domenica 18 febbraio 2018

La valigia vuota


Un uomo morì. Appena varcata la soglia dell'aldilà vide Dio, con una valigia, che gli veniva incontro.
E Dio disse:
- Figlio, è ora di andare.
L'uomo stupito domandò:
- Di già? Così presto? Avevo tanti progetti...
- Mi dispiace ma è giunta l'ora della tua partenza.

E si incamminarono. Curioso l'uomo chiese a Dio:
- Cosa porti nella valigia?
E Dio gli rispose:
- Ciò che ti appartiene.
- Quello che mi appartiene? Porti le mie cose, i miei vestiti, i miei soldi?

Dio rispose:
- Quelle cose non ti sono mai appartenute, erano del mondo.
- Porti i miei ricordi?
- Quelli non ti sono mai appartenuti, erano del tempo.
- Porti i miei talenti?
- Quelli non ti sono mai appartenuti, erano delle circostanze.
- Porti i miei amici, i miei familiari?
- Mi dispiace, loro mai ti sono appartenuti, erano compagni di viaggio.
- Porti mia moglie e i miei figli?
- Loro non ti sono mai appartenuti. Ti sono stati solo affidati.
- Porti il mio corpo?
- Non ti è mai appartenuto. Era della polvere.
- Allora porti la mia anima?
- No, l'anima è mia.

Allora l'uomo, di scatto, afferrò la valigia per guardarvi dentro e, con le lacrime agli occhi disse:

- Ma è vuota! Allora non ho mai avuto niente?
- Beh, le cose materiali, per cui hai tanto lottato, non puoi portarle con te. Il vero bene della vita è il tempo. Ecco perché non dovevi sprecarlo ma impegnarlo per prepararti alla Vita Eterna, accumulando l'unico tesoro che ha valore nel mio Regno: i tuoi gesti di Amore. Il resto non conta nulla.


Questo è quanto ci raccomanda il Signore, con tutto il suo cuore:
Non accumulate per voi tesori sulla terra; accumulate invece per voi tesori in Cielo
(Mt 6,19-20)

FONTE: Qumran.net


Quasi per caso mi sono imbattuto in questo bellissimo racconto, e ho subito sentito di volerlo condividere sulle pagine di questo blog.
Un racconto semplice, ma incredibilmente Vero nel suo insegnamento! Perchè è proprio così: soltanto l'Amore conta, e i nostri gesti d'Amore saranno il nostro solo e unico "tesoro" che ci porteremo nell'Eternità!

Marco

domenica 11 febbraio 2018

«Ero ateo, mi è apparso in sogno san Francesco»


La storia di Jeff Gardner, giornalista statunitense, nato mormone, cresciuto non credente, convertito dallo sguardo del santo di Assisi

Jeff Gardner è oggi un giornalista e fotografo statunitense, da anni si occupa di documentare la vita delle comunità cristiane in Africa e in Medio Oriente, nel 2013 ha fondato a tale scopo il sito The Picture Christians Project. Ha raccontato la sua sofferta e affascinante parabola personale nel corso del programma The Journey Home – il viaggio verso casa, sul network televisivo cattolico EWTN – programma storico curato da Marcus Grodi, ex pastore presbiteriano approdato al cattolicesimo.

Gardner nasce a Salt Lake City, nello Utah, in una famiglia mormone povera con quattro figli. La sua è un’infanzia tranquilla fino all’età di 9 anni, quando il nucleo familiare si spezza: la madre allontana di casa il marito con problemi di alcolismo e inizia una relazione con un altro uomo, da cui ha una figlia. Il padre di Jeff lascia ogni pratica religiosa e finisce per diventare un attivista del Partito Comunista Americano. «Anch’io, che vedevo mio padre come un modello – spiega Gardner – decisi di essere ateo». E di esserlo con la radicalità della fede che aveva respirato da bambino: «Ero un ateo militante, il volto del nuovo ateismo, un ateo aggressivo», «non dicevo semplicemente “non credo”, dicevo: “non devono esserci espressioni di credenze religiose nelle università, nei media, nella scuola». Un atteggiamento esibito anche negli incontri quotidiani con cristiani di diversa estrazione, ma un’aggressività che poggiava su due basi: una ferita emotiva e una grande ignoranza del cristianesimo.

«Chi può amare così?»

Finita la High School, la scuola superiore, Gardner si iscrive all’università del Kansas, dove non mancano i professori in sintonia con le sue idee. La svolta inizia con gli studi di storia medievale e un viaggio di alcuni mesi ad Avignone, in Francia, per approfondire la vicenda della peste che decimò la popolazione nel 1347. Lì fa una prima constatazione: in quella tragedia, stando alle cronache, chiunque aveva i mezzi per farlo lasciava la città, perché restare voleva dire il contagio e la morte. Tutti tranne i francescani, che si fermavano a curare gli infermi e a seppellire i morti. «Io leggevo – racconta Gardner – e mi chiedevo: ma chi può amare tanto degli sconosciuti da dare la vita per loro? La risposta ovvia sarebbe dovuta essere Gesù Cristo. Però i mormoni non ponevano enfasi sulla figura di Cristo e come ateo era completamente fuori dalla mia prospettiva».

Gardner prosegue con il dottorato in medievistica e trova come mentore un professore di storia cattolico, e con un figlio sacerdote, capace di leggere la storia dell’Occidente intrecciata a quella della Chiesa. La conoscenza dei Vangeli diventa per lui una necessità, per affrontare lo sviluppo della civiltà europea tra il primo e il secondo millennio. Gardner frequenta poi per motivi accademici altri studenti, ma credenti. Più tardi avrebbe scoperto che alcuni di loro avevano iniziato a pregare per la sua conversione. Una ragazza, in particolare, pregava per lui il rosario – quello che aveva ricevuto in dono per la Cresima e che un giorno gli avrebbe regalato.

Passano alcuni anni, Gardner da ricercatore si reca a Parigi, Firenze, visita Assisi, continua a occuparsi dei francescani, insegna all’università. Un giorno a Parigi, quasi 10 anni dopo il suo primo viaggio ad Avignone e quella domanda che lo aveva inquietato, si appisola per la stanchezza poco prima di fare lezione. «Ebbi Un sogno» racconta, «mi piacerebbe dire una visione, perché era molto chiaro ed è rimasto con me per anni e anni. Rivivevo una scena a me familiare: camminavo lungo la metropolitana di Parigi…». Gardner percepisce anche gli odori del luogo in cui si trova, il rumore dei suoi passi. Sta andando di fretta alla Biblioteca nazionale. Ad un tratto vede un uomo, come un mendicante, che cade al suolo. «Mi colpì il fatto che era scalzo, con i piedi neri per il vagabondare». Ma lui passa oltre, ha in mente solo l’appuntamento in Biblioteca. Improvvisamente però gli appare san Francesco: «Non era come negli affreschi di Assisi: era sporco, insanguinato, era come Cristo crocifisso. Mi trasmise senza dire parole un messaggio potente, personale, difficile da spiegare: “ricorda che Dio ha creato il mondo per proteggere i semplici e confondere gli arroganti”. In quel momento capii chi dei due ero io e chi era quell’uomo a terra. Provai una vergogna tremenda perché non mi ero fermato ad aiutarlo. Quando ero passato oltre era stato per andare alla Biblioteca nazionale, un pessimo motivo. Alla fine ricordai di colpo tutto quello che era successo negli ultimi anni: Avignone, i francescani, i miei amici, i Vangeli… e mi alzai dicendomi: beh mi battezzino, sono pronto».

«Non troverai la Chiesa che ti aspetti»

Da quel giorno per Gardner inizia una vita nuova. Non era digiuno dei fondamenti della fede, per via dei suoi studi, ma, dice oggi, «tra conoscere e vivere la fede c’è la differenza che passa tra il conoscere un manuale di istruzioni per il volo e guidare un aereo». Si avvicina a un sacerdote, gli racconta la sua storia e il desiderio di essere battezzato e ne riceve una risposta che gli suona strana: «Non pensare di trovare la Chiesa che ti aspetti…». Difatti le sue prime esperienze lo lasciano spiazzato. Al gruppo dei catecumeni in cui viene inserito, i catechisti, ben poco formati, lo invitano fare la Comunione prima di essere battezzato, cosa che lo lascia interdetto.

Trova alla fine una guida sicura in un sacerdote americano della Fraternità Sacerdotale San Pietro, che in dieci mesi lo prepara alla rinascita nella Chiesa cattolica. Contemporaneamente anche sua moglie, nata in una famiglia cattolica ma scivolata nell’indifferentismo religioso, inizia un cammino di conversione. I coniugi Gardner scoprono il magistero della Chiesa sulla famiglia, la Humanae Vitae – «quando l’ho letta sono caduto dalla sedia», dice Jeff, «tutti dovrebbero leggerla, credenti e no» – e dopo «una relazione contraccettiva», otto anni senza figli, si aprono alla vita. Oggi hanno quattro figli.

Gardner, lasciato l’insegnamento, si è dedicato al giornalismo e a progetti di sostegno per i cristiani, specialmente in contesti di persecuzione. Nel 2007 ha fondato Catholic Radio International, produttrice di contenuti per le radio cattoliche statunitensi. Nel 2013 l’inizio di un nuovo capitolo professionale con The Picture Christians Project.

di Andrea Galli

24 gennaio 2018

FONTE: Avvenire


E' sempre bello raccontare storie di Conversioni. Ed è bello constatare come, a distanza di secoli, un Santo come San Francesco sa ancora colpire, affascinare e operare miracoli di Conversione dei cuori e della vita come questa accaduta a Jeff!
Possono passare gli anni, i decenni, i secoli.... ma certe cose non cambiano mai!

Marco

domenica 28 gennaio 2018

Frati in treno: Napoli, la stazione dell'Anima


DAL 1976 CINQUE VAGONI SI SONO TRASFORMATI IN CONVENTO. POVERTA', PREGHIERA, ASCOLTO: LI', OGGI, VIVONO OTTO FRANCESCANI.
«ANCHE SE FERMI SIAMO PERENNEMENTE IN VIAGGIO»


Un sediolino di legno, un tavolo e una branda. L'essenziale per pregare e lavorare è racchiuso dentro la cuccetta di un vecchio treno delle Ferrovie dello Stato che dal 1976 è il convento dei Frati minori rinnovati di Napoli. In quei vagoni degli anni '40 la comunità che vive tutt'intorno ha trovato l'interpretazione più autentica dei messaggi di papa Francesco. Nel convento su rotaie vivono otto frati, nessuno di loro ha mai conosciuto il Papa. Eppure nel marzo dell'anno scorso Francesco fu a Scampia, a soli 3 chilometri dai vagoni di via Marfella. «Se ritorna a Napoli lo ospitiamo, non c'è problema. Ma non so se qui riuscirebbe a dormire». Fra Carlo del Divino Amore è il guardiano superiore del convento che si trova nella periferia di Napoli. Cinque vagoni "parcheggiati" ai confini del parco di Capodimonte, in un luogo poco distante da quei quartieri difficili di Napoli dove la povertà ricorda proprio quella "fine del mondo" da cui è venuto papa Francesco.
Un grande cancello marrone consente l'accesso al convento: quattro vagoni che nel '76 sono stati sistemati paralleli a due a due su binari morti grazie all'aiuto di una grande gru. Sono immersi nel verde, d'estate diventano roventi e solo la frescura degli alberi regala un po' di sollievo. D'inverno invece sono freddissimi, così le coperte sui letti diventano anche cinque.
L'arredamento è scarno. Quei treni hanno appena l'essenziale e rappresentano quell'idea di provvisorietà che oggi sembra condizionare la vita, soprattutto dei giovani. «Noi cerchiamo di recuperare lo spirito di san Francesco e il treno rappresenta il cammino itinerante», spiega fra Carlo, «ma anche la semplicità e la precarietà. Con questi valori cerchiamo di recuperare la spiritualità e l'insegnamento di san Francesco. Anche se fermi siamo perennemente in viaggio, perché niente è nostro, non possiamo radicarci in nessuna cosa».
Il convento di via Marfella è la stazione dell'anima. Quella in cui i pellegrini partono per il viaggio in cui imparano a dare e ricevere. Ad amare ed essere amati. A superare quelle false esigenze che quotidianamente condizionano la vita. «Siamo qui ad ascoltare e siamo pronti a dare una mano quando serve». La pienezza del messaggio di papa Francesco si concretizza nei gesti più semplici come quello della carità e della misericordia. «Non usiamo soldi», puntualizza fra Carlo, «ma c'è una moneta più forte, si tratta del dono». Alla necessità di generi alimentari o di altro viene incontro la generosità di chi ha un poco in più. E tutto quel poco poi diventa tanto da poterlo addirittura donare ad altri. «I contadini della zona ci portano verdura, frutta, uova, altri ci portano coperte, ma a noi basta poco e tolto quello che ci occorre il resto lo doniamo. Qui intorno c'è la 167 (un rione fatto di palazzine costruite per gli sfollati del terremoto dell'80, ndr), ci sono le Vele di Scampia e molti hanno bisogno di essere aiutati».
Nel convento non c'è una vera cucina, i frati preparano i pasti cuocendo il cibo su una stufa a legna. E poi la mancanza di un frigorifero che impedisce di conservare gli alimenti diventa non la condizione, ma la scelta per poter condividere e donare il cibo a chi ne ha bisogno. Ed è così che il convento dei Frati minori rinnovati diventa quasi un osservatorio sulla povertà.
Quella stessa povertà a cui ha pensato Jorge Mario Bergoglio quando ha scelto il suo nome. «Papa Francesco ritorna al Vangelo così come ha fatto san Francesco, cercando di ripresentare quello spirito e di accogliere il prossimo, di aiutarlo». Un supporto che non è solo materiale. I frati, che collaborano anche con la parrocchia del rione 167 di Scampia, ormai sono un punto di riferimento per la comunità. «È un'attività che si è intensificata soprattutto negli ultimi dieci anni», puntualizza fra Carlo: «Qui arriva sempre gente, vengono, prendono quello che serve. Poi ci sono alcuni dei nostri frati che girano nel quartiere, conoscono la realtà della gente che viene qui. Noi cerchiamo di dare conforto e di parlare con loro. Soprattutto cerchiamo di ascoltarli e di portare le persone a guardare la vita con occhi più cristiani».
La pace che si avverte una volta entrati nell'originale convento è il primo segnale di benessere per l'anima. «Quando le persone vengono qui esclamano: "Oh, che pace" e l'avvertono indipendentemente da quello che dicono o che diciamo noi», dice ancora fra Carlo.
È un abbraccio costante quello dei frati con il quartiere. «È il coraggio di chi vuol ricominciare da capo adattandosi a realtà che chiedono sempre più sacrifici. Proprio come ci suggerisce papa Francesco». La barba lunga che copre le guance di fra Carlo non lascia capire se accenna un sorriso. Che dopo una piccola pausa s'avvia alla conclusione: «Non conosco papa Francesco, ma con il suo carattere, beh, credo proprio che qui si troverebbe bene».

di Maria Elefante

FONTE: Famiglia Cristiana N.31
30 lugio 2017


E' davvero sorprendente che in una società moderna, opulenta e razionale come la nostra, possano ancora esserci uomini che decidano di vivere in questo modo, con questo stile di vita così umile ed essenziale, sulle orme di San Francesco. Sorprendente ma bellissimo.... e non posso negare che, mentre leggevo e riportavo sulle pagine di questo blog questo articolo, un senso di grande "pace" mi abbia pervaso, quella stessa pace che avvertono le persone quando entrano in questi vecchi vagoni ferroviari e prendono contatto con i frati.
Eh sì, queste sono proprio quelle belle cose che portano tanta pace nella nostra anima, e di cui dovremmo "nutrirci" più spesso. Onore e merito quindi a questi umili, semplici, generosissimi frati, i quali ci insegnano che certi valori, che possono magari sembrare "fuori dal tempo", in realtà non passano mai. E questo è davvero meraviglioso. Un Grazie sentitissimo da parte mia a tutti quanti loro!

Marco

giovedì 11 gennaio 2018

Un senzatetto le regala gli ultimi 20 dollari che ha per fare benzina, una ragazza ne raccoglie per lui 114mila in 12 giorni


Lei era rimasta a secco sull'autostrada: "Non ha chiesto niente in cambio quando mi ha dato gli ultimi soldi che aveva"

Rimanere senza benzina mentre si percorre l'autostrada e non si hanno spiccioli in tasca è un'esperienza che nessuno vorrebbe provare, ma Kate McClure, una ragazza di 27 anni, ha dovuto fronteggiare la situazione su l'interstatale 95, a Philadelphia. In suo aiuto, però, è accorso un veterano della marina americana caduto in disgrazia e costretto a vivere da barbone per strada: l'uomo le ha regalato gli ultimi 20 dollari che aveva, senza pretendere nulla in cambio, ma lei non ha dimenticato il gesto di solidarietà e ha raccolto per lui 114 mila dollari in soli 12 giorni.

"Quando la mia macchina si è fermata, poco prima di mezzanotte, non sapevo cosa fare" ha raccontato Kate. "Il cuore mi batteva all'impazzata". La ragazza, allora, ha telefonato al fidanzato, Mark D'Amico, chiedendogli di raggiungerla. E stato proprio in quel momento che Johnny Bobbitt Jr. è intervenuto, comparendo praticamente dal nulla.

Il senzatetto ha consigliato alla donna di chiudersi all'interno della sua auto, mentre lui si sarebbe recato a comprare del carburante. L'uomo l'ha quindi aiutata a ripartire, ma Kate non aveva soldi per rimborsarlo. Un paio di giorni dopo, allora, la 27enne e il fidanzato sono tornati nel medesimo punto dell'interstatale 95, per portare vestiti, cibo e contanti al benefattore.

Johnny si è aperto con loro e ha raccontato il suo passato nella marina statunitense. Nella vita precedente del 34enne c'è anche il lavoro come pilota di elicotteri per le emergenze, una relazione d'amore finita nel 2014, l'affetto di un cane. È negli ultimi 18 mesi che la sua storia ha preso una brutta piega, tra problemi di soldi e con la droga.


"Sono in mezzo a una strada per mia stessa volontà" ha voluto comunque precisare Johnny. "Non ho nessuno da incolpare, se non me stesso". La coppia è tornata più volte, nei giorni seguenti, a trovare l'uomo, portandogli ogni volta qualcosa di nuovo, alimenti o vestiario che poi Johnny amava condividere con i suoi amici senzatetto.

A quel punto, in Mark e Kate è sorta la voglia di cambiare la vita di quell'uomo e l'idea è stata quella crowfunding tramite la piattaforma GoFundMe. Nel giro di una dozzina di giorni, la coppia è riuscita a racimolare più di 114 mila dollari, e la campagna di finanziamento non è ancora terminata. I soldi verranno utilizzati per dare a Johnny una casa, un cellulare, dei vestiti, il cibo e un mezzo di trasporto. Come ha sperimentato Johhny, quindi, vale sempre la pena aiutare gli altri.



di Selene Gagliardi

23 novembre 2017

FONTE: Huffingtonpost

martedì 2 gennaio 2018

Il Paradiso

Un uomo è stufo della sua vita con la moglie ed i figli. La moglie lo domina e lo vessa, i figli lo disprezzano, gli ridono dietro. Si sente una vittima e pensa che sia venuto per lui il momento di cercare la Gerusalemme celeste, il paradiso.
Dopo molte ricerche, trova un vecchio saggio che gli spiega la strada in dettaglio. Il paradiso c'è, eccome, ed è nel tal posto. Bisogna fare parecchia strada, ma con un bel po' di fatica ci si arriva.
L'uomo si mette in cammino. Di giorno marcia, e la notte, stanchissimo si ferma in una locanda per dormire. Siccome è un uomo molto preciso, decide, la sera prima di coricarsi, di disporre le sue scarpe già orientate verso il paradiso, per essere ben sicuro di non perdere la direzione giusta.
Durante la notte, però, mentre lui dorme, un diavoletto dispettoso entra in azione e gli gira le scarpe nella direzione opposta.
La mattina dopo l'uomo si sveglia, guarda le scarpe, che gli paiono orientate in maniera diversa rispetto alla sera prima, ma non ci fa troppo caso, e riprende il cammino, che ora è nella direzione contraria a quella del giorno precedente, verso il punto di partenza.
A mano a mano che procede, il paesaggio diventa sempre più familiare. Ad un certo punto arriva nel paese dove è sempre vissuto, che però crede sia il paradiso. Come assomiglia al suo paese il paradiso! Siccome è il paradiso, tuttavia, ci si trova bene e gli piace moltissimo.
Poi vede la sua vecchia casa, e pensa: «Come assomiglia alla mia vecchia casa!». Ma siccome è il paradiso gli piace moltissimo.
Lo accolgono sua moglie e i suoi figli, e anche loro assomigliano a sua moglie e ai suoi figli! E si stupisce che in paradiso tutto assomigli a quello che c'era prima. Però, siccome è il paradiso tutto è bellissimo. La moglie è una persona deliziosa, i figli sono straordinari; tutti sono pieni di qualità e aspetti che nel vivere quotidiano egli non avrebbe mai sospettato possedessero.
E così tra sé e sé riflette: «È strano come qui in paradiso tutto assomigli a ciò che c'era nella mia vita di prima in modo così preciso, ma come, allo stesso tempo, tutto sia completamente diverso!».

Piero Ferrucci - la forza della gentilezza



Breve e semplice racconto, che tuttavia nella sua semplicità ci dà un prezioso insegnamento: e cioè come le cose e le realtà della vita ci possano apparire del tutto diverse se noi le vediamo e le affrontiamo con una mentalità diversa! E così ciò che prima ci sembrava brutto ora diventa bello, ciò che prima era pesante ora diviene leggero, ciò che prima ci sembrava sbagliato ora ci appare giusto. Il mondo in realtà è sempre lo stesso, ma quando noi iniziamo a vederlo con occhi diversi, con Semplicità, con Gioia, con Amore.... esso diviene del tutto differente.... e molto, molto più bello!
Ecco, questo è un insegnamento che noi dovremmo sempre fare nostro ed è il mio Augurio per tutti in questo Nuovo Anno appena iniziato. Guardiamo ogni realtà della vita, ogni cosa che ci sta accadendo, (anche quelle che ci sembrano meno belle) come una splendida opportunità di crescita e rinnovamento per noi stessi e per il nostro prossimo... e ogni cosa diventerà importante, preziosa e meravigliosa.


Marco

martedì 26 dicembre 2017

Quelle coperte che scaldano le notti degli ultimi di Roma


La signora Tina ha cominciato a fare coperte per i poveri per colmare il dolore della perdita del figlio

La lana scivola tra le dita e due ferri che l'intrecciano sbaragliano le teorie dell'invecchiamento come tempo desolato e privo di consolazione. In punta di economia quel mucchio di coperte colorate che ricopre il divano di casa potrebbe essere definito "investimento produttivo residuale". Ma Tina non è sazia di giorni e continua a credere, faticare e amare. Impiega tre o quattro giorni a tessere con i ferri una coperta. Sorride: «Dipende dalla lana, ma le più ruvide le filo con le più gracili».
Ha 95 anni e non sferruzza per passatempo. Tina fa coperte per i poveri che dormono per strada, per i letti dei dormitori che ogni sera cambiano ospite. Tina fa coperte colorate, perché un po' è il suo modo di riempirle di amicizia e un po' è questione pratica, perché quei gomitoli hanno tutti i colori del mondo. Ma soprattutto Tina e le sue coperte raccontano la forza degli anni, perché anche la vecchiaia ha i suoi valori e la sua bellezza. Non sa nemmeno quante ne ha cucite, non ha mai tenuto il conto. Mostra il fuso di legno, ricordo di anni passati, costruito dal marito falegname, tanto, tanto tempo fa. Campagne romagnole delle colline di Pennabillí, terra da lavorare, case da costruire. La lana affidata alle donne, quando tutti erano poveri e ci si aiutava tenendosi vicini. Alla mattina se il sole è caldo sferruzza seduta sul balcone di casa, periferia di Roma.
Ha cominciato per colmare un dolore estremo, che non passa. Accade quando un genitore sopravvive al figlio e quella morte è come un buco nero che inghiotte tutto, non c'è dolore più forte e non ci sono parole per colmarlo. Tina invece c'è riuscita, anche se ora le lacrime cadono sulla lana, mentre parla di Franco, che andava dai poveri sulla strada tutte le sere insieme ai volontari di Sant'Egidio, anni da pionieri della misericordia e di minestre calde. Ora Franco è memoria in quelle coperte e il dolore è più lieve.
Nella Comunità di Sant'Egidio, a Roma, c'è un battaglione di donne che sferruzzano appena possono. Tina ne è solo la decana. Ci sono mamme, nonne, nipoti. Ci sono gomitoli di lana che passano di mano, perché qualcuno li trova in casa e non sa che farsene, perché un negozio chiude, perché una nonna muore. Sembra niente fare coperte. Eppure è un modo anche per tramandare sapienza manuale. Tina usa anche i quattro ferri quando intreccia le lane per i calzerotti. Si fanno coperte, calze, cappelli di lana per i carcerati, il lato sconosciuto della solidarietà della capitale e insieme una grande lezione di vecchiaia per i giovani. Le coperte di queste settimane finiranno sui letti di "Casa Heidi", ex scuola del Laurentino, periferia romana, dormitorio invernale che Sant'Egidio e le parrocchie della zona aprono a dicembre e chiudono ad aprile. Ne occorrono una sessantina, ma Tina è veloce con quelle dita che mai si sono fermate e oggi accarezzano i poveri nell'arte della lana. Alza gli occhi chiari, ferma i ferri e dice in un soffio: «Ho quello che basta e ho tempo per fare come il Signore vuole e come Dio ci dà».

di Alberto Bobbio

FONTE: Famiglia Cristiana
23 novembre 2017


Storia semplice ma veramente edificante, che ci insegna che non è mai troppo tardi per fare del Bene e per vivere con Amore!
Grazie cara Tina per il tuo bellissimo esempio e grazie a tutti coloro che si "spendono" con tanta buona volontà per il Bene del proprio prossimo. La nostra società si regge di questo. Grazie di cuore!

Marco

venerdì 22 dicembre 2017

E' Natale

E' Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.

E' Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l'altro.

E' Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.

E' Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

E' Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

E' Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.



Madre Teresa di Calcutta