giovedì 31 gennaio 2019

Saper vedere il bene anche nell'inferno di un lager nazista


Oggi (27 gennaio 2019 n.d.r.) è la Giornata della Memoria e vorrei che prestassimo una particolare attenzione alla testimonianza della scrittrice Edith Bruck, un'ebrea ungherese di 86 anni che nell'aprile del 1944 fu deportata ad Auschwitz con tutta la sua poverissima famiglia. Girò sette campi di concentramento fino al 15 aprile del 1945, quando lei e sua sorella furono liberate dagli Alleati. Ha perso, nei lager nazisti, i genitori e il fratello.
Edith Bruck non ha mai nascosto nulla dell'orrore dei campi di concentramento, che descrive come «un inferno», il «male assoluto». Dice perfino che «il sole avrebbero dovuto vergognarsi di sorgere su quei campi». E non nasconde neppure il fatto che quell'orrore possa ripetersi, perché il mostro dell'antisemitismo e del razzismo è sempre vivo.
Ma rispetto a tanta narrazione dei lager Edith Bruck sa aggiungere qualcosa di sorprendente, che dà forza e speranza alla vita di ciascuno di noi, in qualsiasi situazione di bruttezza e di dolore ci possiamo venire a trovare. È sconvolgente come questa donna, questa straordinaria donna, riesca sempre, nei suoi racconti, a trovare un positivo anche nella realtà più orribile, in quella più apparentemente senza speranza. «Della mia prigionia nei lager nazisti conservo la memoria – dice – di quattro piccoli episodi che hanno permesso che io sia viva».

Il primo piccolo episodio accadde subito, al suo arrivo ad Auschwitz. I nazisti dividevano i deportati in due direzioni: chi andava verso destra era destinato ai lavori forzati, chi andava verso sinistra alle camere a gas. Suo padre, suo fratello e sua sorella furono indirizzati verso destra; lei e la mamma verso sinistra. «Io non sapevo quale fosse la differenza fra destra e sinistra – racconta Edith Bruck – e stavo attaccata alla gonna di mia madre. A un tratto un soldato tedesco, l'ultimo della fila, si chinò verso di me e mi sussurrò: “Vai a destra, vai a destra!”. Il tedesco è simile all'Yiddish che io parlavo e capii, ma non volevo lasciare mia mamma. Lui insisteva, mia mamma cercava con forza di trattenermi, allora quel soldato la colpì con il calcio del fucile facendola cadere e mi spinse verso destra.
Non ho più rivisto mia mamma da quel momento, e quando racconto questo fatto mi blocco: ma poi riparto, perché devo testimoniare che un soldato delle SS mi ha salvato la vita
».

Il secondo episodio che racconta Edith Bruck è del giorno in cui lei e la sorella buttarono a terra, nella neve, dei giubbotti militari che dovevano trasportare. Un soldato si avvicinò per ucciderla con la pistola in pugno, quando lei gli prese un braccio. Fu il gesto che le salvò la vita: «Se una lurida sporca schifosa ebrea ha il coraggio di mettere le mani su un tedesco, merita di vivere», le disse.

Il terzo episodio è di quando uno dei suoi aguzzini le diede la propria gavetta da lavare, e lei si accorse che c'era dentro un po' di marmellata. «In quella marmellata c'era la vita, e lui me l'aveva lasciata apposta. Era la mano di Dio scesa sulla terra».

Infine, il ricordo di quando, chiusa in un castello, pelava le patate e il cuoco le chiese come si chiamava: «Allora io c'ero, avevo un nome, non ero un numero tatuato su un braccio! “Mi chiamo Edith”, risposi. Il cuoco si chinò su di me. Mi disse: “Io ho una figlia piccola come te”, e mi regalò un piccolo pettine che aveva nel taschino».

Com'è possibile che una donna che ha vissuto quell'inferno conservi il ricordo di quei piccoli gesti? Quale miracolo accade in lei? «Nessuno può immaginare – dice – che cosa possa voler dire un gesto positivo in un campo di concentramento. Senza quei piccoli gesti dei miei carcerieri io oggi non sarei assolutamente qua. Perché in quei piccoli gesti era la salvezza, era la speranza. Allora non tutto era perduto, non tutto era buio. E così è oggi: non tutto è perso. Non bisogna mai perdere la speranza, anche se viviamo in un mondo difficile. Ognuno di noi può aggiungere una goccia di bene in questo immenso mare nero».

Come sarebbe tutto diverso – come saremmo tutti diversi – se ognuno di noi sapesse cogliere sempre il positivo dentro la realtà. E se riuscissimo a pronunciare queste stesse parole di Edith Bruck: «Non riesco a odiare nessuno al mondo. Credo che questa sia una grazia per me».

di Michele Brambilla

27 gennaio 2019

FONTE: Editoriale della Gazzetta di Parma


Articolo molto, molto bello e significativo che riporto con estremo piacere sulle pagine di questo blog.
Le parole di Edith Bruck, sopravvissuta ai campi di concentramento e poi divenuta scrittrice di grande successo nonché testimone verace degli orrori dell'olocausto, ci insegnano come anche nel “nero più nero” ci possa essere qualche raggio di luce, come anche nell'“inferno in terra” dei campi di sterminio nazisti ci potesse essere qualche sprazzo di Amore che, nel caso suo, gli sono valsi la sopravvivenza. Il “nero assoluto” non esiste, sembra dirci Edith, e questo è un insegnamento importantissimo! Dobbiamo sempre avere fiducia nell'essere umano.
Un'altra cosa che mi piace sottolineare della testimonianza di Edith è la sua positività, il suo ottimismo, la sua visione speranzosa della vita e dell'uomo, il suo vedere sempre e comunque il “bicchiere mezzo pieno”. E' una dote bellissima questa, una dote che, per le stesse parole di Edith “non mi fa odiare nessuno al mondo”. E questa penso che sia la cosa in assoluto più bella, perché dove non c'è odio alberga l'Amore, e l'Amore è il più grande attributo di Dio, la Forza più grande dell'Universo e la vera ragione dell'esistenza dell'uomo.
Grazie cara Edith per la tua testimonianza, ricolma di fiducia e di speranza.

Marco

sabato 12 gennaio 2019

Ecumenismo e incontro, i 50 anni di Bose


ANNIVERSARIO  NEL 1968 NASCEVA IN PIEMONTE LA COMUNITA' CHE OGGI CONTA CIRCA 90 MONACHE E MONACI. UNA LETTERA DI FELICITAZIONI DA PAPA FRANCESCO

«L'accoglienza di tutti, credenti e non» e la «capacità di ascolto» sono due caratteristiche evidenziate da Bergoglio che ha anche lodato l'impegno profuso per l'unità dei Cristiani

Cinquant'anni possono essere un tempo infinito oppure un battito di ciglia. E' difficile affidarsi alle misure convenzionali in un luogo dove si abita il silenzio e le giornate sono scandite dal respiro del canto più che dal ticchettio degli orologi. Eppure cinquant'anni sono anche una ricorrenza solida e tangibile, come una pietra posta lungo il cammino. La Comunità monastica di Bose (Biella), fondata da Enzo Bianchi (che ha dato inizio alla vita comune nell'autunno del 1968, dopo tre anni di vita solitaria, e che è stato priore del monastero fino al gennaio 2017) festeggia il primo mezzo secolo di vita.
E lo fa nel suo stile: con sobrietà, senza autocelebrazioni, con uno sguardo che sa far memoria del passato restando però concentrato sul presente. L'anniversario è anche un'occasione per rileggere un'esperienza unica, che porta nel suo Dna l'ecumenismo e l'apertura all'incontro: a Bose infatti vivono monaci di entrambi i sessi, provenienti da Chiese diverse. Lo ha sottolineato Papa Francesco nella lettera inviata al fondatore Enzo Bianchi: «Mi associo spiritualmente al vostro rendimento di grazie al Signore per questi anni di feconda presenza nella Chiesa e nella società, mediante una peculiare forma di vita comunitaria sorta nel solco del Concilio Vaticano II. La vostra Comunità si è distinta nell'impegno per preparare la via dell'unità delle Chiese cristiane». Non solo. C'è un'accoglienza che va anche oltre i confini del cristianesimo: «Desidero esprimere il mio apprezzamento», scrive il Papa, «specialmente per il ministero dell'ospitalità che vi contraddistingue: l'accoglienza verso tutti senza distinzione, credenti e non credenti; l'ascolto attento di quanti sono alla ricerca di confronto e consolazione».
Dove cercare le radici di questa intuizione? «Nella mia storia, fin dai primi anni di vita» risponde Enzo Bianchi. «Mia madre aveva una fede profonda, mio padre invece si professava ateo. Fin da ragazzo sono venuto a contatto con esperienze religiose diverse. Ricordo di quando mi portarono a visitare una sinagoga. Allora si parlava degli ebrei come di “perfidi giudei”, ma a casa mi dicevano che erano nostri fratelli».
Privilegiare l'incontro e il dialogo: una scelta profetica quanto faticosa, sopratutto agli inizi. Nel 67 Bianchi, appena ventiquattrenne, ricevette un interdetto dall'allora vescovo di Biella. «Ero giovane. Ed ero un laico, non provenivo dalla vita religiosa. In quegli anni, poi, l'ecumenismo non era ancora un dato acquisito per la Chiesa cattolica italiana». Fu il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, a sostenere la comunità e ad approvarne la regola nel 73. Una regola che vive nel solco della grande tradizione monastica, ma che sa anche essere molto innovativa. Uomini e donne, insieme in cammino: «Le differenze non si appiattiscono, si armonizzano» racconta Bianchi, specificando che «le sorelle possono avere tutti gli incarichi previsti per i fratelli».
Pensando a quel primo gruppetto di religiosi e alla loro vita in casupole semidiroccate, sorprende vedere oggi una comunità che conta una novantina di monaci e monache, non solo a Bose, ma anche nelle fraternità gemelle fiorite in Italia e nel mondo.
«Noi siamo i primi testimoni, stupiti, di quel che il Signore ha compiuto» ha sottolineato l'attuale priore, Luciano Manicardi. «Per noi ricordare i 50 anni di storia della comunità è anche prendere coscienza di un'eredità, di un lascito, e dunque di una responsabilità, a tanti livelli». Oggi come cinquant'anni fa, la Comunità di Bose vive di incontri, «con un'attenzione speciale per la dimensione umana. E con uno stile di vita che punta all'essenziale». Tante persone (anche molti giovani) vanno a cercare questo “magnete” nascosto nel silenzio delle colline. Hanno domande profonde e la consapevolezza di potersi sentire a casa.

Di Lorenzo Montanaro

FONTE: Famiglia Cristiana N. 51
23 dicembre 2018

domenica 6 gennaio 2019

Lavori di manutenzione per l'inverno, serve un aiuto


L'appello delle religiose


Siamo le monache benedettine del SS. Sacramento del Monastero San Pietro in Montefiascone (Viterbo), lettrici della vostra bella rivista fino a quando siamo state in grado di pagare l'abbonamento. Ci eravamo già rivolte con un appello ai lettori di Famiglia Cristiana e grazie anche al loro aiuto avevamo fatto fronte alla manutenzione straordinaria dei tetti. Ci diamo da fare e siamo aperte all'accoglienza di pellegrini, gruppi parrocchiali e gruppi di preghiera, ma l'affluenza è in diminuzione e ci sembra di soccombere anche se la speranza in Dio ci sostiene.
Ora si rende necessaria la manutenzione ordinaria del monastero, risalente al 600, che presenta parecchie infiltrazioni di acqua e in queste condizioni sarà difficile affrontare l'inverno. Inoltre, abbiamo un debito di 20000 euro da due anni per lavori inderogabili eseguiti e non riusciamo a estinguerlo.
Le coordinate per chi volesse aiutarci sono:


C/c postale n. 12380010 intestato a Monastero benedettine S. Pietro

Iban IT76N0521673160000000001768.


Ringraziamo se potrete pubblicare il nostro appello, continueremo a pregare per voi e per i benefattori che vorranno darci una mano.


FONTE: Famiglia Cristiana N. 43
28 ottobre 2018

www.monasterosanpietromontefiascone.com


Con la S. Epifania le Feste Natalizie sono terminate, e questo è stato per molti tempo di "regali" e di una maggiore predisposizione ad aiutare il proprio prossimo. Con il cuore lancio allora questo appello, tratto dalla rivista "Famiglia Cristiana", affinchè si possano aiutare queste suore nelle loro incombenti difficoltà economiche.
Le persone che vivono periodi di difficoltà sono tante, lo sappiamo, ma proviamo per un attimo a pensare a tutto il Bene che fanno queste suore al mondo intero: e questo non soltanto per la loro benevola accoglienza dei pellegrini, ma anche e sopratutto per la loro costante preghiera, rivolta sempre e soltanto al maggior Bene di tutti! Non a caso i conventi, dove si respira aria di vera e genuina Fede e Amore verso il Signore e verso il prossimo, sono considerati come dei "parafulmini" per il mondo intero, vere e proprie "oasi" di Bene, che richiamano Grazie e Benedizioni dal Cielo alla terra. Quelle che sono e saranno queste anime belle totalmente consacrate al Signore, lo capiremo bene solamente quando saremo al cospetto del nostro buon Dio. Ma proprio per tutto questo, penso sia giusto e sacrosanto cercare di aiutare queste anime belle nelle loro difficoltà finanziarie, con l'offerta del nostro obolo, condividendo il loro appello, e anche accompagnandole con la preghiera. Facciamolo quindi, tocchiamoci il cuore e aiutiamo queste suore ad andare avanti con la loro meravigliosa Missione d'Amore. Facciamolo e anche noi ne ricaveremo Grazie e Benedizioni, perchè il nostro buon Dio non si fa mai superare in Generosità.
Grazie di vero cuore a chi risponderà a questo appello.

Marco

mercoledì 2 gennaio 2019

Ti Auguro

Ti auguro di vivere in modo diverso rispetto alle persone "arrivate".

Ti auguro di vivere con la testa in basso e il cuore in aria,
i piedi dentro i tuoi sogni e gli occhi per sentire.

Ti auguro di vivere senza lasciarti comprare dal denaro.

Ti auguro di vivere in piedi e con una casa,
di vivere il respiro nel fuoco, bruciato vivo dalla tenerezza.

Ti auguro di vivere senza marca, senza etichetta, senza distinzione, senza altro nome che quello di umano.

Ti auguro di vivere senza rendere nessuno tua vittima.

Ti auguro di vivere senza sospettare o condannare, nemmeno a fior di labbra.

Ti auguro di vivere in un mondo senza esclusi, senza rifiutati,
senza disprezzati, senza umiliati, senza accusati con il dito.

Ti auguro di vivere in un mondo dove ciascuno avrà il diritto
di divenire tuo fratello, di divenire il tuo prossimo.

Un mondo dove a nessuno sarà rifiutato il diritto di parola,
il diritto di imparare a leggere e scrivere.

Ti auguro di vivere libero, in un mondo libero.

Ti auguro di parlare, non per essere ascoltato, ma per essere compreso.

Ti auguro di vivere l'inaspettato...



(Jean Debruynne, religioso francese)






Con questa bella poesia, auguro a tutti un Felice e Gioioso Anno Nuovo, con l'augurio più vero che possa essere un anno meraviglioso e fecondissimo di buone opere sotto ogni punto di vista.
Il "segreto" di tutto è sempre e solo l'Amore.... Viviamo ogni singolo istante di questo nuovo anno con Amore, e renderemo la nostra e l'altrui vita più bella, più colorata, più gioiosa.... in una parola sola: più felice!

Marco