venerdì 19 maggio 2017

Pettino le top model poi corro dai migranti


Esclusivo. un giorno con la parrucchiera che salta dal lusso alla povertà

Sabrina Lefebvre, hair stylist alle sfilate più celebri, lavora gratis nei campi profughi. Per restituire dignità ai disperati

Dalle passerelle al fango dei campi profughi il passo è breve. Ma non fatevi trarre in inganno. Quella che stiamo per raccontarvi non è la triste vicenda di qualcuno che ha perso tutto, ma una bella storia di solidarietà. Una di quelle storie che, ad ascoltarle, fanno bene al cuore.
La protagonista si chiama Sabrina Lefebvre. Francese di stanza a Londra, 29 anni, di professione fa l’hair-stylist: tecnicamente la parrucchiera, ma più trendy. Perché Sabrina lavora nel mondo della moda, pettina le modelle prima delle sfilate. Milano, Parigi, New York: alle fashion week di mezzo mondo la trovate sempre lì, dietro le quinte, armata di spazzola e phon.
Quando si spengono le luci, però, lo scenario cambia. La giovane continua a tagliare capelli e studiare acconciature, ma lo fa all’aperto o sotto una tenda improvvisata, nei campi profughi di Calais e Dunkerque, nel nord della Francia, dove da mesi si riversano i migranti provenienti da Siria, Iraq, Eritrea, Somalia e altri paesi devastati dalla guerra. Disperati in fuga, che hanno lasciato tutto e ora sperano di varcare il confine, di arrivare in Inghilterra per cominciare una nuova vita. Ma intanto restano lì, bloccati, accampati nel fango, al freddo, in balia di un inverno che sembra non voler finire mai. Dimenticati non da tutti, certo, ma da tanti. Non dai volontari. Non da Sabrina, che per dare loro una mano si è inventata quello che ha ribattezzato HairCult Project (lo trovate così su Facebook e Instagram): «Offrire un taglio di capelli è un modo per restituire a queste persone la loro dignità di esseri umani», spiega. Altro che frivolezza.


Appena sentono del suo arrivo, i migranti si mettono in fila, pazienti. Chi in patria faceva il parrucchiere o il barbiere corre ad aiutarla: a loro la Lefebvre affida una forbice e un pettine, assegna una sedia come postazione. I ragazzi la chiamano “boss”, con lei si sentono di nuovo utili, parte di un team. I clienti si siedono e raccontano le loro storie di speranza e disperazione, le donne arrivano con qualcosa di caldo da mangiare, contente – loro che non hanno quasi più niente – di condividere con lei quel poco che possiedono. Preparano il tè, le fanno assaggiare ricette tipiche del loro Paese. Qualcuno suona uno strumento, altri cantano. Sembrano felici. Per un attimo lo sono davvero. Per un attimo tutti si dimenticano di essere così lontani da casa, da una casa che non rivedranno mai più.
Così lei continua, imperterrita, instancabile. Taglia, spazzola, intreccia, sperimenta acconciature esotiche. «Fare il mio lavoro nel mondo della moda o in un campo profughi, in fondo, è la stessa cosa», ci stupisce. «In entrambi i casi ho a che fare con esseri umani di cui prendermi cura». Certo, l’esperienza di Calais e Dunkerque è decisamente più forte: «E’ nei luoghi più poveri che si vivono i momenti più ricchi», afferma. E ai social network affida ricordi, commenti, piccoli reportage quotidiani: “Immaginate una sciarpa rossa trasportata dal vento, dall’Etiopia all’Eritrea, attraverso Sudan, Egitto, Grecia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e Belgio, fino a Calais. E ora immaginate di dover fare questo stesso viaggio a piedi, camminando per chilometri, a bordo di navi e autobus sovraffollati, per ore interminabili, nella direzione opposta a tutto ciò che conoscete. Questo è il viaggio che il mio nuovo gruppo di amici eritrei ha fatto per arrivare qui”, scrive in uno degli ultimi commenti dal campo. Altri ne arriveranno a breve: calato il sipario sulle sfilate di Parigi, Sabrina è già pronta a ripartire, a tornare dai suoi “assistenti”. Sarà bello rivedere Jegr, il barbiere curdo, e gli operosi Shazad, Hawad e Bagzad. Ma sarà ancora più bello non vederli, non trovarli più lì. E saperli al sicuro, lontani. Oltremanica. A vivere, finalmente, la loro nuova vita.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 11
22 marzo 2016

venerdì 12 maggio 2017

Preghiera alla Madonna di Fatima

Preghiera alla Madonna di Fatima

 Maria Madre, Maria bella,
Dolce aiuto, cara stella,
Puro giglio, vaga rosa
Senza spina obrobiosa,
Noi con fede e con amore
T'invochiamo in tutto l're.
Il tuo aiuto sol vogliamo,
O Maria, tuoi figli siamo,
Dolce Madre di pietà,
Dacci aiuto e carità.
De! riscalda il nostro cuore
Col tuo aiuto e santo amore.
Dolce Madre di clemenza
Dacci aiuto e provvidenza,
Dona aiuto agli ammalati,
Dona aiuto ai tribolati,
Dona aiuto ai poverelli,
Dona aiuto agli orfanelli.
Il tuo aiuto speciale
Ci sia scudo in ogni male.
O dolcissima Maria,
Dacci aiuto all'agonia
Per godere il tuo bel viso
Col tuo aiuto in Paradiso.



venerdì 5 maggio 2017

Paolo de Rocco, l'architetto dell'accessibilità


Il 5 maggio 2012, esattamente 5 anni fa, è morto l’architetto Paolo de Rocco. Quante persone conoscono quest’uomo, nonché figura professionale di altissimo livello? Forse non sono tantissimi a conoscerlo, se non forse, immagino io, coloro che sono nel ramo dell’architettura o della disabilità, o che comunque si intendono di esse.
Ma proprio a lui ho deciso di dedicare un articolo sulle pagine di questo blog, a 5 anni esatti dalla sua scomparsa, perché Paolo de Rocco non è stato un architetto qualsiasi, ma un vero e proprio pioniere della progettazione accessibile, che lavorò instancabilmente nello studio di soluzioni per l’eliminazione delle barriere architettoniche. E’ stato un uomo che ha fatto emergere una nuova sensibilità nei confronti delle persone con disabilità, e soprattutto su questo punto va ricordato il suo enorme operato, culminato col premio regionale Solidarietà ricevuto nel 2006, a merito della sua costante, fervorosa, intraprendente opera.

Nato nel 1950, è quasi impossibile riassumere in poche righe la mole delle ricerche e dei progetti nel campo dell’architettura dell’accessibile, del paesaggio e non soltanto, da lui operati, alcuni dei quali veramente pioneristici.

Giovane architetto, De Rocco, negli anni immediatamente successivi al sisma che colpì il Friuli nel 1976, assieme alla collega e futura moglie Maria Costanza Del Fabro, elaborò uno studio pubblicato dalla Segreteria Generale Straordinaria per la Ricostruzione delle zone terremotate nel 1979, che rappresentò il primo autorevole e organico manuale italiano in materia di accessibilità. Si trattò di una pubblicazione di respiro europeo, frutto non solo di una solida professionalità, ma anche di numerosi viaggi di studio all’estero e di contatti con i più autorevoli esperti dell’epoca in questa materia. La pionieristica ricerca, che comprendeva ben 259 schede tecniche e che ancor oggi è più valida di molte recenti realizzazioni, rappresentò un contributo fondamentale agli studi sulla fruibilità dell’ambiente costruito.
Paolo de Rocco del resto era così: un uomo di profonda cultura, mai superficiale, attentissimo alle novità e sensibilissimo ai bisogni dei disabili. Aveva un carattere non facile che non di rado lo portava in contrasto con altre persone, ma questo perché non amava mai scendere a compromessi e ciò gli procurò talvolta fraintendimenti e ostacoli. Era anche un grande innovatore, come ricorda sua moglie Maria Costanza: «Era una di quelle persone che precorrono i tempi su tante cose, per le quali non veniva capito subito e per questo ci rimaneva male».
Tra le tante cose fatte si ricorda per esempio come, nel 1981, affiancò l’Associazione assistenza spastici nella prima campagna di sensibilizzazione sui problemi della disabilità e dell’accessibilità. Un progetto che, 5 anni più tardi, segnò il via all’abbattimento, a Udine, davanti alla biblioteca Joppi, di un gradino che diventò il “simbolo” di un nuovo modo di progettare.
Per tutta la sua carriera De Rocco mantenne rapporti stretti con questa, ma anche con molte associazioni di persone con disabilità, come la UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), per la quale fu promotore di una delle prime rilevazioni a tappeto della città di Udine, di un laboratorio-percorso accessibile e di una mostra fotografica sulle problematiche in tema di barriere architettoniche del capoluogo friulano, realizzata con la collaborazione di Bruno Cignacco. Suo, tra l’altro, è il progetto della comunità residenziale Piergiorgio di Udine.

De Rocco lavorò instancabilmente anche in materia di architettura del paesaggio, e tra i suoi lavori più rilevanti si ricorda il Sanvitese (lavorò per un periodo anche su palazzo Altan). Un posto particolare nel suo cuore l’ha riservato alla riqualificazione paesaggistica e ambientale del Cimitero degli Ebrei e del Bosco della Mandiferro, a San Vito, ambito che gestiva con l’associazione di cui era ai vertici. Si occupò anche della ricostruzione paesaggistica di luoghi nieviani (Fontana di Venchiaredo) e pasoliniani (Versutta e tomba di Pasolini).

Parte rilevante del suo operato Paolo de Rocco lo ebbe anche con le università, come quella di Udine nella quale insegnò a più riprese e fu invitato a conferenze, corsi e seminari in varie parti d’Italia, in qualità di esperto ai massimi livelli. Si ricorda come, nel 1983, lui assieme a sua moglie organizzarono a Udine, per conto della Facoltà di Ingegneria dell’Ateneo friulano e in collaborazione con il Comitato di Coordinamento delle Associazioni delle Persone Disabili, il primo corso universitario in Italia sulla progettazione accessibile, esperienza che fu replicata anche a Venezia e che ebbe ampio seguito in molte altre università italiane.

Dopo tanti anni di attività nel capoluogo friulano, Paolo aveva aperto assieme alla moglie uno studio a San Vito al Tagliamento, cittadina del Pordenonese dov’era nato e dove viveva.

Tante e significative sono le testimonianze che parlano dell’umanità e della professionalità di Paolo de Rocco, e tra queste menziono quella di Innocentino Chiandetti, consigliere della sezione udinese dell’Unione italiana lotta alla distofia muscolare (Uildm), che di lui ricorda: «Mi legava a lui una grande amicizia e una profonda stima. Era un architetto a tutto tondo, uomo molto colto e figura eclettica. Era una persona generosa e severa, a partire da se stesso, sia sul piano professionale sia su quello umano. Sensibilissimo agli aspetti sociali legati alla sua professione, diventò un pioniere della lotta alle barriere architettoniche e il mondo della disabilità gli deve moltissimo. Basti pensare che girava l’Europa per apprendere nuovi approcci e portarli in Italia e più precisamente in città, facendo diventare Udine la capitale dell’accessibilità di cui oggi possiamo andare fieri. Non possiamo che ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha voluto donarci con il suo impegno e il suo insegnamento».

Il mondo della disabilità, e non solo, deve molto a questo innovatore, intraprendente architetto…. e se molti passi in avanti sono stati compiuti in questi ultimi decenni nell’abbattimento delle barriere architettoniche, nonché nella progettazione di strutture a misura di persone diversamente abili, lo si deve anche a lui.
Con molta gioia quindi, ricordo quest’oggi, a 5 anni dalla sua scomparsa, quest’uomo sensibile e colto, serio e professionale, che ha lasciato una grande impronta dietro di sé, e il cui testimone sarà sicuramente preso da altri giovani architetti desiderosi di seguire i suoi passi per creare un mondo e una società migliore, a misura di qualsiasi persona, abile o diversamente abile che sia, ciascuna con le proprie caratteristiche e peculiarità. E quando una persona “lavora” per il bene della società, con serietà, sensibilità, estro e professionalità…. beh, lasciatemelo dire, anche questo per me è “Amore”, Amore nei confronti del prossimo, della società, del mondo intero!
Grazie Paolo!

Marco

FONTI: Il Messaggero Veneto, Superando

lunedì 17 aprile 2017

I bimbi scrivono al Papa: Sei il nonno N. 1


Per i fanciulli di tutto il mondo Francesco è come un familiare. A lui confidano problemi e desideri. Un esempio? “Vorrei fare merenda con te”. Ora questi messaggi sono diventati un libro

Penso che i tuoi abbracci fanno miracoli”, scrive Federico, un bimbo pugliese di 8 anni la cui mamma sta affrontando una “malattia importante”. Massimo della Valtellina invece chiede intercessione: «Tu che sei il Papa, parla con Gesù e digli che gli voglio bene». E Benedetta chiede: «Caro Papa, prega per la mia mamma che ha perso il lavoro».
Sono tanti i bambini di tutto il mondo che scrivono a Papa Francesco. Ogni settimana all’Ufficio corrispondenza del Vaticano arrivano oltre 900 lettere in tutte le lingue e gli idiomi: non si contano quelle scritte dai ragazzini ma sono tante, tantissime. Un centinaio di queste sono state riunite nella raccolta Letterine a Papa Francesco (Gallucci editore), in questi giorni nelle librerie. «E’ stato lungo selezionarle», spiega la vaticanista Alessandra Buzzetti, curatrice del libro. «Alcune sono divertenti come quella di un bambino che si è presentato al Papa raccontando che il suo mito è un altro Francesco, ossia Totti, il campione della Roma. Oppure Anna che confida che non le dispiacerebbe poter prendere il posto del Pontefice, o quella di un bimbo argentino che sostiene che la squadra più forte di Buenos Aires sia il Boca, mentre Papa Francesco tifa per il San Lorenzo».
Altre lettere, invece, sono toccanti. «Mi ha molto colpito quella di Aiden», continua Buzzetti, «che, dal campo profughi di Erbil (nel Kurdistan iracheno, ndr) spiega al Papa di essere dispiaciuto per aver dovuta lasciare la sua bicicletta a Qaraqosh, città cristiana nella valle di Ninive, conquistata dal Califfato islamico». Ci sono anche lettere di bambini non cristiani. «Come quella di Aziz, musulmano di Lahore», continua Buzzetti, «che chiede scusa al Papa per l’ennesimo attentato contro i cristiani in Pakistan. Altri assicurano al Pontefice la loro preghiera per proteggerlo da “quelli dell’Isis” che lo vogliono uccidere».
Nella loro innocenza disarmante i bimbi scrivono di tutto e le lettere sono state pubblicate con gli errori di ortografia (riportate in corsivo) per non intaccarne l’autenticità. Chiedono al Papa di spiegare come Dio “ha fatto il Big Bang”, oppure domandano: “Ti confessi anche tu?”, e anche: “Farai come Benedetto XVI?”. Molti vogliono sapere perché al mondo c’è chi non vuole la pace. “Caro Papa, io non vorrei che ci fossero questi pazzi scatenati che fanno ammazzare le persone come se fossero bruscolini”, scrive Alfredo dalla Toscana.

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Ogni mattina alle otto un sacerdote, una suora e due mamme arrivano all’ufficio corrispondenza del Vaticano, aprono sacchi, dividono le lettere trattenendo quelle in italiano e spedendo le altre alle differenti sezioni della Segreteria di Stato perché siano tradotte. «Ultimamente hanno assunto più personale», spiega l’autrice, «perché il lavoro è davvero tanto». Viene archiviato tutto, anche i biglietti lanciati al passaggio della Papamobile. «Entro tre mesi», spiega la curatrice del libro, «ogni lettera riceve una risposta dallo staff papale e alcune dallo stesso Papa Francesco. Lui le legge, le sigla con una effe, le sottolinea con un tratto a onda. Nessuno, se non i diretti interessati, sa a quanti poi telefoni o risponda via lettera di persona; in altri casi “suggerisce” ai suoi collaboratori cosa scrivere. Nello scegliere a chi rispondere per primo, i bambini hanno la precedenza, specie quando confidano i loro problemi o chiedono preghiere per la loro salute». Quando i casi esposti dai bambini sono gravi, il Papa offre anche un aiuto concreto. «A volte, se il bambino è di Roma, viene attivata la elemosineria apostolica», spiega Alessandra Buzzetti. Ma ci sono stati anche casi, sempre controllati attraverso la diocesi cui appartiene chi scrive, in cui il Papa ha regalato oggetti concreti come macchinari sanitari.
«Può succedere che il Papa arrivi all’improvviso nell’ufficio corrispondenza, così come gira per altri uffici del Vaticano, è il suo stile», racconta la vaticanista. «E’ successo a Pasqua: è andato a fare gli auguri ai dipendenti».

Attraverso queste lettere si capisce quanto questo Pontefice abbia fatto breccia nel cuore dei bambini. «In passato, era già successo con Giovanni Paolo II», dice ancora Buzzetti. «La novità è che i piccoli sembrano molto attenti a quello che dice il Papa. Se sanno che è stato poco bene, gli scrivono per dirgli che pregano per lui, raccomandandogli di curarsi». Inoltre, anche quelli molto piccoli, pare abbiano recepito i messaggi lanciati da Bergoglio in questi primi due anni di Pontificato. «Una bambina di soli otto anni», spiega la Buzzetti, «ha espresso la sua ammirazione per la scelta del Papa di vivere lontano dalle ricchezze scegliendo un piccolo appartamento». Alcuni confidano al Papa i segreti più intimi. Matteo, 11 anni, dalla periferia di Napoli chiede addirittura a Francesco di aiutare il papà a trovare un lavoro quando sarà uscito dal carcere. Oppure Liliana, 10 anni, che dice: “Ho una sorella maggiore di me. Da quando si è ammalata di anoressia dice che ha perso la fede e vorrei che pregassi per lei”.
«In genere», continua la curatrice, «Bergoglio è percepito come un nonno, al quale possono raccontare i loro problemi in maniera diretta, senza filtri».

Il Papa è stato coinvolto direttamente nel progetto di questo libro. «Per consultare le letterine dei bambini», conclude la Buzzetti, «ho avuto l’approvazione della Segreteria di Stato. Ho poi chiesto a qualche ente benefico di devolvere il ricavato di questo libro e il Pontefice ci ha suggerito il Dispensario di Santa Marta: si trova in Vaticano, a pochi passi dalla sua residenza, e ogni giorno offre un aiuto concreto a circa cinquecento bambini in difficoltà e alle loro famiglie attraverso visite mediche gratuite e l’acquisto di farmaci».

di Roberta Spadotto

FONTE: Gente N. 50
22 dicembre 2015

mercoledì 5 aprile 2017

Miriam e Alessandro, due cuori e una missione: “Dare un futuro ai bimbi della Tanzania”


Procidana lei, napoletano lui. Con un sogno: realizzare un centro per bambini disabili nel cuore dell’Africa: “Siamo circondati da occhi che sorridono. Malgrado tutto”

Micolina è una vera e propria peste. Va all’asilo e ha una voce acutissima, ma sa ammaliare con un semplice sorriso. E’ la quartogenita di una donna malata di Aids: l’Hiv da queste parti è un vero e proprio flagello.L’abbiamo conosciuta mentre piantava alberi per un progetto di forestazione: una donna fortissima, accudisce con cura – nonostante la malattia – anche Ana, Novetha e Betty”.

Questa è solo una delle mille storie che s’intrecciano nel cuore dell’Africa, in Tanzania.

Impossibile non lasciarsi coinvolgere, spiegano Alessandro Grimaldi e Miriam Esposito. A fare da collante è la loro, di storia: innamorati l’uno dell’altra, hanno deciso soprattutto di rimboccarsi le maniche. Pomerini è un villaggio sull'altopiano della regione di Iringa, che in lingua hehe – sarà una casualità? - vuol dire "forte".

Alessandro ha 37 anni, napoletano, una laurea in economia aziendale, ha anche curato la rendicontazione di una serie di progetti della Regione Sicilia. Miriam ha 24 anni, è dell’isola di Procida: casette colorate e profumo di pesce, studia terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva alla Sun. Due cuori e una missione: aiutare i più piccoli del villaggio, grazie all’opera della NGO Mawaki, che da 2004 provvede a soddisfare i bisogni nel campo della salute, dell’educazione, dell’economia di una buona fetta di popolazione di questo angolo d’Africa, dove la gente “vive con profonda dignità la propria condizione, una condizione che – malgrado tutto - non gli impedisce di guardare al futuro con la speranza e con il desiderio di migliorarsi”.

Il nostro incontro con l' Africa è avvenuto in tempi diversi, ma ha prodotto lo stesso risultato: un amore incondizionato per quella terra rossa e per coloro che la abitano”, sorride Miriam. Nel 2002 il colpo di fulmine di lui, nel primo viaggio in Tanzania. Dieci anni dopo, l’illuminazione di lei, che ha scoperto che quella di aiutare i più piccoli, in particolare i disabili, è la sua missione.


Qualche mese fa, ad agosto, l’idea di rimboccarsi le maniche per gli ospiti di un centro per bambini diversamente abili costruito nel 2015 dal governo nazionale e che oggi rischia di chiudere. “Ma nulla è perduto: stiamo provvedendo alla ricerca dei fondi necessari, siamo certi che il sostegno alla causa non mancherà”, spiega Alessandro. Per sostenere il progetto basta collegarsi al sito https://www.splitit.it/centro-bambini-disabili-africa: l’obiettivo, veicolato anche da una campagna social con lo slogan "Io ci sono" e l'hashtag #mawaki, è la gestione e l’ampliamento del centro.

Così, sulla scia di un progetto nato da fra Paolo, ordine dei frati minori rinnovati, una coppia napoletana prova a regalare sorrisi ai bimbi africani. “Occhi che sorridono – sottolinea Miriam – occhi in cui specchiarsi, sembrano quasi biglie. E dentro ti ci rivedi, felice”. Sorride anche la piccola Micolina. “Ad agosto – racconta Alessandro - le abbiamo dato una bambola, i suoi occhi luccicavano impreziosendo quel volto infreddolito. Ha iniziato a correre a più non posso, mostrando con orgoglio a tutto il villaggio la sua nuova compagna di giochi”. Poi, si è girata verso Alessandro e Miriam e ha detto asante. E’ una delle parole più frequenti, da queste parti: quasi un mantra. La pronunciano con semplicità, grandi e piccini. Alessandro e Miriam, di solito, rispondono con un sorriso, facendo spallucce. Vuol dire grazie, naturalmente.

di Pasquale Raicaldo

15 narzo 2017

FONTE: Repubblica.it 

sabato 25 marzo 2017

Il nostro motto: Ora, Labora, Stampa


«Seguiamo ogni volume dalla A alla Z, dall’impaginazione alla rilegatura», spiega la direttrice, arrivata qui dalla Polonia con una missione: diffondere la Parola di Dio

da Pessano con Bornago (Milano)

Da fuori sembra una villetta come le altre. Dentro, anche. Un lungo corridoio, tante porte. Ma basta aprirne una per trovarsi davanti una suora assorta nel suo lavoro, nascosta da un computer di ultimissima generazione. «Facciamo tutto noi, dalla A alla Z. Dall’impaginazione alla stampa, fino alla legatoria», spiega suor Teresilla, 63 anni che sembrano dieci di meno. E’ lei il boss della Mimep-Docete, piccola casa editrice di Pessano con Bornago, due passi da Milano, specializzata in testi religiosi e didattici, fondata nel 1965 da don Massimo Astrua e don Angelo Albani, e in mano alle sorelle della Beata Vergine Maria di Loreto dal 1980.
«Don Massimo era il padre spirituale della locale casa di accoglienza Don Gnocchi», racconta la religiosa. «L’idea di aprire un’attività editoriale gli venne non solo dal desiderio di diffondere la parola di Dio, ma anche dall’esigenza di trovare lavoro alle ragazze del centro. Don Angelo, il parroco di Pessano, si appassionò al progetto e gli diede una mano. Insieme erano una forza: pieno di creatività il primo, grande amministratore il secondo». Poi, come detto, arrivarono le suore. Un’intera delegazione, direttamente dalla Polonia. Sì, perché suor Teresilla e le sue collaboratrici sono tutte “d’importazione”. «A Cantello, in provincia di Varese, c’era una congregazione di loretane nostre connazionali. A loro si rivolsero i fondatori, in cerca di qualcuno che li aiutasse per la gestione dell’asilo del paese. La superiora rifiutò. Accettò, invece, quando seppe che avrebbero potuto lavorare alla tipografia. E da Varsavia arrivarono le prime sorelle».

Lei, suor Teresilla, è qui dal 1986. «All’inizio non è stato facile, perché ho dovuto imparare la lingua da zero. Ma era la mia missione, non importava dove l’avrei svolta. Mi sono ambientata in fretta: voi italiani siete gente aperta, cordiale». Già in Polonia, prima di trasferirsi, lavorava nell’editoria religiosa. La sua passione è la grafica, ma oggi ha poco tempo per applicarsi, perché ha mille altre cose da fare. «Sono la tappabuchi!», ride. Salvo poi ammettere che è lei a incontrare gli autori, ordinare la carta, tenere i conti, coordinare le operazioni, decidere tutto quello che c’è da decidere. Altro che tappabuchi.
Ad affiancarla, un team di suore affiatatissime, ognuna con la sua mansione: suor Marianna impagina i libri e realizza le copertine; suor Francesca sviluppa le lastre e confeziona gadget come le “medicine”, kit con rosario e preghiere in una scatoletta che pare quella dei farmaci, sulla falsariga della famosa Misericordina tanto cara a Papa Francesco; suor Nicodema gira i video e li monta nella sala di registrazione al piano di sopra; suor Dolores si occupa del sito internet, delle pagine di Facebook e Twitter e della newsletter per le parrocchie; e ancora suor Aurelia in stamperia, suor Anita in legatoria, suor Filippa, suor Teresia, suor Samuela.

Tutte timide, all’inizio, ma presto incontenibili: divertite dall’incursione di Gente nella loro routine quotidiana, si mettono in posa per le foto di gruppo sghignazzando e scambiandosi battute in polacco, strappando un sorriso anche a noi che non capiamo una sola parola di quello che dicono. Poi, alle 17.30, si dileguano. «E’ l’ora della Lectio Divina [la lettura delle Scritture, ndr]», spiega suor Teresilla. «La nostra giornata inizia presto, prima delle 6, ed è scandita da diversi momenti di preghiera: le lodi mattutine, la meditazione, la messa, i vespri, il rosario. Seguiamo la regola benedettina, ora et labora, prega e lavora».
E infatti lavorano sodo le loretane della Mimep. Ad aiutarle ci sono alcuni amici (così amano definirli), professionisti del settore che, nel tempo libero, le affiancano nella loro attività editoriale. Ma, più che collaboratori, sembrano membri della famiglia. «A Natale festeggiamo tutti insieme con una cena luculliana di nove portate, a base di specialità tradizionali polacche», racconta una di loro. «Cuciniamo quasi sempre ricette del nostro Paese», interviene suor Teresilla. «Ma una delle prime cose che Don Angelo e Don Massimo ci hanno insegnato quando siamo arrivate sono state le basi della cucina italiana!».
Di imparare, in fondo, non si finisce mai. Le suore di Passano lo sanno bene e fanno di tutto per restare al passo con i tempi, con corsi di aggiornamento e attrezzature all’avanguardia, che fanno della Mimep una piccola ma efficientissima realtà. Un paradiso in terra dell’editoria, dove si sfornano libri a pieno ritmo. Senza mai perdere la calma serafica e il buon umore.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 31
11 agosto 2015


Divulgare Testi Sacri e la Parola di Dio attraverso la stampa è certamente una cosa meritevolissima e le suore Loretane della Mimep-Docete lo fanno alla loro maniera, ovvero alla maniera di chi ha Dio nel cuore: col sorriso sulle labbra e tanta letizia e serenità.
E anche questo è Amore!

Marco

sabato 18 marzo 2017

Piacenza, l'asilo dai 3 ai 90 anni dove anziani e bimbi si prendono per mano


Si chiama educazione intergenerazionale: nella stessa struttura si incontrano e giocano insieme piccoli e vecchi, tra favole e lezioni di cucina. "Esperimento riuscito"

PIACENZA. Alcuni hanno quasi un secolo, altri soltanto tre anni. Sono l'inizio e l'autunno della vita. A Piacenza c'è un asilo dove gli estremi si incontrano e vecchi e bambini "crescono" insieme. Dove la lentezza è un dono. C'è Fiorella che ha 87 anni e Stefano e Carlo che vanno al nido. Lei spinge il deambulatore e loro la precedono. 
Guardate - ride Fiorella - ho tanti cavalieri, non sembro una regina?. Poi tutti a sporcarsi di farina e a impastare torte. Divertendosi non poco. Mano nella mano. Perché i più anziani e i più piccoli hanno lo stesso passo, si sa, e basta uno sguardo per essere complici e diventare amici. 

Aurora, 36 mesi, taglia pezzetti di mela e Maria, 90 anni, che è mamma, nonna e bisnonna e da giovane faceva la "bottonaia", mescola farina e zucchero, mentre Franco, classe 1933, legge le fiabe a Noemi, e Olga, nata nel 1927, attenta e lucida, racconta di sé: 
Io li ascolto i bambini sapete, ci gioco, gli narro le storie della mia infanzia, e loro sono attenti, mi guardano diritti diritti negli occhi. E se mi fermo, mi tirano per il braccio: "Nonna Olga, poi che cosa fa il lupo?"


Si chiama "educazione intergenerazionale", consiste nel far coabitare nella stessa struttura un asilo nido e un centro anziani, i piccolissimi e i grandi vecchi. 
E poi creare delle occasioni di incontro, come la cucina, la pittura, la lettura, in cui le età si mescolino, le generazioni si fondano, partendo dalla constatazione che gli anziani e i bambini insieme stanno bene, e imparano gli uni dagli altri spiega Elena Giagosti, coordinatrice del progetto che l'Unicoop di Piacenza sta sperimentando da alcuni anni. Una grande struttura moderna di vetro e acciaio, finestre luminose sul verde, spazi ampi e colorati che ospitano circa 80 anziani e un nido per 40 bambini dai tre mesi ai tre anni. Luoghi divisi naturalmente, ma con tante aree comuni. 


A metà mattina c'è il laboratorio di cucina. Mele golden, lievito e granella di zucchero. Grandi e piccoli tagliano e impastano, sotto lo sguardo vigile delle educatrici. Carlo, tre anni, immerge il dito nel dolce: 
Fiorella non ha fatto niente, ho fatto tutto io, sono un cuoco, e i nonni del nido sono buffi, e ride contentissimo della sua battuta. Giacomo Scaramuzza ha 94 anni, è stato giornalista alla "Libertà" ed è tuttora attivissimo. Quando sono venuto a vivere qui, non sapevo che ci fossero anche i bambini, per me che non ho avuto figli sono stati una scoperta incredibile, io partecipo a tutte le attività, con loro non c'è bisogno di parole, ci si capisce con gli sguardi, c'è uno scambio assolutamente naturale. Troppo spesso oggi le età non si incontrano, come se la vecchiaia fosse qualcosa da nascondere. Così, invece, è un po' come passare il testimone.... Un progetto per adesso unico in Italia ma già attivo in Francia e soprattutto a Seattle, alla "Providence Mount St Vincent", la prima scuola materna inserita in un centro anziani, diventata famosa in tutto il mondo con il documentario "Present Perfect". 


Racconta una mamma: 
Mia figlia è entusiasta degli anziani del nido. Se li incontriamo fuori li saluta, li riconosce, come fossero amici della sua età. Perché a contatto con i "grandi vecchi" i piccoli imparano a non avere paura di rughe e disabilità, spiega Valentina Suzzani, responsabile pedagogica dell'asilo. Così il deambulatore diventa un triciclo da spingere, la carrozzina del nonno una macchina sportiva, e se per gli anziani i piccoli sono una ventata di gioia, i bambini attingono alla saggezza e all'ironia di chi ormai non ha più frettaOggi siamo oggetto di tesi di laurea, ma quando abbiamo iniziato non sapevamo nulla né della Francia né di Seattle - dice Elena Giagosti - avevamo però alle spalle decenni di esperienza della Unicoop nella gestione sia di nidi che di anziani. E ogni volta che avveniva "l'incontro" ci rendevamo di quanto fosse prezioso per entrambi. Così abbiamo pensato di far "convivere" sotto uno stesso tetto le varie età della vita. Ed oggi è un successo


Franco Campolonghi è nato nel 1933, di anni ne ha 84, è il responsabile della biblioteca del nido e qui, al centro anziani, ha anche incontrato una nuova compagna. 
I libri e i giornali sono stati sempre la mia più grande passione, da giovane divoravo Hemingway, e poi Piero Chiara, Fruttero e Lucentini. Così sapendo del mio amore per la lettura mi hanno chiesto se volevo occuparmi dei libri per il nido. E per me è stata una festa. Mi sono informato, ho cercato i testi giusti. Ogni giovedì i piccoli salgono qui con le educatrici e noi vecchi leggiamo loro le favole. Ci divertiamo un mondo, e vedessi quanto sono attenti. Se smetti ti tirano per la giacca. E alla fine vogliono sempre ricominciare da capo


di Maria Novella De Luca

19 febbraio 2017

FONTE: Repubblica.it


Gran bella iniziativa che riporto con molto piacere sulle pagine di questo blog.
Gli anziani sono spesso ritenuti come un "peso" per la nostra società moderna, dove tutto deve essere all'insegna dell'efficenza e della produttività, spesso passando sopra ad altri valori che non sono di sicuro meno importanti. Ed invece gli anziani sono una grande risorsa per tutti quanti noi, una risorsa di esperienza, di saggezza e di Amore. Vivere con una persona anziana ti insegna tante cose ed è quindi bello che ci possa essere la possibilità di vedere anziani e bambini (che sono il futuro del mondo) passare del tempo insieme, condividendo le stesse cose e attingendo il "meglio" che possono offrire queste età così differenti, gli uni dagli altri. Per gli anziani passare del tempo con i bambini è sempre un motivo di grande gioia, mentre per i bambini passare del tempo con gli anziani significa "fare il pieno" di affetto e calore, nonché di valori ed esperienze preziose che certamente costituiranno per loro un "bagaglio" importante nel prosieguo della loro vita. Ben vengano quindi iniziative come queste, con l'augurio che si diffondano sempre di più!

Marco