
Questa mattina si è spento alle 11.53 a Varsavia, don Michał Łos, il sacerdote orionino di 31 anni che ha affrontato la propria malattia terminale testimoniando la sua Fede in Dio dal proprio letto di ospedale, nella capitale polacca. In 350mila sui social hanno visualizzato il video della sua prima Messa il mese scorso
Don Łos, aveva ricevuto lo scorso 22 maggio da Papa Francesco le dispense necessarie per la professione perpetua come Figlio della Divina Provvidenza e, il giorno dopo, era stato ordinato diacono e sacerdote nel reparto di oncologia dell’ospedale militare di Varsavia da mons. Marek Solarczyk, vescovo ausiliare di Varsavia-Praga.
Il suo gesto e la determinazione a celebrare la Messa “per essere ancora più unito a Cristo”, si sono trasformati in una testimonianza di Fede che ha raggiunto ogni parte del mondo, e che ha unito in preghiera migliaia di persone che hanno conosciuto la sua storia.
“La notizia – dichiara Padre Tarcisio Vieira, direttore Generale dell’Opera Don Orione – sapevamo sarebbe arrivata, ma ci lascia ugualmente profondamente tristi. Sappiamo, però, che non è stata la morte a togliergli la vita, ma è stato lui che ha voluto donarla per amore a Cristo e ai poveri. Questo suo messaggio e la sua testimonianza hanno insegnato qualcosa a tutti noi e faremo in modo che non andranno perduti. Ringraziamo il Signore per avercelo donato come testimone di grande Fede e di Amore”.
17 giugno 2019
FONTE: Aleteia

L’intenso racconto di Elisa, la sorella della Corbella. «Dopo aver perso i primi due figli ha rifiutato le cure per avere il terzo. Sono stata con lei sino alla fine, quando si è lanciata tra le braccia di chi, in Cielo, lei conosceva da anni. Ti ascoltava con una predisposizione che sembrava venire dallo Spirito Santo. Far conoscere il suo esempio è una grazia»
«In mia sorella Chiara ho visto vivere il Vangelo e oggi che lei non c’è più la risorsa più grande è vedere i frutti che hanno seguito la sua scelta». È animata da grande serenità Elisa Corbella, 37 anni, la sorella maggiore della giovane per cui è stato aperto il 21 settembre scorso a Roma il processo di beatificazione. Vissuta in Santità e mancata a 28 anni dopo aver rimandato le cure del cancro diagnosticato al quinto mese di gravidanza per proteggere il suo bambino, «Chiara» racconta Elisa, «è stata serena fino alla fine e questo ci ha permesso di specchiarci e nutrirci della sua tranquillità».
La incontriamo a Rho, vicino a Milano, dove vive con il marito Ivan Ruscio di 38 anni e i tre figli, Sara di 2 anni e Samuele e Chiara di 4. Un nome, quest’ultimo, che non è stato dato in “memoria di”: «Non volevo che portasse sin da piccola tutta questa responsabilità». Anche perché, nella realtà, Chiara vive e cammina sulle gambe dell’eccezionalità della sua esperienza. Sul sito on line che porta il suo nome si moltiplicano le richieste di conforto, preghiera e protezione, e non solo per le malattie, ma anche per i problemi di coppia. «Una vicinanza agli altri che scaturiva dalla sapienza; una sapienza dovuta alla sua vicinanza a Gesù, quella per cui riusciva a darti un incoraggiamento su qualunque cosa» ricorda Elisa. «Chiara che voleva farti sapere che c’era, che ti ascoltava e ti stava a fianco qualunque fosse il problema. Con la predisposizione di chi è ispirato dallo Spirito Santo».
Chiara che vive e cammina con le gambe della sorella che, mamma di professione, si fa voce della sua testimonianza con un tour fitto di date in giro per il Nord Italia. «Quando ho saputo che Chiara era terminale mi è crollato il mondo addosso. Proprio in quel momento io e Ivan, dopo un anno di fidanzamento, avevamo iniziato a progettare la nostra vita a due. Lei, con la sua solita generosità, mi disse di andare e seguire la mia vocazione. Fu così che per qualche mese feci avanti e indietro tra Milano e Roma finché le condizioni non si aggravarono. Decidemmo a quel punto di vivere tutti insieme gli ultimi tre mesi di Chiara. Per me oggi portare in giro la sua testimonianza è una Grazia perché mi aiuta a ricordare la bellezza di quei momenti».
Ivan, che nella vita fa il fotografo e nel tempo libero la sostiene e accompagna con tutta la famiglia: «Ho conosciuto Chiara ed Enrico ad Assisi a Capodanno del 2010 all’inizio del mio percorso di conversione. Testimoniavano la morte di Maria Grazia Letizia a cui avevano diagnosticato un’anencefalia. Ma loro avevano deciso di portare avanti la gravidanza lo stesso». Mezz’ora dopo il parto, infatti, la bambina salirà al cielo e il funerale verrà vissuto con la stessa pace che aveva accompagnato i mesi di attesa per la nascita.
In quel momento Chiara ed Enrico Petrillo aspettavano Davide Giovanni, a cui non sapevano che sarebbe poi stata diagnosticata una grave malformazione viscerale alle pelvi con assenza degli arti inferiori. Anche lui morirà poco dopo essere nato, il 24 giugno 2010. «Era così bella e piena di vita quella coppia», ricorda Ivan, «che ho pensato: “Anch’io voglio vivere di quell’amore lì”». L’incontro con Elisa avviene in Terrasanta: «Sostituiva Chiara che nel frattempo aveva scoperto di essere malata e non era potuta partire. Ci siamo fidanzati subito e al ritorno abbiamo reso Chiara ed Enrico subito partecipi della nostra unione. Oggi vivere gli incontri con i nostri figli è per noi come per la Messa della domenica. Se non fossimo tutti insieme perderebbero di significato». Per loro e per chi li ascolta, per cui la presenza della famiglia è una testimonianza nella testimonianza. Perché zia Chiara esiste nella vita di tutti e anche dei suoi nipotini: «Come una persona presente nella realtà di tutti i giorni» racconta Elisa. «E la ritrovano nelle immagini di lei che sono ovunque».
A partire dai muri di casa e in un angolo speciale in sala dove c’è il suo viso sorridente accanto al Vangelo, una comunione che ha vissuto fino alla fine: «Le ho visto fare un salto verso il Cielo come se si fosse lanciata nelle braccia di qualcuno che conosceva da anni» sorride Elisa.
«Con la stessa fiducia con cui ha lasciato che i primi due figli tornassero a Lui, la stessa che l’ha accompagnata anche quando è toccato a lei salutare il marito e il figlio Francesco. Chiara che per prima con la sua vita ci ha dato la certezza che c’è “un continuo”, che chi è nato non muore mai».
di Chiara Pelizzoni
13 giugno 2019
FONTE: Famiglia Cristiana
A 7 anni dalla "Nascita al Cielo" di Chiara Corbella, avvenuta il 13 giugno 2012, ho pensato di pubblicare questa bellissima testimonianza della sorella Elisa e di suo marito Ivan. La splendida figura di Chiara Corbella Petrillo, del resto, è troppo bella per non essere conosciuta, e la sua breve ma intensissima vita ci parlano di una Fede e di un Amore davvero straordinari!
Carissima Chiara, il tuo esempio sia come un luminosissimo faro per tutti quanti noi.... e laddove ora tu sei, nell'Eterno Abbraccio dell'Amore di Dio, intercedi sempre per l'intera umanità!
Grazie Chiara, di tutto!
Marco
Il mese di maggio, lo sappaimo, è il mese "Mariano" per antonomasia, e per questa ragione mi sento come "spinto" a dedicare almeno un post sulle pagine di questo blog, alla nostra Madre Santissima del Cielo e della terra.
Per fare questo ho scelto nientemeno che le parole che Gesù ha donato all'umanità intera attraverso il suo "strumento" prediletto Maria Valtorta, depositaria di tante Parole di Vita di nostro Signore. E nei diari di Maria Valtorta sono numerosissime le Parole di Gesù che descrivono la Celeste Madre Sua e nostra..... e sono sempre parole sublimi, meravigliose, bellissime! Parole di vita che rendono tanta Gloria alla nostra Madre Santissima e che ci spingono a volerla sempre più conoscere e Amare.
Dice Gesù:
«L'Inviolata giubilante in Cielo, l'Arca chiusa in cui nulla e nessuno poté metter mano perché là dove è entrato Dio non è lecito entri uomo, o ciò che è annesso all'uomo colpevole in Adamo, tu l'hai vista. Per Lei la fine della vita fu Vita gloriosa e immediata, perché chi aveva portato il Vivente non poteva conoscere morte, e chi non fu profanata da umanità non poteva conoscere profanazione di sepolcro. Ma la grande Regina, che rapisce nella gioia dell'estasi gli angeli, ti dà un altro insegnamento.
"Il principe stesso si metterà a sedere davanti ad essa per mangiare il suo pane davanti al Signore", è detto2.
Nessuno, per grande che sia, può venire nel mio cospetto se non riconosce in Maria, Porta chiusa da cui solo Dio è entrato, la Madre del Salvatore, la Madre-Vergine, la Madre divina.
Io l'ho accumunata alla mia sorte di Vivente in Cielo per dirvi quale sia la sua gloria. Unicamente inferiore a Dio Ella è, perché da Lui creata. Ma la sua maternità e il suo dolore di Corredentrice la fanno eccelsa su ogni creatura. Porta di Dio, da Essa sgorga fede, speranza, carità; da Essa temperanza, giustizia, fortezza, prudenza; da Essa Grazia e grazie; da Essa salute, da Essa vi viene il Dio fatto Carne.
O Madre mia! Per il Pontefice e per l'ultimo dei credenti sei tu la santa Pisside in cui l'Eucarestia attende di essere data a chi crede. Tutte le grazie passano attraverso il tuo Corpo inviolato, attraverso il tuo Cuore immacolato. E misteri e verità, e sacramenti e doni, vengono conosciuti con vera sapienza e gustati con conoscenza e frutto solo da quelli che sanno chiederli a te, davanti a te. Tu schermo fra il Sole e le anime e fra le anime e Dio, per cui la Divinità può esser contemplata dall'uomo e l'umanità esser presentata al Perfetto. Tu, Madre che hai dato Dio all'uomo e dai l'uomo a Dio, istruendolo col tuo sorriso e col tuo amore.
Mio piccolo Giovanni, vieni sempre a Me passando per Maria. È il segreto dei santi. E la Porta chiusa, che non si aprì né s'aprirà mai per violenza umana, la Porta santa per cui solo Dio può passare, si apre al tocco di amore di un figlio di Dio. Si apre benigna. Quanto più umile e semplice è quello spirito che a Lei si volge, e tanto più Ella si apre e vi accoglie. Vi accoglie per insegnarvi la Sapienza e l'Amore tenendovi fra le sue braccia di Madre».

FONTE: Maria Valtorta, I Quaderni del 1944
2 agosto 1944

Il cantante Nek racconta la sua esperienza di missione in Brasile con Nuovi Orizzonti: «Qui la comunità ha salvato tanti bambini dalle strade»
«Sono emozionato». Così il cantante Nek descrive il suo stato d’animo assai particolare di un momento molto importante, che però non è quello di esibirsi ancora una volta sul palco di Sanremo o di ritirare il premio per il disco più venduto dell’anno. No, Nek si racconta così ai suoi amici social di Facebook poco prima di salire su un furgoncino un po’ sgarrupato, con la scritta "Novos Horizontes" semicancellata, che lo conduce nella favelas di Quixada, in Brasile, a distribuire cibo alle famiglie povere e a tanti bambini vestiti quasi di niente ma sempre allegri. Una sorta di diario social – apprezzato dai fan di Nek con decine di migliaia di like, commenti e visualizzazioni delle foto – che il cantante emiliano ha tenuto per un paio di settimane, tanto quanto è durato il viaggio missionario che in questo inizio di estate lo ha visto volare in Sud America assieme ad alcuni amici di Nuovi Orizzonti, a cominciare da don Davide Banzato, assistente spirituale del movimento fondato da Chiara Amirante.
CAVALIERE DELLA LUCE
Un legame, quello tra l’artista e Nuovi Orizzonti, che nasce una dozzina di anni fa, quasi per caso, dopo un concerto benefico, e che ha trasformato la vita di Filippo Neviani (è questo il vero nome di Nek), che allora si definiva «un cristiano tiepido» e che oggi è un Cavaliere della Luce, ovvero consacrato «a portare l’Amore in un mondo che sta morendo per mancanza d’Amore, con l’impegno di testimoniare la gioia di Cristo risorto e di portare la rivoluzione del Vangelo nel mondo».
Proprio quello che Nek ha fatto in Brasile, dove ha trascorso le sue giornate soprattutto tra i bambini «che hanno solo bisogno di giocare cantare correre essere abbracciati», ha scritto su Facebook e, c’è da scommettere, con quei verbi uno accanto all’altro senza una virgola, per dare ancora più valore alla forza dirompente degli stessi. «Oggi i bambini corrono felici, amano scherzare e ridere. Guardate cosa riesce a fare l’amore!!!!», aggiunge in un altro post, con tanto di foto-ricordo con i piccoli della Cittadella di Quixada, la comunità tirata su da Nuovi Orizzonti, parallela a quella di Fortaleza. E anche qui Nek è stato, in questa che è una delle città più pericolose al mondo per episodi di violenza e triste capitale della prostituzione minorile.
In Brasile il cantante 46enne e gli altri volontari si sono prodigati con il "Progetto Coração", voluto per portare beni di prima necessità e che tanti benefattori, anche dall’Italia, sostengono con poche decine di euro al mese. Una generosità che ha permesso anche la realizzazione di due case di accoglienza per bambini di strada vittime di violenze, di un centro di recupero per ragazzi e uno per la formazione delle mamme.
Una "fotografia" che Nek ha scattato cogliendone tutte le sfumature e facendola rimbalzare ancora sui social, così: «Storie pazzesche di degrado vero il loro... da fare accapponare la pelle. Bambine che a 11 anni sono costrette dai genitori a prostituirsi, a fare uso di droga, poi in seguito abbandonate. Nem, oggi un ragazzo, da piccolo viveva in un’automobile abbandonata in una stazione di benzina e veniva seviziato da camionisti ubriachi che gli spegnevano le sigarette addosso. Una donna l’ha salvato portandolo in comunità». E ancora l’invito del cantante, che vale più di altre mille parole: «Guardate cosa riesce a fare l’Amore!!!».
E cosa riesce a fare un artista celebrato, che intanto si è rituffato alla grande in una tournée in tutta Italia assieme a Francesco Renga e Max Pezzali, dopo aver lasciato «un pezzo del mio cuore nelle favelas».
di Igor Traboni
12 luglio 2018
FONTE: Famiglia Cristiana
Filippo Neviani, in "arte" Nek, ha proprio ragione: «Guardate cosa riesce a fare l’Amore!!!».
L'Amore è veramente la più grande "Forza" dell'Universo, e riesce a portare Gioia, Allegria e Bontà dappertutto, anche in mezzo alla povertà più nera, dove droga e prostituzione spesso regnano sovrane.
Ma l'Amore vince e vincerà sempre!
Marco

CHIARA AMIRANTE RACCONTA I 25 ANNI DI NUOVI ORIZZONTI
«Tutto cominciò nel tunnel sotto la stazione Termini davanti a un ragazzo che stava per uccidersi. Avevo da poco riscoperto la Fede. Chiesi a Dio se fosse quella la strada giusta e mi rispose guarendomi da una grave malattia»
di Antonio Sarinancesco
Quando nei sotterranei della Stazione Termini di Roma Chiara Amirante, appena ventiseienne, si trovò faccia a faccia con lo sguardo agonizzante di Angelo, un ragazzo che per farla finita era arrivato alla terza overdose, si chiese se fosse quella la strada giusta per lei. Poi alzò lo sguardo e lesse quello che Angelo aveva scritto su un muro: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo”. «Era Gesù che sulla croce gridava a Dio perché lo avesse abbandonato. Capii che dovevo andare avanti».
Voce sottile, quasi impercettibile. Sorriso radioso. C'è qualcosa di folle in tutto quello che ha fatto e continua a fare questa donna la cui salute è tornata a essere malferma dopo la guarigione inspiegabile (e non richiesta) di tanti anni fa. Quell'incontro di una notte di inverno del 1991 avvia un percorso che nel marzo 1994 porta alla nascita di Nuovi Orizzonti, un'associazione internazionale di volontariato che, partita da Trigoria, alle porte di Roma, oggi è presente in vari Paesi del mondo.
Che ricordo hai di quella notte?
«Facevo già volontariato in stazione tra i senzatetto e gli immigrati, ma nei sottopassaggi non ci andava nessuno. Io sapevo che i più disperati erano proprio lì: alcolizzati, tossicodipendenti, donne costrette a prostituirsi, ex detenuti, clochard. Quando arrivai c'era una rissa. Vidi Angelo, per terra, che aveva tentato la terza overdose per farla finita. Cercai un posto dove portarlo ma non trovai nulla. Mi tornarono in mente le parole del Vangelo: “Non c'era posto, per loro, nell'albergo”. L'impotenza di non poter far nulla fu per me uno shock fortissimo».
Che fine fece quel ragazzo?
«Si salvò. Due giorni dopo venne a portarmi un regalino per ringraziarmi di avergli salvato la vita. Restai di stucco: Mi disse: “In vent'anni di strada nessuno si era mai fermato per chiedermi come stavo. Voglio incontrare anch'io questo Gesù che ti ha portato a rischiare la vita per me”».
E lei?
«Capii perfettamente che la nostra indifferenza può uccidere e il semplice ascolto può salvare la vita di una persona».
Che cosa l'ha spinta, quella notte, a scendere negli inferi?
«Fu il culmine di un percorso. Avevo riscoperto la fede da poco. Ero assediata dalla malattia. Stavo per perdere completamente la vista a causa di un'uveite che presto mi avrebbe portato alla cecità totale. Ero a un passo dalla disperazione, eppure sperimentavo nel mio cuore una pace e una gioia profondissime. Mi proposi di portare questa serenità ai disperati come me. Sembrava un'idea matta».
Lo era, sopratutto per le sue condizioni di salute.
«Infatti chiesi a Dio un segno: “Signore, se sei tu che mi metti nel cuore questo folle desiderio di andare di notte nei deserti delle nostre metropoli, mettimi anche nelle condizioni di poterlo fare”».
Cosa accadde dopo?
«L'indomani andai a Messa. Il Vangelo del giorno era quello in cui il lebbroso chiede a Gesù di guarirlo. Io non chiesi nulla, ma arrivò la mia guarigione all'improvviso, completa, inspiegabile dopo tre anni di dolori atroci e otto anni quasi da cieca. Interpretai quella risposta come la risposta che cercavo. Da quel momento il popolo della notte è diventata la mia nuova famiglia».
La strada era tutta in salita...
«Quando vedi giovani imprigionati nell'inferno della droga, della tratta, della schiavitù ti senti impotente. Cercavo di indirizzare questi disperati nelle strutture ma non era facile tutti i giorni trovare per loro un pasto caldo e un alloggio. Pensai di dover fare qualcosa per queste persone, cominciare un percorso di spiritualità partendo dal Vangelo».
I media chiamano “popolo della notte” chi vuole divertirsi. E' così?
«Si comincia con il volersi divertire e si finisce con il perdersi. La notte, pian piano, da fisica, diventa notte dell'anima».
Di cosa soffrono queste persone?
«Di solitudine. Il resto è una conseguenza: anoressia, bulimia, sessodipendenza, droga, dipendenza da Internet. Il popolo della notte non sta solo in periferia, ma nei quartieri più chic. Non c'è coscienza di quanto siano devastati i nostri ragazzi oggi perché le loro sono povertà invisibili. Il barbone lo vedi, chi ha ricevuto una coltellata al cuore no».
Nuovi Orizzonti com'è nata?
«In quegli anni chiedevo a vari politici e alle istituzioni di darmi una mano. Risposte zero. I giovani continuavano a morire e i politici a promettere. Feci un salto di fede. Il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice, decisi di lasciare tutto e andare a vivere in strada con la mia nuova famiglia. In quello stesso giorno mi chiamarono per offrirmi gratis tre strutture. Nacque così il centro d'ascolto nel tunnel della Stazione Termini. Ancora una volta la Provvidenza mi era venuta incontro».
C'è qualche storia di disperazione che l'ha particolarmente colpita?
«Quelle che mi hanno raccontato relative a tre donne costrette a prostituirsi che hanno provato a scappare dai loro aguzzini. Una è stata legata a una macchina e trascinata nuda sull'asfalto, un'altra squartata viva e data in pasto ai maiali, a un'altra ancora misero topi e serpenti nelle parti intime».
Ma di fronte a tanto male lei non si scoraggia mai?
«Tutti i giorni. Se avessi basato quest'avventura sulle mie sole forze sarei scappata dopo una settimana. Però ho visto e continuo a vedere continuamente tante persone passare dalla morte alla vita. Questo mi dà la forza di andare avanti anche se le energie sono sempre meno e la mia salute è messa a dura prova. San Paolo dice che è quando siamo deboli che siamo forti e che, per fare tutto, basta soltanto la Grazia di Dio».
Il suo ultimo libro, La guarigione del cuore (Piemme), è un manuale sulla spiritoterapia. Cos'è?
«L'esperienza che in questi anni ho fatto nel cercare di accompagnare tante persone sprofondate in tunnel terribili. Se è vero che nella nostra mente ci sono tante potenzialità, è altrettanto vero che queste immense potenzialità, il più delle volte inespresse, ci sono anche nel nostro spirito dove possiamo trovare le chiavi fondamentali per la guarigione del cuore, per riscoprire la pace interiore e la gioia piena che ci ha promesso Gesù».
Chi sono i cavalieri della luce?
«Persone che hanno affrontato questo cammino di guarigione e da disperati sono diventati portatori di speranza per gli altri. Sono uomini di buona volontà che credono nella potenza dell'amore e nella forza rivoluzionaria del Vangelo».
A Nuovi Orizzonti si sono avvicinati tanti vip. Cosa li accomuna?
«La voglia di fare qualcosa di buono insieme. La gioia attira sempre, anche coloro che per il mondo sembrano uomini realizzati e di successo ma nel cuore conservano una profonda inquietudine. Tra i cosiddetti vip non ci sono meno disperati rispetto a quelli che trovi in strada. Solo che le loro ferite non si vedono».
Lei ha conosciuto gli ultimi tre Papi. Che rapporto ha avuto con loro.
«Di grande comunione. Però in questi anni mi sono sentita molto sola, non ho sentito il sostegno della maternità della Chiesa. Come se accogliere gli invisibili delle metropoli fosse una missione solo mia e non di tutti i cristiani».
La Chiesa in uscita predicata da Papa Francesco.
«Appunto, ma c'è una Chiesa che preferisce starsene comoda nel suo recinto. In quest'ospedale da campo di cristiani se ne vedono pochi. E' un'omissione di soccorso».
Dov'è Dio oggi?
«Ovunque. Il problema è che noi non abbiamo più gli occhi per vederlo».
L'INTERNAZIONALE DELLA GIOIA DOVE I PROTAGONISTI SONO GLI SCARTATI

Dall'esordio a Trigoria alle Cittadelle Cielo nel mondo
«Non ho mai voluto fondare nulla, il mio sponsor è sempre stata la Provvidenza», dice Chiara. Oggi la Comunità conta 228 centri di accoglienza in vari Paesi
All'Origine della Comunità Nuovi Orizzonti, nata venticinque anni fa, c'è la scelta di Chiara di dedicare la sua vita al popolo della notte: tossicodipendenti, ex detenuti, clochard, alcolizzati, donne vittime di tratta, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi. La missione è quella di portare, a chi ha perso la speranza nei ghetti delle metropoli, la gioia di Cristo Risorto ponendo una particolare attenzione al mistero della sua discesa agli inferi. «Non ho mai voluto fondare nulla, è stata la Provvidenza a farmi da sponsor», spiega Amirante. Oggi Nuovi Orizzonti è un'associazione internazionale di volontariato no profit presente in vari Paesi del mondo. La sede principale, che coordina tutte le altre, è la Cittadella Cielo di Frosinone. L'8 dicembre 2010 è stata riconosciuta dal Vaticano come associazione internazionale privata di fedeli di diritto pontificio.
Dalla prima comunità di accoglienza residenziale aperta a Trigoria (Roma) nel marzo 1994, si è arrivati oggi a 5 Cittadelle Cielo, piccoli villaggi di accoglienza e formazione; 228 centri di accoglienza, reinserimento e formazione; 1020 equipe di servizio; 700 mila cavalieri della luce e 6 milioni di amici e simpatizzanti.
Già alla fine degli anni Novanta, Nuovi Orizzonti sperimenta a Roma le “missioni di strada”, un nuovo metodo pastorale di evangelizzazione. Dopo essere entrata in contatto con tante giovani vittime di varie situazioni di disagio, Chiara Amirante ha elaborato un cammino di conoscenza di sé e di guarigione del cuore (la spirit therapy, spiritoterapia) che diventa la peculiarità della sua proposta formativa anche nel mondo delle comunità di recupero.
Nel 2004 Giovanni Paolo II nomina Amirante consultrice del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti, incarico poi rinnovato da Benedetto XVI e da Francesco. Dal 2011 è membro del Comitato scientifico per la rivista People on the Move dello stesso Dicastero. Nel 2012 viene nominata da Benedetto XVI consultore del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Ha scritto vari libri. In l'Amore resta (Piemme, 2012) racconta la sua storia personale e come ha iniziato a occuparsi dei ragazzi di strada. Sono molti i personaggi del mondo dello spettacolo e dell'imprenditoria che si sono avvicinati alla Comunità: dal cantante Nek ad Andrea Bocelli, da Lorella Cuccarini a Simona Ventura a Matteo Marzotto.
I cavalieri della luce, nati su idea della Amirante nel 2006, sono persone che aderiscono al carisma dell'associazione. Alcuni sono riuniti in gruppi per impegnarsi insieme in varie iniziative di evangelizzazione.
A. S.
FONTE: Famiglia Cristiana N. 12
24 marzo 2019

Bologna, lʼappello della fidanzata Luciana: "Il tempo stringe, non possiamo più aspettare"
Patrick Majda ha 40 anni e vive a Bologna. Nella vita fa l’operaio meccanico, è appassionato di sport e da due anni a questa parte ha trovato l’amore, Luciana Grieco. Purtroppo, però, nel 2018 la sua vita è cambiata, da quando cioè gli è stato diagnosticato un tumore maligno: adenocarcinoma mucinoso al colon con Kras mutato e metastasi al fegato. Dopo un intervento all'Ospedale Maggiore di Bologna e undici cicli di chemioterapia, il tumore è ancora lì. Per via di alcune complicazioni seguite all'operazione, Patrick assume farmaci anticoagulanti che gli impediscono l'accesso ad altre cure chemioterapiche. Al momento in Italia non ci sono altri protocolli standard o sperimentali che possano salvargli la vita. L'unica speranza per Patrick è il Penn Medicine's Abramson Cancer Center Clinical di Philadelphia, ma le cure costano tanto. Per questo la fidanzata ha lanciato una raccolta fondi (clicca qui). L'obiettivo è raggiungere la cifra necessaria: 500mila euro. "Aiutateci, stavamo provando ad avere un bimbo. Non si può abbandonare un sogno di vita a 40 anni", ha dichiarato Luciana a Tgcom24.
Quando è iniziato tutto? Come vi siete accorti del tumore?
La diagnosi è arrivata nel gennaio 2018. C’era stato un primo segnale nel novembre del 2017, quando Patrick aveva avuto dei forti dolori addominali e si era recato al pronto soccorso per capire di cosa si trattasse. L’hanno rimandato a casa senza fargli nessun tipo di accertamento, ma lui non si è arreso: si è rivolto al medico di base e, su consiglio di quest’ultimo, ha fatto una serie di esami. Solo a gennaio, tramite la colonscopia, abbiamo preso consapevolezza di quello che stava succedendo. Da quel momento, abbiamo consultato vari chirurghi e oncologi per capire se procedere prima con la chemio e poi con l’operazione o viceversa. Dopo aver sentito diversi pareri, si è deciso di procedere con l’intervento per rimuovere con urgenza quello che c’era. Il tumore era già esteso.
L’intervento c’è stato, poi Patrick ha trascorso quaranta giorni in ospedale.
Sì, perché l’intervento in sé e per sé è andato bene, ma poi ci sono state delle complicazioni. Ha avuto una trombosi venosa profonda. Questo ha portato a delle ischemie, è stato in coma cinque giorni. Ma, grazie alla sua forza di volontà, è riuscito a venirne fuori. Si è ripreso, ha dovuto fare riabilitazione. Aveva una ridotta capacità sia motoria che linguistica. E finalmente quando è uscito dall’ospedale ha recuperato un po’ le forze e a maggio ha iniziato la chemioterapia.
Ma poi il tumore si è ripresentato…
Già la prima tac di verifica dopo il primo ciclo di chemio ha mostrato che la terapia con Folfox non stava funzionando, i medici hanno cambiato terapia passando al Folfiri, ma purtroppo il tumore si è dimostrato resistente anche a questa chemio. Per le caratteristiche della sua malattia non c'è radioterapia né immunoterapia.
Per questo Patrick è costretto ad andare in Usa. Vi siete informati voi sul centro o ve l’hanno suggerito?
No, no, ci siamo dovuti informare noi. I medici ci hanno detto: "Rivolgetevi a qualche altro centro". Sì, ma a chi? Non hanno saputo rispondere. Fortunatamente, una mia ex collega di Università fa la ricercatrice negli Stati Uniti da diversi anni: è stata lei a mettermi in contatto con il Penn Medicine's Abramson Cancer Center Clinical (Pennsylvania), altrimenti non avrei saputo come comportarmi. Sono stata fortunata perché avevo degli agganci, altrimenti... Tra l’altro, sono ancora in attesa di avere un parere dagli oncologi che dovrebbero seguire Patrick. I protocolli possibili sono tre ed è necessario sceglierne uno. Non abbiamo nessuna consapevolezza di quello che c’è in questi farmaci. Siamo stati proprio abbandonati a noi stessi. Nessuno ci ha aiutato.
La più grande speranza dunque rimangono gli Stati Uniti, per questo ha lanciato la raccolta fondi.
Sì, perché il tempo stringe. Il medico ci ha detto di non aspettare.
Quindi dovreste partire il prima possibile?
Dalla Pennsylvania ci hanno già sollecitato, i dottori hanno visto le carte, mi hanno mandato i possibili protocolli. Il problema è che non c’è modo di partire se si raggiunge solo una parte della cifra. Vogliono tutto il denaro subito.
Patrick continua a lottare?
Lui ha voglia di lottare, ma è stanco, non ne può più, ultimamente sta peggio, è sempre a letto. Finora ha avuto una grinta pazzesca, ma ora è proprio stanco. Però i nostri progetti futuri sono sempre lì.
Come quello di avere un bimbo?
Sì, stavamo provando ad avere un bimbo. Non si può abbandonare un sogno di vita a 40 anni.
La raccolta fondi sta dando i suoi frutti. Patrick sente l’affetto della gente?
Sì. Fa piacere vedere che c’è gente che si attiva, persone che cercano di dare una mano in ogni modo. Devo dire che Patrick è molto riservato e quindi questa iniziativa un po' lo turba. Credo sia anche una questione psicologica: vedere che la speranza è appesa a un qualcosa che non puoi controllare (né la malattia né tanto meno la possibilità di cura) non è facile. Però capisce che è stato utile e spera di trovare il supporto necessario per le cure e per continuare a vivere.
di Giorgia Argiolas
14 febbraio 2019
FONTE: Tg Com 24
Di Patrick Majda e del suo raro tumore maligno ha parlato anche la televisione. Così anche io, nel mio piccolo, tramite le pagine di questo blog, condivido questo accorato appello per raccogliere fondi a suo favore. Con il cuore, invito tutti a donare il proprio "obolo" a favore di questo ragazzo di 40 anni, che ha ancora tanta voglia di sognare e di vivere! La cifra da raggiungere è notevole, ma se saremo in tanti, tutti insieme, nessun traguardo è impossibile!
Per comodità riporto qui sotto le coordinate per poter effettuare un bonifico bancario a favore di Patrick:
IBAN: IT05I0301503200000002905809
Beneficiario: Luciana Grieco
Causale: il vostro pensiero per Patrick
e consiglio vivamente di seguire l'evolversi della situazione di Patrick attraverso la pagina Facebook aperta per lui "Salviamo Patrick".
Le ultime notizie, a tal proposito, sono molto confortanti. Attraverso le offerte generose della gente (la generosità degli italiani è sempre grande!) e il moltiplicarsi di iniziative benefiche a suo favore, si sono superati i 400 mila euro raccolti. Non manca molto quindi per raggiungere la quota "fatidica" dei 500 mila euro che potranno permettere a Patrick di curarsi negli Stati Uniti. Ancora un piccolo sforzo, allora, e il traguardo sarà raggiunto!
Ricordiamoci sempre che tante gocce, tutte insieme, formano l'oceano..... e ciascuno di noi può essere quella "goccia" di Solidarietà e Amore che potrà permettere a Patrick di continuare a sperare, a sognare.... a vivere!
E per chi non avesse la possibilità di donare un aiuto materiale, sono graditissime e importantissime anche la semplice condivisione della sua storia, nonchè la propria personale preghiera in suo aiuto. Chiunque, come si può ben vedere, può fare molto per lui.
Grazie di vero cuore a tutti!
Marco

Caivano – Ancora senza un lavoro, Abramo Zampella, cittadino caivanese che dopo diversi appelli e manifestazioni ha più volte spiegato il suo problema, non ultima la sua intervista la settimana scorsa a Tv Luna scrive una lettera ai giornali locali. Nè il sindaco Monopoli, nè l’assistenza sociale si sono interessati al suo caso, e il tempo passa…
“Gentile direttore,
le scrivo sperando che questa lettera, pubblicata, smuova le acque. Ci sto provando da tre anni e nessuno mi ascolta. Ma io sto ancora qui!
Spero che accettiate di pubblicare la mia storia: una vera e propria richiesta di aiuto in modo da far conoscere ancora di più e ad un numero maggiore di persone la nostra vicenda, nella speranza che qualcosa migliori.
Di "speranza", specialmente dopo determinati episodi che si sentono e si vedono sempre più frequentemente, dopo che le persone grazie a questo Stato che non ci aiuta preferiscono togliersi la vita, ne abbiamo tanto bisogno, in questi tempi che appaiono oscuri, in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, in questi tempi dove davanti al dolore, alla sofferenza, ci sentiamo persi e anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che… questo buio non debba mai finire.
E non si tratta solo delle discriminazioni in cui ci troviamo a vivere ogni giorno noi famiglie "disabili": molte di queste le risolviamo con il nostro ingegno. Ma purtroppo non tutti gli ostacoli possono essere superati con la buona volontà ed è per questo che chiedo il vostro interessamento.
Anzitutto ringrazio Dio per tutto quello che ho: Serena è la cosa più bella che mi ha donato.
A volte può succedere che la malattia, soprattutto quella grave, quella che non ha soluzioni, metta in crisi e porti con se interrogativi che scavano in profondità. Il primo istinto può essere quello della ribellione, perché a me è capitato! Ma bisogna avere fede mi dico, andando avanti.
Serena ha una malattia che la mortifica, la limita nei movimenti: ha la Distrofia Muscolare tipo Becker (DMB). (Attualmente non esiste alcuna possibilità di cura che conduca alla guarigione ma solo terapie che permettono di prevenire le contratture, di migliorare la postura e di contenere asimmetrie, lordosi e scoliosi, ndr).
E’ una malattia che ho definito scostumata, senza educazione, che non ti avverte quando viene a trovarti, ma che fino ad oggi fa la visita di cortesia e se ne va dandoti appuntamento alla prossima volta. Ma dobbiamo conviverci per forza, non abbiamo alternative. Anzi più lei è aggressiva e cattiva più noi la combattiamo con forza. Perché la malattia non porta via le emozioni, i sentimenti, la possibilità di capire che la persona vale molto di più del fare. Insomma la sofferenza ci ha reso più forti, il non volersi arrendere è diventato un valore aggiunto nel nostro percorso di vita. Questo fino al dicembre 2013, quando sono incominciati i nostri problemi: fino a quel momento non ci potevamo rimproverare di niente e neanche la malattia ci faceva paura.
Ma dall’oggi al domani mi sono trovato senza lavoro e a capire piano piano che a 43 anni il mondo può anche finire e che per me sta diventando un problema anche portarla all’ Antares a Caserta per fare le terapie.
Ho cercato di parlare col sindaco di Caivano e anche di Napoli, ho lanciato una petizione a mio nome su change.org, ho inviato curriculum, richieste di aiuto a tutti gli imprenditori caivanesi, televisione: ma ad oggi nessun risultato. Ho parlato con l’assistente sociale del mio Comune, con la responsabile dei lavori socialmente utili, agenzie di lavoro interinali ma ho ricevuto solo non risposte che sono sinonimo di una indifferenza che fa paura. “Vi faremo sapere, non vi preoccupate, al più presto vedremo, i tempi sono maturi, mi invii il suo curriculum”.
E allora mi sono domandato cosa posso fare per cercare di scuotere la coscienza di qualche brava persona che in qualche modo comprenda il problema e mi dia la possibilità di tornare a fare quello che ho sempre fatto? Tornare a lavorare e a pensare a fare, ogni giorno, qualche cosa in più per Serena. Per arrivare a non dovermi rimproverare un giorno che lo potevo fare e che per mentalità non l’ho fatto.
Cerco insomma qualche anima buona che ci aiuti a non arrenderci”.
Abramo Zampella
Via Turati, 30 Caivano (Na)
tel. 333.8007822 , 3343839902
di Pasquale Gallo
6 febbraio 2017
FONTE: Il Giornale di Caivano
Pubblico sulle pagine di questo blog l'accorato appello di papà Abramo che cerca urgentemente un lavoro per poter assicurare tutte le cure e l'assistenza necessaria alla sua amata figlia Serena, colpita da una malattia rara. Chiunque potesse aiutare papà Abramo e trovargli un lavoro, lo faccia senza indugio, perchè la sua situazione lo richiede veramente!
Grazie di cuore a tutti!
Marco