lunedì 30 dicembre 2019

“Dona un letto ai poveri”: l'appello di Fratel Biagio


L'appello del missionario Fratel Biagio Conte per donare un letto ai più poveri

Sento di farvi un appello per aprire i cuori, in questo Natale ognuno doni un letto: una rete, un materasso e un cuscino per i 1000 poveri della Missione Speranza e Carità. Aiutateci a migliorare il luogo dove dormono e vivono. Vi chiedo con tutto il cuore un aiuto, che può essere un segno per il 2020. Abbiamo verificato, in una fabbrica del settore, che una rete solida, con le tavole in legno costa 30 euro, un materasso in poliuretano con tessuto idrorepellente costa 32 euro, un cuscino 8 euro, per un totale di 70 euro. Vogliamo dare più dignità ai poveri, insieme possiamo farcela, mi rivolgo a tutti i palermitani, ai siciliani e a tutte le persone di buona volontà. Quanti vogliono contribuire possono venire a consegnare la donazione necessaria per prendere uno o più letti in fabbrica, in Missione Speranza e Carità in via Tiro a Segno dalle 9.00 del mattino, fino alle 20.00 di sera. Successivamente ogni letto sarà donato ad un povero che abita in Missione. Oppure si possono utilizzare i nostri conti corrente con la causale "Dona un letto":

BANCA UNICREDIT
IBAN: IT93D 02008 04694 000300338107

BANCA PROSSIMA
IBAN: IT15D 03359 01600 100000009424

CONTO CORRENTE POSTALE: 17378902


Pace e Speranza, Fratel Biagio, piccolo servo inutile


28 dicembre 2012

FONTE: Ragusa H 24

lunedì 23 dicembre 2019

Paola Senatore, una vita tormentata: dai film erotici al carcere fino alla conversione


Attrice popolarissima per tutti gli anni’70, musa di una generazione di italiani, finì in carcere nel 1985 per droga: da lì un lungo percorso di rinascita attraverso la Fede

Di film ambientati in un carcere femminile ne girò parecchi. Ma un giorno in cella ci si trovò per davvero. Era il 13 settembre 1985: una data spartiacque nella vita dell’ex attrice Paola Senatore, uno dei sogni erotici ventennali per migliaia di italiani (musa di Brass, D’Amato, Lenzi e fra le regine indiscusse della commedia di genere). Ma chi pensa che da lì sia iniziato il baratro, forse si sbaglia. È la stessa Paola a tirale le somme di un’esistenza piena che oggi, da quello sfregio d’immagine in pieni anni Ottanta, può definire “una vera vita”. Che piano piano, e soprattutto nel silenzio, in questi anni ha rimontato con Fede, ordine e riavvicinamento ai propri affetti.

Come si definisce, oggi, Paola Senatore?

«Felice, serena, gioiosa ma con la testa sul collo».

Che infanzia ha avuto?

«Difficile. Mia madre mi raccontava continuamente della sua vita e della sua influente famiglia. Ero una bambina ansiosa con tutti quei racconti che ascoltavo, anche se piccola! Lei doveva sposare un barone molto più grande di lei come deciso dalla famiglia. Erano tempi difficili. Anni difficili. La guerra finì nel 45: lei proprio sotto i bombardamenti conobbe un ragazzo e si innamorarono, fu un colpo di fulmine: la mia vita iniziò lì, concepita sotto quelle bombe. Ma in quel momento iniziarono anche le complicazioni: mia madre si era ribellata ai piani matrimoniali che i nonni avevano per lei. Si rifiutò di entrare in convento e di darmi in affido, come si conveniva».

Come andò a finire?

«Fu mandata da lontani parenti romani che in effetti si presero cura di lei. Ma volle staccarsi ad un certo punto. E per essere più libera mi mise in un collegio. Il distacco fu atroce».

Che ricordi ha di quegli anni?

«Parliamo di un collegio della Roma bene. Eppure i miei ricordi sono ombrosi: mi raccontavano di strani riti, di storie misteriose che accadevano lì dentro, mi sentivo impaurita. Stiamo comunque parlando di esperienze e suggestioni vissute con gli occhi dell’infanzia. Ricordo un bimbo di cinque anni, ma che si dimostrava già un ometto, che un giorno arrivò a dirmi: “Ti proteggerò io”. Stavamo sempre insieme, mi dava forza. Finalmente a sei anni uscii: ero felicissima, era la Pasqua del 1952. Conobbi finalmente zie e nonni e la mia vita prese una piega diversa, morbida e dolce».

Cosa sognava di fare da grande? È riuscita a realizzarsi, secondo lei?

«Si, ci sono riuscita. Io sognavo soprattutto di viaggiare ed ho realizzato il mio sogno. Il viaggio era dentro di me, mi apparteneva. Sarei diventata pilota se il brevetto fosse costato di meno. Volevo scalare monti, attraversare deserti, scandagliare mari, attraversare cieli, di tutto e di più. Ci riuscii. Volevo incontrare il sole questo desiderio mi spaccava in due. Mi mancava molto mio padre: mia madre mi diceva che era morto, ma sapevo che non era vero. Lo capivo dal tono che usava. I vicini di casa dicevano che somigliavo a lui ogni giorno di più: lì mi si bloccava il respiro dall’emozione. Purtroppo non riuscivo mai a chiedere nulla, ma sapere che gli somigliavo per me era qualcosa di stra-mega galattico. Ricominciavo a respirare dopo un quarto d’ora quando ci pensavo. Lo cercavo ovunque. Ecco, per questo amavo il viaggio».

Il suo primo provino?

«Lo ricordo benissimo, dovevo interpretare un film a Parigi, “L’amore quotidiano”, del 1973. Mi fecero fare delle foto da un bravo fotografo: piacquero tantissimo, e così andai in Francia, a Parigi. Avevo 21 anni, fu un’esperienza fantastica. Ricordo che rimasi davanti al quadro di Adamo ed Eva non so quanto. Tanto. Mi colpì, mi avvolse, e quel giorno finii lì il mio peregrinare nei musei. Stordita dalle bellezze che vedevo».

C’è un aneddoto divertente che si ricorda durante gli anni del cinema?

«Ce ne sono tanti, soprattutto legato ai cavalli. Allora: li amavo tanto da adolescente, una mia cugina mi insegnò a cavalcare a 16 anni. Ero affascinata dal galoppo, come dalle corse in auto, faceva parte sempre della mia “inclinazione al viaggio”. A 18 anni andai a Indianapolis, in Florida, per vedere la Formula Uno con degli amici. Fantastico. Ho ancora nelle orecchie il grido dei motori».

Nel 1975 fu diretta da Tinto Brass: lo ha più sentito?

«No. Lavorai un po’ con Tinto, con “Salon Kitty” e “Action”. Poi smisi perché il mio compagno era molto geloso. Ricordo che non sapevo l’inglese, doveva doppiarmi sempre. Mi dispiace che Tinto ora non stia molto bene, non ero aggiornata su questo. Un messaggio per lui? Caro Tinto, posso dirti che pregherò per te per una pronta guarigione e una ripresa. Tu e la tua famiglia siete stati tutti affettuosi con me. Grazie ancora per quello che hai fatto per me, ti voglio bene».

Con che colleghi strinse amicizia in quegli anni?

«Helmut Berger: bellissimo ragazzo, con una grande sensibilità, tenerezza, un bel cuore. Capiva il mio imbarazzo in certe scene. Si era creato un bel rapporto sul set. E anch’io capivo lui, sentivo dei vuoti e alcune sofferenze che mi trasmetteva. Anche se tutti si fermavano sulla nostra bellezza esteriore».

Ha mai subito molestie sul set?

«No, mai subito molestie o subito maltrattamenti. Ero chiara e trasparente. Il marito me lo sceglievo io. Non amavo richieste di matrimonio né tantomeno altri escamotage per arrivare a me. Dicevo: “tu mi paghi, e io ti dò la mia immagine e il mio lavoro, ok. Poi se mi innamoro ti telefono io”. A quel punto qualcuno si infuriava. E il ricatto era sempre lo stesso: ti taglio il ruolo. A me non importava nulla, se accadeva. E poi a volte facevo finta di non capire: mi riusciva bene la parte della ritardata».

Arriviamo al giorno dell’arresto: 13 settembre 1985

«Ricordo dolente. Ero appena tornata da Riccione, mio figlio aveva 11 mesi. Avevamo trascorso una vacanza serena. Ero finalmente una mamma felice. Alle 21 qualcuno suonò il campanello di casa con tale veemenza che non ci volle molto per capire chi fosse. Il mio compagno era uscito verso le 16 e non vedendolo arrivare pensai a un incidente automobilistico. Invece fu trovato qualcosa in auto: pochi grammi di stupefacenti. L’auto era intestata a me e vennero a cercare me. Mi portarono in caserma: per interrogarmi, dicevano. Invece mi ingannarono e iniziarono già tutte le pratiche per l’arresto. Fortuna che prima di andare con loro passai da mia madre e le lasciai in custodia mio figlio: di questo la ringrazierò per sempre».

La sua carriera, poi, subì un tracollo: di lei non si seppe più nulla. L’impressione è che sparì di proposito, anche dopo essere rilasciata e dopo aver scontato i domiciliari. È così?

«Il mio lavoro e il successo diventarono l’ultimo pensiero per me. Mio figlio era al primo posto, solo lui, era molto più importante di ogni cosa per me. Anche se sulla sottoscritta leggevo e sentivo cose pazzesche».

Cosa la ferì, di più, di quello che si diceva di lei in quel periodo?

«Che ero una spacciatrice internazionale, che facevo servizi osè per pagarmi la droga: per due, tre grammi di stupefacente trovati in auto, messi non so da chi ancora. Comunque, decisi di troncare io la carriera. anche se mi offrirono cifre da capogiro, negli anni successivi alla mia disavventura. Dissi sempre no. Sempre e solo no».

Finì anche in cella di isolamento, giusto?

«Sì. Quando mi arrestarono soffrii molto. Pensavo a mio figlio e all’assurdità della situazione che stavo vivendo. Era tutto così insensato. Non sapevo come fosse un carcere, né come funzionava, come comunicare, come chiamare il personale in caso di bisogno, se poteva venire mia madre a trovarmi, se potevo vedere la famiglia. Avevo un groviglio nella testa, un cuore lacerato. Non potevo continuare senza sapere niente. Appena arrivata mi affacciai dallo spioncino blindato per chiedere se ci fosse qualcuno. Silenzio. Non sapevo cosa pensare, cosa fare. Ebbi subito una crisi di nervi. Cominciai ad urlare a piangere, ma non vidi comunque nessuno. Passai attimi che non auguro a nessuno».

Poi cosa successe?

«Dopo aver pianto, mi girai. Vidi un volto amico nella cella. Subito pensai: “Sarà entrato mentre urlavo”. Lui mi guardava e non parlava, pensai che gli facevo pena. Non mi ricordavo dove l’avevo conosciuto. Aveva capelli lunghi, barba, baffi, una tunica bianca con un mantello rosso. Allora per non fare una brutta figura cominciai a riflettere su dove l’avessi mai visto. Pensai “è venuto dall’India” basandomi sul suo l’abbigliamento. O forse dall’Inghilterra. Non riuscii a ricordarlo. Ad un certo punto sentii una voce potente che diceva questo: “Non tutto il male viene per nuocere. Di lì a poco sentii tremare tutto, poi un gran senso di pace».

Un “tipo” che poi ha rivisto spesso

«Una settimana dopo l’interrogatorio col giudice, lasciai la cella d’isolamento per andare al terzo piano con tutte le altre detenute. Appesa sul muro scorsi l’immagine di quel tipo che era venuto a trovarmi. Allora chiesi chi fosse. “E’ Gesù”, mi fu risposto in coro. Scusate, dissi io, ma “Gesù non era un bimbo piccolo in braccio alla Madonna?”. “Sì, certo ma poi è cresciuto” mi risposero le detenute, mettendosi tutte e ridere. Lì mi prese uno sgomento. Volli andare dalla psichiatra per chiederle se fossi impazzita, magari con il trauma dell’arresto. Parlammo tre ore, mi fece sentire normale. E mi diede delle pillole».

Fu quello l’inizio della sua conversione?

«Ripensando intensamente all’incontro fatto in cella d’isolamento, capii che quel tipo era davvero Gesù. E a volte quella che può sembrare una disgrazia è una salvezza. Da quel giorno mi trovai sempre al posto giusto, con la persona giusta. E alla fine pensai che l’arresto era stata, la fortuna più grande che mi era mai capitata perché da lì iniziò la mia vita. Quella vita finalmente dal senso profondo. Lasciai definitivamente lo spettacolo e iniziai il mio cammino spirituale. Dissi addio a tutto: ricchezze, gioielli, firme, feste, festini, saloni di bellezza, vita sregolata, follie, false luci, discoteche, palestre e un miliardo di altre cose per incontrare spiritualmente colui che mi aveva consolato quando ne ebbi bisogno. Oggi sono 35 anni che lo seguo. Insomma, sì, la mia Fede è iniziata in un carcere femminile e in un momento inaspettato e atroce della mia vita. Dal 1985 sono cattolica praticante».

Che progetti ha, oggi, Paola Senatore?

«Vorrei tradurre la mia esperienza in qualcosa da far vedere agli altri. Vorrei dargli voce attraverso un film, curandone la regia. Una storia di vita dentro un piano celeste. Le testimonianze arricchiscono ogni persona e quando c’è una vera conversione vuoi solo raccontarla a tutti perché vuoi che tutti siano felici. Vorrei che altri si confrontassero con quello che ho vissuto io. E sa perché? Perché il mio vissuto, la mia conversione, possono essere di tutti».



di Silvia Maria Dubois

5 novembre 2019

FONTE: Corriere della Sera


E' sempre bello raccontare storie di Conversione, e questa mi è capitata sotto lo sguardo quasi per caso.
E' bello constatare come Gesù possa divenire il "centro" della nostra vita da un momento all'altro, anche se fino ad allora si era vissuta una vita lontano da Lui. E' quello che è successo a Paola Senatore, ed è quello che succede a una moltitudine di persone in ogni momento ed in ogni parte del mondo. Perchè, come la stessa Paola dice: "La conversione, può essere di tutti".
E con questa bella storia di Conversione, auguro a tutti un sereno e felice S. Natale con Gesù Cristo al centro del proprio cuore.

Marco

martedì 17 dicembre 2019

Sorbolo Mezzani Coenzo, nasce il rifugio per le mamme sole di Parma e Reggio


Ha aperto a Coenzo di Sorbolo Mezzani il “Rifugio Maria Consolatrice”, un luogo che potrà accogliere madri sole con figli che si trovano a dover affrontare un momento di difficoltà in un'area di riferimento che è quella delle province di Parma e Reggio. La struttura – realizzata dalla cooperativa Co' d'Enza onlus, recuperando un edificio che ospitava il vecchio asilo della frazione – potrà ospitare quattro nuclei familiari madre-figli. L'inaugurazione è avvenuta alla presenza delle suore della Congregazione di Maria Consolatrice, che per cinquant'anni hanno gestito casa di riposo ed asilo, e rappresentanti dalle istituzioni e dei servizi sociali, realtà con cui il Rifugio sarà in stretto contatto. «Chi affronta un momento di difficoltà qui troverà accoglienza – hanno dichiarato le suore della Congregazione – come sempre è stato in una comunità attenta come quella coenzese». Aspetto sottolineato anche dal sindaco di Sorbolo Mezzani Nicola Cesari: «Coenzo stupisce sempre per voglia di fare ed impegno». Presente anche il consigliere regionale Massimo Iotti: «La regione è vicina a chi realizza progetti come questi». L'assessore ai Servizi sociali Sandra Boriani ha sottolineato «la passione ed il cuore con il quale Co' d'Enza opera sul territorio». Infine il presidente della cooperativa Boris Donelli: «Ci impegniamo per garantire il necessario aiuto alle persone in difficoltà».

c. cal

FONTE: Gazzetta di Parma

lunedì 16 dicembre 2019

È nata ufficialmente la fondazione in memoria di Nadia Toffa


In memoria di Nadia Toffa, la presentatrice scomparsa quest’anno per un tumore, nasce una fondazione che si occuperà proprio di salute, ambiente e sociale.

A Brescia è stata ufficialmente presentata la fondazione in ricordo di Nadia Toffa che si occuperà di salute, ambiente e servizi sociali, come avrebbe voluto la donna, sempre impegnata per il bene degli altri e la ricerca della giustizia. A parlarne è stata la mamma dell’ex presentatrice de Le Iene, scomparsa quest’anno nel mese di agosto dopo una lunga lotta contro un tumore che lei raccontava sui social senza alcun tabù. La signora Margherita Rebuffoni ha così voluto illustrare, insieme al marito e alle altre due figlie, le finalità benefiche dell’associazione, alla presenza anche del sindaco bresciano Emilio Del Bono.

Salute, ambiente e sociale: su questi tre temi si concentrerà la Fondazione Nadia Toffa e sono già stati individuati i primi destinatari delle future attività. Il primo sarà infatti l’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, dove Nadia è stata anche in cura, e a seguire saranno svolte delle attività nel reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale Annunziata di Taranto e collaborazioni con alcune associazioni che operano nel territorio della Terra dei fuochi. “Nadia nella sua vita si è sempre battuta per far sentire la voce di chi non viene ascoltato - ha detto la mamma Margherita durante la presentazione a Palazzo Loggia - per portare alla luce questioni lasciate ai margini e per dare un aiuto concreto. Con questi stessi valori diamo vita alla fondazione”.

Il prossimo evento benefico si terrà il 15 giugno al museo Santa Giulia di Brescia e tutti i fondi raccolti saranno devoluti interamente a favore dei ricercatori che s’impegnano ogni giorno per trovare nuove cure possibili contro il cancro.
Ringraziando tutti gli intervenuti, la mamma di Nadia Toffa ha salutato dicendo:
Mai mi sarei aspettata così tanto sostegno dopo la morte di Nadia.

FONTE: R 101

martedì 10 dicembre 2019

Il nonno anziano è a letto e ammalato.... il piccolo nipote si prende cura di lui


Due piccoli, semplici fotogrammi... ma che toccano veramente il cuore!
Il nonno anziano è a letto ed è ammalato.... e il suo nipotino, un bambino di pochi anni dalle immagini che si vedono, si prende cura di lui, dandogli da mangiare, imboccandolo con amorevole cura e pazienza.
Chi sia il nonno e chi sia il bambino non è dato di saperlo.... quello che è certo però, è che l'immagine è veramente bella, delicata, piena di significati.... e ci dice, semmai ce ne fosse ancora bisogno, del grande cuore che hanno i bambini! Veramente, non è mai troppo presto ne mai troppo tardi per Amare veramente!

Marco

 9 giugno 2019

FONTE: Retenews 24

lunedì 9 dicembre 2019

Roma, a 90 anni cucina per 250 senzatetto al giorno: ecco chi è lo "Chef dei poveri"


L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), nello State of Food and Agriculture 2019, pubblicato il 14 ottobre 2019 – denuncia che il 14% del cibo presente nel mondo viene scartato e diviene immangiabile, ancora prima di arrivare nei negozi e nei supermercati. Ma molte altre sono le tematiche nella Giornata Mondiale dell’Alimentazione (World Food Day) come la fame nel mondo e la sicurezza alimentare, nel senso di nutrirsi in modo sano e ecosostenibile.

Fra i piccoli grandi attori che da anni combattono lo spreco del cibo e la fame dei più poveri c’è il 90enne Dino soprannominato "lo Chef dei Poveri". Da più di 10 anni sfama più di 250 senzatetto e poveri presso le stazioni ferroviarie di Roma.


Chi è lo “Chef dei poveri”

L’89enne Dino Impagliazzo casualmente, da un caffè donato ad un senzatetto, da più di dieci anni sfama più di 250 senzatetto al giorno, trascinando nel suo progetto senza fine di lucro, 350 volontari e 27.000 pasti serviti ogni anno. Dino è conosciuto a Roma come "lo chef dei poveri". Confida Impagliazzo: “Ho anche avuto l’occasione di incontrare Papa Bergoglio, di salutarlo da parte di tutti i barboni di Roma e di invitarlo a servire la mensa dei poveri assieme a noi”.

Un povero, nei pressi di una stazione ferroviaria, chiede al signor Dino un caffè e Dino intuisce che questa persona, al di là del caffè, ha bisogno di mangiare e di una relazione. Nelle stesse parole di Dino: “Ho pensato che era il giorno del Signore, Domenica, come posso ignorare questa persona che poi in fondo è mio fratello?”.

Il Signor Impagliazzo viene a sapere che la mensa non porta da mangiare ogni giorno nella stazione ferroviaria. Così Dino chiama amici, vicini di casa, e il passaparola si allarga a conoscenti comuni che intendono dare una mano. La moglie Fernanda è il primo aiuto di Dino e poi si comincia a distribuire panini, quindi si passerà a offrire pasti caldi, rispettando le religioni e le preferenze di ognuno. La metà dei poveri sono italiani, l’altra metà è proveniente da altre nazioni. Gli italiani sono figli di storie sfortunate, ma anche tante persone che ieri avevano una vita normale e oggi si ritrova sulla strada per via di un divorzio o per la perdita del lavoro. L’altra metà arrivano in prevalenza dall’Europa dell’Est e dal Nord Africa.

Da pochi amici, si passa a centinaia. Racconta Dino Impagliazzo ancora emozionato: “Acquistavo allora molti panini per poterli farcire per questi nostri amici senzatetto e il commerciante, notando tale quantità di pane, mi chiede per chi fossero. Gli risposi che i panini erano per alcuni senzatetto che vivono nei pressi della Stazione Tuscolana e che noi sfamiamo. Il commerciante da quel momento ci offre gratuitamente il pane per i nostri poveri e da allora è un nostro stretto collaboratore”.

Associazione RomAmor Onlus

Oggi i volontari che aiutano Dino sono 350 persone, aiutano quotidianamente per la raccolta dei cibi presso i centri commerciali, la logistica, la preparazione e la consegna dei cibi. Dino è il presidente dell’Associazione RomAmor Onlus. Dino è un po’ il papà di tutti. Dino è riuscito inoltre a costruire una rete di assistenza per i poveri e senzatetto, un servizio medico, di istruzione e degli alloggi per ospitare le persone che momentaneamente non hanno una casa.

Dino Impagliazzo è stato recentemente insignito del Premio Cartagine 2.0, ha incontrato Papa Francesco invitandolo a servire la mensa dei barboni e il noto personaggio televisivo Chef Rubio ha visitato la mensa di Dino, cucinando con lui.


16 ottobre 2019

FONTE: Il Corriere della Città

venerdì 6 dicembre 2019

«E' Tua Madre che li fa entrare»

«Un giorno nostro Signore, facendo un giro in Paradiso, vide certe facce equivoche e ne chiese spiegazione a San Pietro: “Come mai sono riuscite a entrare qua dentro? Mi pare che tu non sorvegli bene la porta”. Pietro, tutto mortificato, rispose: “Signore, io non ci posso fare niente”. E Gesù: “Come non ci puoi fare niente? La chiave ce l'hai tu. Fa' il tuo dovere, sta' più attento”.»

«Dopo qualche giorno, il Signore fa un altro giro e vede altri individui dalla faccia poco raccomandabile. “Pietro, ho visto certe altre facce, si vede che tu non controlli bene l'entrata”. E Pietro: “Signore, io non ci posso fare niente e non ci puoi fare niente neanche Tu”. E il Signore: “Neanche Io? Oh, questa è grossa!”. “Sì, neanche Tu” ribatté Pietro: “Tua Madre ha un'altra chiave. E' Tua Madre che li fa entrare”.»




Questa storiella veniva raccontata spesso da Padre Pio, tanto che qualcuno la attribuisce proprio al Santo di Pietrelcina. Ma che sia sua o di qualcun altro ha poca importanza: è bella, semplice, e nella sua schiettezza popolare mette chiaramente in risalto la grande Misericordia della Santa Madre di Dio nei confronti di noi uomini, figli Suoi, compresi i “meno raccomandabili” e peccatori.
Questo è l'immenso Amore della Madonna verso tutti quanti noi!

Marco