lunedì 27 aprile 2020

Edmond, albanese, accolto e sfamato in Italia 22 anni fa, ricambia regalando il suo pane


La Solidarietà e la Generosità non conoscono limiti di nazionalità, razza, religione e ceto sociale, e ovunque, in qualsiasi parte del mondo, sono insiti nel cuore dell'uomo.

A Roma c'è un ragazzo albanese che si chiama Edmond Prenga, ha 39 anni, ed è proprietario del panificio Bon Pan in Via Lorenzo il Magnifico. Immensamente grato per l'accoglienza che ha ricevuto dall'Italia, che lo ha accolto e sfamato 22 anni fa, ora Edmond vuole ricambiare in qualche modo questa generosità ricevuta, e ha pensato di farlo regalando il pane del suo panificio, lasciando questo bene di prima necessità sui dissuasori di sosta, con un messaggio semplice e chiaro: Se hai bisogno, questo è per te!.

Edmond sa che cosa sia la fame e la povertà, quindi un gesto del genere per lui, sensibile e attento ai problemi delle persone più bisognose, è un atto del tutto naturale. “Ho vissuto la fame, sono arrivato nel ’98 in Italia senza una lira, io questi problemi li conosco bene – racconta –. Così ho deciso di lasciare fuori le buste con il pane, perché ho pensato che la gente si vergogna a chiedere da mangiare, e che sarebbe stato meglio lasciarle lì da una parte” (Cit. Roma h 24 Flaminio – Parioli).

L'Albania, uno dei paesi più poveri d'Europa, è oggi in ripresa e questo anche grazie al premier Edi Rama che Edmond stima molto e che recentemente ha inviato nel nostro Paese un equipe di trenta persone, tra medici e infermieri, per aiutarci ad uscire dall'emergenza Coronavirus.

Il bell'esempio di Edmond è stato seguito anche da altri titolari di esercizi commerciali della sua via, dal fruttivendolo al titolare del supermarket.... e sono tutti stranieri! Del resto, lo sappiamo bene, i buoni esempi sono contagiosi, e la gente del luogo ha subito accolto queste iniziative con grande simpatia e benevolenza, arrivando ad essere conosciute in tutta la città.

Grazie Edmond!


Marco

Aprile 2020

mercoledì 15 aprile 2020

Sameh, il fruttivendolo egiziano che regala i suoi prodotti: “Ricambio la vostra accoglienza”


Fuori dal suo negozio ha allestito un tavolo di frutta e verdura a disposizione di chiunque: “Dieci anni fa mi avete accolto, ora voglio dirvi grazie in questo momento difficile”

Nel grigiore che ha avvolto Bergamo e provincia in questo periodo di emergenza Coronavirus, spuntano il bel gesto e i colori della frutta di Sameh Ayad, fruttivendolo egiziano di 34 anni, che ha deciso di regalare i prodotti del suo negozio di Canonica d'Adda. Un tavolo colmo di arance, ananas, mele, zucchine, melanzane e pomodori, a disposizione gratuitamente di chi ne avesse bisogno.

Dieci anni fa mi avete accolto, ora voglio dirvi grazie. Andrà tutto bene! Se avete bisogno prendete gratis la frutta e la verdura che trovate su questo tavolo”. Si legge sul cartello appeso all'esterno del suo esercizio nel centro del paese della Bassa.

Sameh, come tanti suoi connazionali, è arrivato in Italia da solo, nel 2010, senza un lavoro e in cerca di fortuna. “Ho iniziato facendo il pizzaiolo sempre qui a Canonica – racconta il 34enne -. Poi sei anni fa ho cominciato a fare il commesso in un negozio di frutta a Fara Gera d'Adda. Dopo aver imparato bene la professione, e la lingua, ho deciso di aprire un'attività mia. Ed eccomi qui”.


Come nasce l'idea di regalare la frutta e la verdura?
Mi sentivo in debito con questa terra che mi ha dato e mi sta dando tanto. Gli italiani e i bergamaschi mi hanno sempre voluto bene e per questo volevo ringraziarli in qualche modo. Visto il omento difficile che stiamo passando, con questo maledetto Covid, spero che il mio gesto possa aiutare le persone a stare un po' meglio”.

Come hanno accolto i clienti questa iniziativa?
Bene, sono molto felici. Mi ringraziano tanto e in poche ore tutti i prodotti finiscono. Mi fa molto piacere. Ho iniziato da un paio di giorni e credo che andrò avanti fino a quando finirà questa emergenza. Speriamo presto”.

Ho ancora un sogno da realizzare?
Sì, vorrei riuscire a far arrivare in Italia mia moglie e le mie tre figlie. Abbiamo avviato le pratiche. Ora il momento non è dei migliori, ma ci auguriamo che quel giorno arrivi il prima possibile”.


Di Mauro Paloschi

25 marzo 2020

FONTE: Bergamonews

sabato 11 aprile 2020

«Qui ad Aleppo, sotto le bombe e i missili, preghiamo per voi italiani»


Intervista a padre Ibrahim Al Sabbagh, parroco di Aleppo: «Conosciamo la paura di uscire di casa, le scuole chiuse, il timore di andare in chiesa. Ci avete aiutati: come potremmo ora dimenticarci di voi?»

«Ad Aleppo abbiamo fatto esperienza della solidarietà, carità e tenerezza di tanti italiani che ci hanno aiutato durante la guerra. Ora siete voi in difficoltà ma è come se il coronavirus avesse colpito noi: come potremmo dimenticarvi?». Così padre Ibrahim Al Sabbagh, francescano della parrocchia latina di Aleppo, la seconda città per importanza e la capitale economica della Siria, una delle più colpite dalla guerra, spiega a tempi.it perché i bambini della sua parrocchia di San Francesco hanno pregato per tutti gli italiani durante la via crucis della seconda settimana di quaresima. «Sappiamo cosa vuol dire non potere mandare i figli a scuola e avere paura di uscire di casa».

Perché vi siete fermati a pregare per l’Italia?

Io ho conosciuto di persona tanti italiani, nostri amici e benefattori. È da più di due settimane che offro la Messa per l’Italia e le persone colpite, invitando la gente a pregare per voi. Come potrei non farlo? Tra fine gennaio e inizio febbraio sono stato nel vostro paese e ho visto la preoccupazione negli occhi di tante persone. Questo mi ha amareggiato.

Ad Aleppo cadono ancora bombe e missili, soffrite il freddo e la fame, avete tempo per pensare anche ai nostri problemi?

Quando ho sentito che siete stati obbligati a chiudere le scuole e poi a bloccare la celebrazione delle Messe, ho provato molto dolore perché mi è tornata alla mente la nostra sofferenza e la nostra incertezza: durante gli anni più brutti della guerra ogni volta che aprivamo le porte della chiesa, rischiavamo che ci cadesse un missile in testa. I genitori erano sempre indecisi, ogni giorno, se mandare i figli a scuola. Ma noi siamo una cosa sola, per questo preghiamo per voi: è come se la nostra sofferenza proseguisse nella seconda parte del nostro corpo, che siete voi. Voi in Italia, infatti, fate parte del nostro stesso corpo nella Chiesa. Come potremmo non pregare per voi?

Da quanto tempo lo fate?

Ormai la gente si è abituata al ritornello del prete che chiede di pregare per l’Italia. Succede da diverse settimane, poi però i 660 bambini del catechismo spontaneamente hanno proposto: offriamo la via crucis del secondo venerdì di quaresima per i bambini italiani che non possono andare a scuola. Anche loro infatti ricordavano gli anni in cui non potevano uscire di casa per via delle bombe.

Qual è oggi la situazione ad Aleppo?

Purtroppo i problemi aumentano. Stanno venendo fuori tante malattie che prima non c’erano e che sono sicuramente dovute alla guerra. Ogni singolo giorno spuntano nuovi casi di un cancro atroce che uccide i pazienti in poche settimane. E poi malattie cardiache e vascolari. Inoltre, a causa della guerra tutto è inquinato: l’acqua, il latte, il cibo, nessuno di noi sa davvero che cosa mangia, non ci sono controlli. Se guardo alla situazione con occhi umani, sono costretto a dire: vedo la fame, la mancanza di lavoro, le malattie, non c’è una prospettiva, non c’è futuro. Come si può sperare in una situazione così?

Una domanda che oggi si fanno anche tanti italiani.

Se guardiamo la realtà solo con occhi umani, siamo costretti a dire: non c’è speranza. Ma noi siriani di Aleppo in questi anni di guerra abbiamo imparato che non bisogna mai riporre la nostra speranza nelle sicurezze terrene. Si può avere speranza solo in Gesù Cristo, solo dal mistero della sua morte e risurrezione può nascere la speranza. Se infatti apriamo gli occhi della fede, possiamo vedere quanta tenerezza abbiamo sperimentato in questi anni. Dio si è fatto compagno di strada attraverso la preghiera di tante persone, che ci hanno aiutato. E la maggior parte di queste persone erano italiani. Gli italiani sono un popolo buono e generoso. Se ora preghiamo per voi è perché Cristo, fondamento della nostra speranza, ci invita a uscire da noi stessi e a guardare la sofferenza degli altri. Ora siete voi a soffrire e noi siamo con voi.

Che cosa sta facendo la Chiesa di Aleppo per aiutare la città a ripartire?

Abbiamo lavorato su due binari. Il primo è quello dell’emergenza: abbiamo distribuito acqua potabile, pacchi alimentari, assistenza sanitaria, vestiti. Qui gli anziani hanno una pensione così bassa che non consente neanche di comprare un terzo delle medicine di cui hanno bisogno, mentre per quanto riguarda i neonati la gente non può permettersi pannolini e latte artificiale.

E il secondo binario?

Abbiamo sviluppato progetti di micro-economia per ricostruire la città. Abbiamo aiutato a ripartire 1.200 imprese, un numero enorme se si considera che nello stesso lasso di tempo il governatorato ne ha aiutate 5.000. E poi, grazie all’aiuto di numerosi ingegneri, abbiamo ricostruito in tutto 1.500 case, che avevano diversi livelli di danni. Il lavoro da fare è enorme. Purtroppo, mentre pensavamo che tutto andasse per il meglio, la crisi libanese ha causato il blocco dei conti correnti di tanti siriani, che si sono impoveriti, e di molte organizzazioni internazionali. Poi la guerra è ricominciata.

Parla del conflitto di Idlib, che vede contrapposti alla Turchia e ai terroristi il governo siriano e la Russia?

Sì, va avanti già da un mese e mezzo e sembra di essere tornati all’inizio della guerra. I missili cadono di nuovo sui nostri quartieri. Aleppo non è come Damasco o Latakia, dove la vita è ripartita: qui manca tutto e non si produce niente. Inflazione e caro vita ci mettono in enorme difficoltà. Nessuno può più permettersi un chilo di pomodori o cetrioli. Ieri un fruttivendolo mi raccontava che non sa più cosa portare in città, perché la gente non può permettersi di comprare nulla. Gli aleppini entrano nel suo negozio e gli chiedono un pomodoro o una mela, perché di più non possono acquistare. In tanti si informano sui prezzi e poi se ne vanno, perché sono troppo alti. Soffriamo la fame e preghiamo davvero che il coronavirus non arrivi mai qui.

Sareste in grado di affrontarlo?

Come potremmo? Se arriva qui, finirà tutto. Gli ospedali sono danneggiati per la guerra, dubito che potremmo affrontare una crisi del genere. Noi ci affidiamo a Dio, non abbiamo altro da fare.


di Leone Grotti

10 marzo 2020

FONTE: Tempi.it

martedì 7 aprile 2020

Coronavirus, i due medici in pensione che tornano in trincea a più di 70 anni: "È un dovere"


Carmine Silvestri e Franco Faella, ex infettivologi del Cotugno di Napoli, sono stati richiamati in servizio per fronteggiare l'emergenza Covid. Potevano dire di no, ma hanno accettato: "Daremo una mano ai colleghi"

Carmine Silvestri, ex caposala infettivologo dell'ospedale Cotugno di Napoli, ha deciso di tornare 'in corsia' a 70 anni. Il camice bianco, da cinque anni in pensione, guiderà l'equipe di infermieri del Loreto Mare, l'ospedale designato a Napoli a raccogliere tutti i malati di coronavirus. Silvestri è stato richiamato dal suo ex direttore Franco Faella, primario emerito del Cotugno, che nonostante i suoi 74 anni, da è nuovamente operativo: richiamato dalla pensione, è stato nominato dalla Regione Campania coordinatore del reparto allestito per i pazienti contagiati dal Covid-19. Insieme a Silvestri metterà al servizio dei suoi colleghi l'esperienza maturata tra il 1980 e il 2015.

In prima linea durante l'epidemia di colera

Nel 1973 Faella era in prima linea durante l'epidemia di colera che colpì il Sud Italia, con epicentro la città di Napoli, causando il contagio di circa 280 persone e 24 morti accertate. Ma quest’epidemia è "un'altra cosa" racconta al quotidiano Il Mattino. "Allora si sapeva il tipo di infezione che si affrontava. Oggi siamo invece a contrastare un virus sconosciuto, completamente nuovo". Faella sarà "consulente infettivologo - spiega - in un'attività che dovrà alleviare il carico di lavoro ai colleghi del Cotugno". Secondo l’ex primario "bisogna essere ottimisti, affronteremo questa epidemia con tutto il rigore possibile come si è fatto finora, in attesa di raggiungere maggiori certezze sui farmaci".

La sua scelta di rimettersi il camice a 74 anni? "È un dovere nei confronti della città, nei confronti della mia attività professionale. E anche sul piano umano", dice Faella all’ANSA, "dire di no mi sembrava una vigliacchieria".

Medico torna in corsia a 70 anni: "Lo considero un segno di stima"

Con lui in corsia ci sarà anche Silvestri che a 70 anni suonati vuole ancora rendersi utile perché, dice, in questo momento "tutti dobbiamo dare una mano". "Lo considero un segno di stima" spiega Silvestri. "Mi sono ringalluzzito, facevo una vita da pensionato non piacevole, oggi invece torno a casa stanco la sera, non ho più le forze che avevo prima ma sto tornando in forma. Paura? L'abbiamo tutti, chi dice il contrario dice una sciocchezza, dobbiamo usare tutte le armi che abbiamo. È una pandemia e non c'è un vaccino. Quindi ora c'è solo la prevenzione, la necessità di allontanarci uno dall'altro per evitare nuovi contagi".


19 marzo 2020

FONTE: Today

venerdì 3 aprile 2020

Emergenza Coronavirus: gli alpini del Veneto rimettono in piedi 5 ospedali in 5 giorni


Gli alpini compiono un piccolo “miracolo” ripristinando 5 ospedali in 5 giorni, per far fronte all’emergenza. Le strutture ospedaliere in questione sono quelle di Monselice, Bussolengo, Zevio, Valdobbiadene e Isola della Scala.

Quando il territorio ha bisogno, gli alpini rispondono sempre per senso di responsabilità e abnegazione. Anche durante l’emergenza coronavirus non si sono certo risparmiati e hanno compiuto un “piccolo miracolo”.

Stiamo parlando degli alpini della Protezione Civile Ana Veneto che si sono occupati di ripristinare il corretto funzionamento di cinque strutture ospedaliere in ben cinque giorni.

L’INTERVENTO

Gli alpini sono intervenuti sistemando alcuni aspetti strutturali e non solo, delle strutture ospedaliere mal messe. Sono stati necessari lavori di routine come sistemare il corretto funzionamento dei servizi igienici, ascensori, impianti di ossigenazione e condizionamento.

Inoltre sono stati trasportati anche letti da altre strutture che, sanificati e sistemati, ora sono pronti per accogliere altri pazienti che necessitano di cure.

A rendere noto tutto questo è stato Bruno Cosato, un ex imprenditore ora a capo della Protezione Civile Ana di Treviso. Come responsabile ha raccontato degli alpini e del loro spirito collaborativo.

Vista la necessità, infatti, loro non si sono certo risparmiati e si sono adoperati per sopperire a tutte le necessità del territorio, lavorando sempre con determinazione, pazienza e, soprattutto, coraggio.

I RISULTATI

L’intervento in tempi record non ha previsto soste e limiti di orario. Sono serviti solo cinque giorni per rimettere a nuovo strutture, letti e impianti. Il tutto, ovviamente, si è svolto coadiuvando il lavoro dei tecnici come idraulici ed elettricisti.

Chiaramente gli alpini sono stati ligi al dovere. Infatti hanno seguito tutte le disposizioni governative relative all’utilizzo delle precauzioni. Quindi tutti con mascherine e a dovuta distanza di sicurezza.

Grazie agli alpini, ora gli ospedali potranno ospitare altri 740 pazienti e arginare, per quanto possibile, l’emergenza. Regalare un segno di speranza in questo periodo così buio, è possibile, basta solo volerlo.


27 marzo 2020

FONTE: Pane e Circo