domenica 23 agosto 2020

Maddalena, dal tumore da bambina al sogno di diventare oncologa pediatrica


A venti anni studia Medicina a Perugia. Le cure e le operazione dai 7 ai 9 anni sono solo un ricordo: «Mi hanno sempre aiutato tutti, adesso voglio aiutare io i bambini malati come lo ero io»

Maddalena ha venti anni, lunghi capelli castani, occhi azzurri, e un sogno: diventare oncologa pediatrica al Bambin Gesù di Roma. Dopo aver tentato l’esame di accesso a Medicina lo scorso anno, e aver fallito, è andata avanti con la tenacia che la caratterizza: ha frequentato Biotecnologie e a settembre scorso ci ha riprovato. «Stavolta è andata bene, sono entrata, e ora sono a Perugia a studiare», ride felice. Ma sono in pochi a sapere cosa significhi per lei, questo ingresso in facoltà e soprattutto quell’obiettivo di cui parla con tanto orgoglio. Nasce tanti anni fa, quando Maddalena Vannicelli aveva solo sette anni. Era in seconda elementare quando la madre si è accorta di un ingrossamento al braccio sinistro. Pensava ad una contusione mal curata, ad una piccola infezione, ad un ematoma non assorbito. «E invece era un cancro», racconta ormai con tranquillità Maddalena. Che ricorda ogni istante di quei due anni passati dentro e fuori l’ospedale Bambin Gesù di Roma per curarsi quel maledetto rabdomiosarcoma alveolare. «La seconda elementare l’ho passata quasi tutta in ospedale, ricoverata: sono stata operata più volte, ho fatto chemio e radioterapia. Ma grazie alle insegnanti che venivano da me sono riuscita a mantenermi al passo. La scuola ospedaliera mi ha aiutato molto, studiavo italiano, matematica, inglese: ovviamente in base a come mi sentivo riuscivo a fare di più o di meno. Se stavo male non riuscivo neanche a leggere. Ma studiare era una finestra sul mondo, mi aiutava a distogliere l’attenzione da ciò che stava succedendo».

La ricaduta

Con la madre sempre accanto a lei, Maddalena a giugno, alla fine della seconda elementare, era riuscita a tornare al suo banco. I compagni l’avevano accolta entusiasti. Sembrava la fine di un incubo: il ritorno alla vita, alla normalità, ai capelli, ai giochi, ai libri, alle lezioni. E invece il sarcoma si è ripresentato poco prima del suo nono compleanno, a ottobre 2007, quando stava iniziando la quarta elementare. E la battaglia è ricominciata. Eppure alla fine Maddalena ce l’ha fatta, e ora ritorna a quei giorni senza tristezza: «Mi sono stati molto vicini, tutti: lo staff dell’ospedale, i medici straordinari, i clown, gli insegnanti. Non mi sono mai sentita abbandonata. E quando sono tornata a scuola ero a posto col programma, non ho dovuto recuperare. È per questo che voglio fare l’oncologa pediatrica, e proprio in quel reparto, se possibile. Perché voglio restituire col mio lavoro quello che mi hanno dato, far tornare il sorriso ai bambini come loro hanno fatto con me anni fa». Nessun rifiuto, nessuna repulsione, per Maddalena: per lei tornare in quel reparto non è rivivere un angolo buio della sua esistenza, non rappresenta una forzata immersione nel dolore. Ma anzi, un riscatto: «Mi piacerebbe, sulla base della mia esperienza, fare le stesse cose che hanno fatto con me. Vorrei tornare proprio laddove ho imparato a superare la malattia».


di Valentina Santarpia

21 maggio 2019

FONTE: Corriere della Sera

venerdì 7 agosto 2020

Libano: esplosioni a Beirut. Giovani Movimento dei Focolari in aiuto a persone più colpite. “Non abbiamo più niente. L’amore è l’unica risposta possibile”



Ci siamo svegliati questa mattina ma nessuno aveva dormito. Eravamo tutti sotto choc. È stato quindi naturale sentirci e decidere di uscire di casa per aiutare chi aveva più bisogno. C’è un immenso lavoro che ci aspetta”. La macchina della solidarietà a Beirut è partita immediatamente, nonostante gli occhi e il cuore siano ancora pieni di orrore. A raccontare come la città sta reagendo fin dalle prime ore del mattino è Marianna Abou Jaoude, della comunità del Movimento dei Focolari di Beirut, che qui in Libano conta un migliaio di persone. Marianna ha coordinato un gruppo di giovani nei primi aiuti alle famiglie più colpite. “Abbiamo ricevuto richieste di aiuto da parte di persone in difficoltà ed una lista di bisogni di diverso tipo. Ci siamo quindi messi d’accordo, dando priorità ai casi più gravi e alle urgenze”. Ciascuno poi ha portato qualcosa, soprattutto materiali per pulire, perché la difficoltà più grande ora sono le case distrutte.

Oggi Beirut – racconta Marianna – è una città completamente sinistrata. Attorno a noi, soprattutto nei quartieri limitrofi del porto, le case sono senza muri, interi condomini sono crollati. Nel resto della città i vetri delle finestre si sono frantumati. Molti sono rimasti feriti stando dentro casa, chi con le schegge dei vetri, chi colpito da oggetti volanti”. Nella zona del porto, “non c’è niente. Si vede solo una distesa di cemento e polvere. La polvere. Con la forza d’urto della esplosione, c’è polvere e sabbia dappertutto”. Entrando nelle case, soprattutto per dare una mano a pulire, “la gente si sente sollevata. È come dare una speranza in mezzo alla distruzione. Le persone – prosegue Marianna – hanno ancora l’orrore negli occhi. Non riusciamo ancora a credere a quello che abbiamo visto ieri. Il Libano stava già attraversando un momento difficilissimo. I problemi sono tanti: il Coronavirus, la crisi economica che è enorme, la crisi sociale con le rivoluzioni di piazza, la crisi politica. Non capiamo come e perché ieri ci sono state queste due esplosioni. Come è potuto succedere che una tale quantità di nitrato d’ammonio potesse stare così vicino alle persone, ai civili, alle case. Non sappiamo se è stato un attacco o un incidente. Sappiamo solo che siamo sotto choc”. Marianna racconta anche della rabbia che le persone oggi stanno provando a Beirut. “Per questo – aggiunge – i giovani hanno deciso di mettere da parte l’orrore che provano di fronte a morte e distruzione e di andare incontro alle necessità di chi è stato messo più alla prova. Come si fa a rimanere in casa, se fuori c’è gente che ha bisogno di te e chiede aiuto? Non abbiamo più niente. Ma possiamo rispondere al male con il bene. L’amore è l’unica risposta possibile che ci rimane”.


5 agosto 2020

FONTE: Sir Agenzia d'informazione

lunedì 3 agosto 2020

Un angelo anonimo paga il maxi debito. Salva la casa di Leo


Attrezzata per assistere il piccolo malato era all’asta per la crisi dell’azienda di famiglia. Dal benefattore un assegno di 152 mila euro. Le lacrime di mamma Martina

PIAZZOLA SUL BRENTA (PADOVA) — Il bonifico che chiude un incubo lungo due anni è arrivato l’altro ieri, sul sito della Pro Loco di Piazzola sul Brenta. Un benefattore, ponendo come condizione di poter restare nell’ombra, ha versato 152 mila euro per ricomperare all’asta una casa speciale, perché fatta a misura di un bambino speciale: Leonardo, 14 anni compiuti a maggio, affetto dalla sindrome di Dravet. Piazzola è un piccolo centro dell’Alta padovana, cuore del Veneto. Martina Varini, mamma di Leo, racconta con parole semplici cosa significhi questa forma di epilessia, tanto rara quanto invalidante. «Il bambino è in carrozzina e dev’essere assistito giorno e notte. La casa è su due piani ma di sopra Leonardo non può andare, perché ci sono diciotto scalini. Giù abbiamo allestito un divano letto, che la sera diventa un matrimoniale. Dorme lì, sempre con una persona accanto, perché non può stare solo. C’è il bagno attrezzato con la doccia grande, dove si può entrare vestiti e lavarlo, e il lavandino a misura della carrozzina».

Il pignoramento

La casa di Leonardo, due anni fa, era stata pignorata. Tra 2010 e 2011, la piccola azienda di saldature del papà, Mauro Taverna, entra in crisi. I debiti successivi portano alla richiesta di sfratto. Un incubo per chiunque, tanto più in questo caso. Capita, però, che gli incubi si trasformino in sogni. «A febbraio — racconta il sindaco di Piazzola, Valter Milani — si è formato un comitato spontaneo». I motori sono la Pro Loco, un’associazione per l’inclusione sociale delle persone con disabilità, "Creativamente abili", un consigliere comunale, Federico Bellot, e anche uno regionale, Luciano Sandonà. Per ricomprare all’asta casa Taverna servono, a spanne, 240 mila euro. La Pro Loco apre un conto e parte la sottoscrizione pubblica. In paese si danno tutti da fare: progettano cene e serate benefiche, i negozi espongono cento cassettine in laminato donate da un’azienda di taglio laser della vicina Campodarsego.

Il lockdown

Tutto bellissimo ma dura poco, perché arrivano il Covid e il lockdown. C’è anche un avvocato, che segue gratuitamente la procedura d’asta, ma in cassa si sono "solamente" 80 mila euro e il tempo è tiranno: il termine per chiudere il riacquisto è il 3 settembre. Sembra tutto finito, ma ecco il miracolo. «È stata innanzitutto un’impresa coraggiosa», riprende il sindaco. Quel che mancava, 152 mila euro, è arrivato due giorni fa. Ancora Milani: «Ero stato contattato da un avvocato di Padova, che mi aveva detto di avere un cliente disposto a mettere la differenza. Lo chiamo benefattore e non so nulla di lui o lei. Potrebbe essere una società o una persona, non ne ho idea».

La generosità

Il benefattore ha coperto tutto, anche le spese per la pratica. Sulla casa, intestata alle due sorelle di Leo, ci sarà un vincolo di destinazione a favore del piccolo. Lieto fine, dunque. Per Martina Varini, però, può essere un nuovo inizio. «Avendo un bambino con una malattia rara e tanti problemi, vorremmo concedere in comodato d’uso il capannone dove c’era l’azienda di mio marito. Vorremmo fosse allestito un centro diurno per ragazzi con disabilità e ci basta che sia sistemato. I soldi per metterlo a posto noi non li abbiamo, ma abbiamo anche del terreno, che potrebbe ospitare cani, cavalli o asinelli per la pet therapy. Lì, i bambini come mio figlio potrebbero passare la giornata… Ne abbiamo tanta di terra, per cui verrebbe una bella cosa, se qualcuno volesse impegnare la giusta cifra». Martina, saputo del bonifico, ha pianto: «Sono chiusa in casa 24 ore al giorno, curo Leonardo come un oracolo e sopportare questa cosa dello sfratto per due anni…». Vorrebbe incontrare il benefattore, anche da sola: «Ma so che è impossibile…».


di Renato Piva

30 luglio 2020

FONTE: Corriere della Sera