breve e dolorosa. Me ne sono innamorata subito, al primo sguardo. Quando l’ho visto la prima volta coperto da tubicini era così indifeso con quel suo corpo così ferito dal destino. Ed è stato il destino a portarlo da me. Da Siena, Mario era arrivato a Grosseto proprio all’ospedale dove lavoravo. E io subito gli ho parlato, l’ho coccolato. L’ho sentito subito mio figlio, non so come dirle, non so come spiegarle».

Nadia già allora, divorziata e con una figlia di diciannove anni, non aveva una vita semplice. «Sì, vivevo in tante difficoltà», dice. «Ma quando Mario è entrato nella mia vita stavo più in ospedale che a casa. Se ero di riposo, tornavo in ospedale per coccolarlo, per farlo giocare. Un giorno, davanti a un assistente sociale, ho detto: “Che cosa darei per portarlo a casa con me. Conosce solo l’ospedale, vorrei fargli vedere il mare, una casa, una famiglia vera”. L’assistente mi ha detto che potevo chiedere l’affidamento e l’ho fatto subito, sicura che mia figlia avrebbe approvato, e infatti il premio lo devo dividere con lei che per questo fratellino è stata la più tenera delle sorelle».

«Come faceva a curarlo quando lavorava?».
«Ho preso un periodo di aspettativa dall’ospedale e mi sono dedicato completamente a lui, con l’aiuto di mia figlia. Abbiamo vissuto momenti bellissimi, ci ha dato tanto, mi vengono i brividi a ricordare la felicità di Mario quando ha visto il mare, il primo bagnetto, i giochi con la sabbia, era felice. Anche la salute migliorava, la fisioterapia lo ha aiutato tanto anche nei movimenti, e come era intelligente. Aveva imparato a mandare i bacini, quanto mi mancano…».
Nadia sorride mentre altre due lacrime le solcano il viso, non smette di piangerlo.
«Mi ero illusa davvero che la malattia potesse essere, se non vinta, almeno amministrata, avevo tanti progetti, avevo messo in vendita questa casa per comprarne una con l’ascensore, perché sognavo che Mario potesse andare a scuola e volevo che fosse indipendente, invece non c’è stato scampo. Improvvisamente un giorno si è aggravato e di nuovo è stato operato, ma non si è più ripreso e dopo qualche mese ci ha lasciato, e ci manca fisicamente ogni giorno di più. Ma Mario è sempre con me, sento le sue paroline dolci e gli parlo tutto il giorno
».

«Consiglierebbe la sua esperienza ad altri? E lei lo rifarebbe nonostante la sofferenza per la perdita del suo bambino?».
«Lo consiglio a tutti: ho ricevuto più di quanto ho dato. Anche se Mario non c’è più il suo calore e il suo amore non mi lasciano, mi scaldano sempre il cuore, grazie a lui non sarò mai più sola. Sì, lo rifarei subito, è stata la cosa migliore che ho fatto in vita mia. Il Premio della bontà è suo, di Mario, io non ho alcun merito, sono stata solo la mamma più fortunata del mondo».

di Sveva Orlandini

FONTE: Di Più N. 24
20 giugno 2016


Bellissimo articolo che dimostra, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quanto grande è l'Amore delle madri per i propri figli. In questo caso, poi, non stiamo neppure parlando di una madre naturale, anche se Nadia, nei confronti del piccolo Mario, si è sempre sentita come se fosse la sua vera madre.
Grazie Nadia e grazie a tutte le persone che, come te, si prendono cura con tutto questo Amore dei propri figli, o di figli altrui non voluti. Il vostro Amore è grande e motivo certamente di tanto, tanto Bene per loro e per tutti! Grazie di vero cuore!

Marco

mercoledì 21 dicembre 2016

Il Primo Regalo

Era l’ultimo incontro di Catechismo prima delle vacanze di Natale. I bambini di terza elementare, sotto la guida della catechista Monica, avevano ricevuto l’incarico di portare delle statuine per il presepe dell’Oratorio.

L’ultimo ad arrivare fu Federico, un ragazzino dall’aspetto serio, che raggiunse subito i suoi compagni al bar.


«Ehi, sapete che giorno è oggi?».


Rosa, sistemandosi gli occhiali, rispose: «Oggi... dovevamo portare le statuine del presepio!».

«E ciascuno di noi doveva portare un personaggio diverso!», le fece eco il suo gemello Giovanni.


«Tu cos’hai portato?», chiese Alberto alla sua amica Laura.

«Io ho la Madonna... Guardate com’è bella!».

«Mentre io ho San Giuseppe, tutto intento a guardare...». Agnese s’interruppe. «Ehi, chi ha portato il bambino Gesù?».

I bambini chiamarono gli altri compagni di classe, poi misero sul tavolo le loro statuine. C’erano i re Magi, il pastore con la pecorella, un vero e proprio gregge di pecore, il bue e l’asinello, un pastore dormiente, un mendicante... Mancava proprio Lui, il bambino Gesù!

Mentre si lamentavano, Monica entrò nel bar per chiamarli.

«Bambini, andiamo a fare il Presepio... Ehi, che succede?».

«ABBIAMO DIMENTICATO GESÙ!!!», gridarono insieme.

Monica si avvicinò al gruppo e chiese:

«Avanti, ditemi cos’è successo!».

«Oggi dovevamo portare le statuine del presepio, vero?», piagnucolò Teresina.

«Le vedo», rispose la catechista. «Ma... mi sembra che manchi qualcuno...», soggiunse.

«Appunto», ribatté Davide. «Abbiamo dimenticato la più importante: quella di Gesù!».

Monica sospirò, poi si sedette fra i bambini e disse:

«Non disperatevi. Spesso accade a molti di noi di dimenticarsi di Gesù, non inteso come statuina, ma come Figlio di Dio nato per tutti noi. A proposito, vi siete mai chiesti perché Dio abbia deciso di farlo nascere sulla Terra come un bambino?».

I piccoli rimasero in silenzio. Monica allora proseguì:

«E sapete perché a Natale ci facciamo i regali?».

«Perché ci vogliamo bene!», esclamò finalmente Serena.

«Esatto! Dio ci ha voluto e ci vuole tanto bene da averci regalato il Suo Amore, nella persona di Gesù», concluse la ragazza.

«Ma allora è il Primo Regalo di Natale della Storia!», dissero tutti in coro.

«Avete detto bene. È per questo che noi festeggiamo il Natale: non dimenticatelo mai!».

In quel mentre, nel bar entrò un uomo. Aveva un cappotto consunto, con toppe qua e là; il suo volto era incorniciato da una barba ispida e nera, ma esprimeva una grande gioia. Si accostò a Monica e le chiese con voce roca:

«Mi hanno detto che vi manca Gesù Bambino per completare il vostro presepio...».

«Sì, ma... Come fa a saperlo?».

Senza rispondere, l’uomo estrasse da una delle tasche un piccolo involto azzurro.

«Tenete: ciò che cercate è qui!».

Così dicendo, mise fra le mani di uno stupefatto Federico il fazzoletto. Il bambino, sebbene titubante per lo strano aspetto di quella persona, fece come gli era stato chiesto: aprì il fazzoletto e...

«Guardate, Gesù è tornato!».

Nel fazzoletto, infatti, c’era il Gesù Bambino più bello che avessero mai visto, tanto che sembrava vero.

Finalmente, giunse il momento di sistemare le statuine nel Presepio allestito con l’aiuto di tutte le classi di Catechismo e dei ragazzi dell’Oratorio. Nella gioia generale, però, Rosa si ricordò:

«Bisogna ringraziare quel signore...».

«Ma dov’è andato?», le chiese Alberto.

«Forse è tornato da dove è venuto...», concluse Monica.

«Da dove?», domandò Laura.

La catechista, guardando il presepio, sorrise e ringraziò Dio in cuor suo, perché aveva fatto comprendere ai suoi bambini il mistero del Natale. Infine, non vista, aggiunse, proprio sulla capanna, un angelo.

Frattanto, fuori dall’Oratorio, il barbone che poco prima aveva consegnato ai piccoli il Bambino Gesù levò lo sguardo verso il cielo e disse:

«Padre, ho compiuto la mia missione».

Una Voce dall’alto gli rispose:

«Sono soddisfatto di te: come quel giorno a Betlemme, hai portato la Buona Notizia a qualcuno che già aspettava il Messia!».

«Spero solo che ora quei bambini riescano a dare il giusto spazio nella loro vita a Tuo Figlio...».

«Sarà senz’altro così: rendendosi conto da soli della Sua importanza, hanno fatto il primo passo, ma Lui era già nella loro vita. Ma ora vieni al Mio cospetto!».

Il barbone, a quelle parole, si tolse il cappotto e, spiegando le sue bianche ali, tornò da dove era venuto.




 
di Emilia Flocchini

FONTE: Qumram.net